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Azzera

336 album trovati

Cover di My Dear Melancholy,

My Dear Melancholy, (2018)

The Weeknd

R&B

In alcune interviste Abel ha definito My Dear Melancholy, il progetto della sua discografia che preferisce in assoluto. È un EP di appena 21 minuti e 6 tracce, nato in un momento senza aspettative, con la sola voglia di fare musica — e si sente. Il risultato è qualcosa di sorprendentemente compatto: produzione R&B avvolgente, synth magnetici, e Abel che intona alcune delle linee melodiche e acrobazie vocali più riuscite della sua carriera.

Call Out My Name, una delle sue tracce più famose di sempre, è qui dentro — ed è probabilmente una delle più deboli del disco, il che la dice lunga sul livello complessivo. Nessun ospite, in un progetto così asciutto, ad eccezione del producer francese Gesaffelstein in I Was Never There e Hurt You: due tracce legate da un synth che suona quasi come una sirena, il tipo di suono che non lascia indifferenti e che si porta dietro anche a distanza di giorni dall'ascolto.

Al centro della narrazione, come spesso accade con The Weeknd, ci sono le relazioni e le loro macerie — questa volta con una vena autobiografica più esplicita del solito, alimentata dalla fine delle storie con Bella Hadid e Selena Gomez.

In poco più di 20 minuti, Abel riesce a condensare quasi tutto il meglio di sé: un'esperienza d'ascolto avvolgente, senza un momento di troppo. Per chi ama il The Weeknd dalle sonorità alternative R&B più notturne, questo è il disco perfetto.

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malinconico

Miglior traccia: Try Me

Hits: Try Me, Wasted Times, I Was Never there, Call Out My Name

100
Tier 1° · Rank 7°
Cover di Hexed!

Hexed! (2025)

aya

Electronic Hardcore

Musica destrutturata, suoni che non capisci subito dove vogliono portarti, rumore e degradazione sonora, atmosfere angoscianti, incursioni hardcore e dub senza quei drop banali di un certo tipo di elettronica. hexed! è tutto questo: elettronica sperimentale pura, che suona diversa dalla gran parte di quello che si sente oggi.

È un disco a cui va dato il giusto tempo, che non si apre subito ma quando arriva è difficile resistergli. aya si muove tra hardcore, dubstep e club senza affondare mai del tutto in nessuno di questi generi, costruendo un'esperienza di ascolto che non assomiglia a quasi niente d'altro. I brani più efficaci su questo versante sono Peach, Off to the ESSO o Navel Gazer, ma non mancano momenti più rarefatti, quasi atmosferici — quelli che potrebbero accompagnare le scene più oscure di un film apocalittico — come la title track hexed!.

Su questo tessuto sonoro decostruito da qualsiasi convenzione, aya parla di dipendenze e traumi: non li rievoca con distanza, li rimette in scena con tutta la loro urgenza. Se bisogna trovare un appunto, la produzione è quasi sempre più forte della parte vocale. aya non canta nel senso tradizionale del termine — sembra piuttosto vomitare parole e frasi in preda a un delirio interno — ma nonostante sia in prima linea, a tratti rischia di passare in secondo piano rispetto a ciò che le sta intorno. Ma è un limite che il disco riesce ad assorbire senza perdere forza.

hexed! è uno dei lavori più interessanti e coraggiosi sentiti nell'elettronica degli ultimi anni. Punto.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Off to the Esso

Hits: Off the Esso, Peach, Navel Gazer, Time at the Bar

92
Tier 2° · Rank 111°
Cover di Sidera

Sidera (2026)

Miserere Luminis

Metal Black Metal

Miserere Luminis sono un trio del Québec che canta in francese e si muove nei meandri del black metal atmosferico — roba di nicchia, nel senso più nobile del termine. Sidera è il loro terzo disco, e bastano pochi minuti per capire che non si tratta di gente che fa le cose a metà.

Cinque tracce, tutte molto lunghe, fino a sfiorare i dodici minuti: composizioni che non hanno fretta, che costruiscono per accumulo, alternando passaggi lenti e quasi orchestrali a esplosioni più furiose, quelle del black metal primordiale. I cambi di registro non sono telegrafati in anticipo, e questo tiene l'ascolto in uno stato di attenzione costante. La produzione è volutamente vicina al lo-fi — niente di rifinito all'eccesso, niente di asettico — e in questo contesto è una scelta che funziona: dà al disco una fisicità e un'urgenza che certe produzioni ultra-patinate tendono a cancellare.

È il tipo di album che richiede diversi ascolti prima di aprirsi davvero. Non perché sia ostico o respingente, ma perché ha strati — e ogni passaggio rivela qualcosa che prima era rimasto sullo sfondo. L'unica riserva riguarda lo scream del frontman, che non è tra i più riusciti del genere e a tratti toglie qualcosa all'impatto complessivo. Ma è un appunto marginale su un disco che per il resto merita tutti gli ascolti che gli si vogliono dedicare.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: De cris & de cendres

Hits: De cris & de cendres, Aux bras des vagues & des vomissures

83
Tier 4° · Rank 179°
Cover di La fonte

La fonte (2026)

Cosmo

Pop Electronic

Con La fonte, sesto disco in carrivo, Cosmo prende una direzione precisa e la dichiara già nel titolo: tornare all'origine, al punto di partenza. Un'idea che si sviluppa su due piani paralleli.

Lirico, prima di tutto: al centro ci sono le relazioni, la famiglia, i ricordi. In Per mio fratello sembra di assistere a una chiacchierata sincera e quotidiana, con quei versi che riportano indietro nel tempo con naturalezza disarmante — "E poi, ogni tanto con la mente / Ritorno giù in cortile / Siamo al mare, siamo in camera lì a litigare". Ma la fonte è anche musicale: rispetto al Cosmo delle ritmiche da dancefloor — e già rispetto al precedente Sulle ali del cavallo bianco — l'elettronica si fa più contenuta, amalgamata a una vena cantautorale più esplicita. L'autotune non sparisce, ma cambia funzione: diventa colore, non maschera.

I brani che rimangono più impressi sono quelli in cui questa sintesi funziona meglio — Ogni giorno / ogni notte e Totem e tabù su tutti, con ritornelli che si fissano in testa senza sforzo. Il problema è che non tutto il disco mantiene lo stesso livello: tra tracce molto buone, alcune passano in sordina, e la sensazione complessiva è che Cosmo abbia giocato sul sicuro sul lato produttivo, fermandosi un passo prima di osare davvero. Il disco non decolla del tutto, e probabilmente è proprio questa prudenza il motivo.

Resta comunque un lavoro onesto e maturo, che segna una tappa precisa in un percorso artistico coerente.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Ogni giorno / ogni notte

59
Tier 6° · Rank 304°
Cover di THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE

THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE (2026)

RAYE

Pop Soul Jazz

Il titolo è già un manifesto. Arrivata al secondo disco, Raye voleva fare qualcosa di più universale: un'opera che non parlasse solo di sé, ma che portasse un messaggio chiaro a chiunque si trovasse ad ascoltarla. Non arrendersi. Guardare avanti. Trovare, anche nei momenti peggiori, un appiglio a cui aggrapparsi.

La traccia che incarna meglio questo spirito è Life Boat: riprende un'immagine semplice ma sempre efficace — la scialuppa come ultima risorsa nei momenti in cui ci si sente persi — e Raye non si risparmia, ammettendo apertamente i propri fallimenti. L'invito a rialzarsi non suona mai predicatorio, anche grazie a quel coro di voci diverse che ripete "I'm not giving up yet": un momento corale, quasi collettivo, che dà al messaggio un peso diverso.

A reggere tutto c'è una produzione che si può definire orchestrale nel senso più pieno del termine — tanti strumenti, arrangiamenti densi, una certa grandiosità di fondo — ma con un'anima da musical: all'interno della stessa traccia la musica può cambiare scena, spostarsi di registro, sorprendere. Jazz, blues, soul, pop si mescolano senza che nulla suoni forzato, e la voce di Raye si adatta di volta in volta con una disinvoltura notevole. Tra i collaboratori spicca Hans Zimmer in Click Clack Symphony, e la sua presenza non è un semplice name-drop: si sente, in quel senso cinematografico che percorre l'album da cima a fondo.

È un disco che rimarrà. Vale la pena ascoltarlo anche se il pop non è il tuo territorio abituale, proprio perché THIS MUSIC MAY CONTAIN HOPE ha ambizioni che vanno ben oltre il genere.

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trionfante sensuale malinconico

Miglior traccia: I Will Overcome.

87
Tier 3° · Rank 155°
Cover di SOLITO CINEMA

SOLITO CINEMA (2026)

Juli

Pop Cantautorato Pop Rap

Juli lo abbiamo imparato a conoscere di recente grazie al successo di Olly, e chi è stato a un suo concerto sa quanto Olly ci tenga a lasciare spazio al suo amico e producer e alla sua chitarra. E il suo spazio Juli se lo è preso con questo primo progetto ufficiale, Solito Cinema. L'impronta è quella: uno spazio acustico, una chitarra, una voce che canta una canzone pop nella sua forma più minimale. Qualcosa che nella musica italiana c'è sempre stato ma che negli ultimi anni era stato un po' abbandonato.

La formula funziona, ma quello che insegnano i producer album di successo è che la nota interessante arriva quando il producer porta gli ospiti su un territorio musicale nuovo, offrendogli una veste più vicina alla sua identità. Qui, purtroppo, questo succede raramente — e il momento più riuscito in questo senso è Qui piangono tutti con Tredici Pietro, su un sound che strizza l'occhio a Biagio Antonacci.

Per la gran parte del disco, invece, Juli si porta dietro ospiti che su queste sonorità ci hanno già costruito una carriera, azzerando l'effetto novità e regalando canzoni pop piacevoli ma prevedibili. Non è necessariamente un male — Brutta storia in versione unplugged con Elisa è comunque una canzone che rimane — ma il risultato lascia soddisfatti a metà.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Brutta storia (unplugged)

Hits: Brutta storia (unplugged)

61
Tier 6° · Rank 295°
Cover di EQUILIBRIVM

EQUILIBRIVM (2026)

Anitta

Latin Pop

Anitta non è certo una delle ultime arrivate dalla scena latina, ma in Italia è forse più nota soprattutto attraverso le sue collaborazioni internazionali — come il brano São Paulo con The Weeknd — e domestiche. Tuttavia è una delle cantanti brasiliane di spicco, e questo settimo disco ufficiale ne conferma pienamente la caratura.

EQUILIBRIVM è un disco che si muove su un equilibrio perfetto tra due anime distinte: una ancorata alla tradizione brasiliana e latina, l'altra che guarda all'internazionale ma sempre mantenendo ispirazione profonda. La struttura riflette questa divisione. La prima metà è cantata principalmente in portoghese, su un tessuto sonoro che mescola samba, reggae e influenze africane — un linguaggio musicale che sa essere quasi ipnotico. Tracce come Mandinga con Marina Sena e Deus Existe hanno una potenza fisica: i tamburi e le sonorità reggae ti proiettano immediatamente in uno spazio rituale, quasi spirituale. Non sono canzoni che ti lasciano fermi.

La seconda parte, in spagnolo e inglese, suona più pop internazionale ma non perde mai la consapevolezza di quello che viene prima. Brani come Várias Quejas hanno una sensibilità melodica vera, arrangiamenti curati. Meia-Noite con Los Brasileros è uno dei momenti più interessanti: il ritmo è fatto di tamburi potentissimi che ricordano un rito tribale, e Anitta canta come fosse la stessa Pombagira, portando la forza del funk carioca e della tradizione afro-brasiliana insieme. È una traccia che unisce contemporaneità e ancestralità in modo raro e convincente.

Quello che colpisce davvero è il messaggio di fondo: la musica latina non è solo reggaeton e ripetitività monotona. Sa essere complessa, espressiva, radicata in una spiritualità profonda. Questo disco ne è la prova più bella, una dichiarazione che il funk, la samba e le tradizioni afro-brasiliane possono contenere tutto — profondità lirica, modernità, riflessione, potenza rituale. Per chi ama il pop latino che sa guardare indietro senza avere paura, è un disco da ascoltare.

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riflessivo spirituale

Miglior traccia: Deus Existe

Hits: Deus Existe, Mandinga, Meia Noite

82
Tier 4° · Rank 188°
Cover di VOCE e BATTERIA

VOCE e BATTERIA (2026)

Frankie hi-nrg mc

Hip-Hop/Rap Alternative Rap

Il titolo del disco è la sua migliore descrizione: la voce di Frankie che scorre in un flusso continuo e ipnotico, parola dopo parola come un fiume in piena, su una produzione consapevolmente scarna — una batteria di Donato Stolti e gli scratch di DJ Stile che creano l'aggancio necessario al mondo dell'hip-hop. È un disco che tocca proprio l'essenza più pura del rap.

Le tracce riprendono brani storici rivisitati in questa nuova chiave strumentale, con ospiti che non sono lì per caso. Faccio la mia cosa con Tiziano Ferro funziona proprio nel contrasto: il ritornello è ipnotico, ripetitivo in maniera quasi ossessiva, e la voce di Tiziano si sposa perfettamente con quella di Frankie. L'effetto è ancora più tagliente perché qui la voce pop — che nasce dalle radici dell'hip-hop e dell'R&B — viene trascinata dentro un brano che critica esattamente quella trasformazione del rap in pop, l'addolcimento tecnico che ha caratterizzato la commercializzazione moderna. Autodafè con Fabri Fibra è uno dei momenti clou: la strofa di Fibra è molto lontana dal rap dei suoi ultimi dischi, più studiata metricamente, costruita apposta per il progetto di Frankie, e ricorda lo spirito di Turbe giovanili.

Dalla critica sociale alla critica all'industria musicale, il disco non sceglie la retorica spicciola: la esprime con un liricismo e un tecnicismo rari, come in Nuvole o Chiedi chiedi. La produzione minimalista ma impattante segue l'ipnotismo del flusso di Frankie, creando un'esperienza di ascolto totalizzante.

È il disco che ristabilisce il suo ruolo di maestro delle rime e della metrica: per chi il rap lo intende fondato su questo, è il disco giusto.

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ipnotico riflessivo

Miglior traccia: Autodafè e batteria (feat. Fabri Fibra)

Hits: Autodafè e batteria (feat. Fabri Fibra), Nuvole

91
Tier 2° · Rank 120°
Cover di Hot Rats

Hot Rats (1969) ✰

Frank Zappa

Rock Progressive Rock Fusion

Frank Zappa scioglie le Mothers of Invention — il suo storico progetto di rock sperimentale e demenziale — e nel giro di pochi mesi emerge dagli studi con Hot Rats, il suo secondo album solista, definendolo lui stesso "a movie for your ears". Ed è un'immagine azzeccata: non un disco da ascoltare distrattamente, ma qualcosa da attraversare.

Siamo di fronte a un lavoro quasi interamente strumentale, dove i virtuosismi e la complessità ritmica sono il vero fulcro. Zappa suona chitarra, basso ottavino e percussioni, affiancato dal polistrumentalista Ian Underwood — pianoforte, organo, clarinetto, sassofono, flauto — in quello che è essenzialmente un duo con ospiti. Già da questa configurazione si capisce il tipo di disco: stratificato, articolato, con derivazioni jazz che possono disorientare o avvolgerti, a seconda del momento.

The Gumbo Variations è il caso estremo del primo tipo: l'assolo di sax è uno di quei momenti che o riesci a seguire o ti perdono per strada. Little Umbrellas, al contrario, ti accompagna con più dolcezza, quasi sospesa. Nel mezzo ci sono Willie The Pimp — con le vocals ruvide e viscerose di Captain Beefheart, amico di vecchia data di Zappa e unica voce dell'intero album — e Son Of Mr. Green Genes, i due brani più coinvolgenti sul piano melodico, dove la chitarra e il basso ottavino costruiscono un intreccio che è al tempo stesso preciso e libero. Peaches En Regalia, l'opener, è probabilmente la traccia più celebre del disco — colorata, quasi orchestrale — anche se non è quella che lascia il segno più profondo.

Dal punto di vista tecnico, Hot Rats è stato uno dei primissimi dischi a sfruttare registratori multitraccia a 16 piste, cosa che nel 1969 era tutt'altro che scontata e che permise a Zappa di costruire quegli arrangiamenti così densi senza perdere chiarezza.

È un disco tecnicamente così solido da risultare piacevole anche senza inseguirne ogni dettaglio, pur non essendo il tipo di ascolto a cui si torna compulsivamente. Per chi vuole avvicinarsi al progressive rock e alle sue derive più strumentali, è un passaggio praticamente obbligato.

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euforico giocoso

Miglior traccia: Willie The Pimp

Hits: Willie The Pimp, Son of Mr. Green Genes

94
Tier 2° · Rank 91°
Cover di DISINCANTO
10°

DISINCANTO (2026)

Madame

Pop Urban Hip-Hop/Rap

C'è un momento, ascoltando L’AMORE per la prima volta, che è difficile da descrivere. Una specie di stupore misto a gioia e commozione insieme: gioia per come un'artista così giovane e già al centro dell'attenzione avesse scelto di fare un disco per sé stessa, lontano da qualsiasi logica di mercato; commozione per quei testi che andavano a fondo sull'amore — non per celebrarlo, ma per mostrarne i lati oscuri, necessari. Una ricerca sonora precisa, qualcosa di fragile e sospeso. Forse, ora che Disincanto è arrivato, scopriamo che quel momento era frutto di un incantesimo. E gli incantesimi, prima o poi, si rompono.

Disincanto è la rottura definitiva di quell'incantesimo — ma anche, e questo è il punto, il tentativo di costruire qualcosa di più solido sulle sue macerie. Lo dice lei stessa, in P*****a Svizzera: "sono una festa senza musica, da quando è passato l'incanto". Una frase che richiama, quasi specchiandola, LA FESTA DELLA CRUDA VERITA’ del disco precedente — lì l'accettazione di sé scritta in forma criptica, allegorica; qui, invece, tutto in superficie, senza veli.

Il disco si regge su una tensione che non si scioglie mai del tutto: da una parte Madame, il personaggio, la corazza, l'artista che ha imparato come funziona il gioco; dall'altra Francesca, che guarda tutto con occhi sempre più sgranati. Le due voci si scambiano continuamente di ruolo. Madame è consapevole di quello che il successo ha fatto di lei — "la rabbia di una vita che diventa l'arroganza", "dentro mi sento nessuno, da fuori mi sento qualcuno" — e Francesca inizia a smontare l'artista pezzo per pezzo: "ma non molli il tuo perfezionismo? Ti riempi la testa di convinzioni". Non è un dialogo ordinato. È uno scontro, e il disco non finge che si risolva facilmente.

Ma c'è qualcosa che rende questo scontro più grande di Madame stessa. In VOLEVO CAPIRE esordisce con "Ti chiedi mai chi sei, senza quello che fai?" — e in quella domanda si apre uno spazio in cui chiunque può entrare. Non serve aver vissuto la sua storia per sentirla propria. Ci si può rispecchiare anche con un vissuto completamente diverso, perché quella domanda — cosa resterebbe di me senza il lavoro che faccio, senza il ruolo che ricopro? — appartiene a tutti. È uno dei tratti più rari di questo disco: parla di fratture personalissime con una modalità che tocca l'universale.

Quello che emerge da questa lotta interna è qualcosa di raro: una debolezza emotiva messa in scena senza estetizzarla, e insieme una voglia ostinata di riaffermarsi. E tra tutte le emozioni che Madame mette sul tavolo, quella che colpisce di più è la vergogna — un tema che l'attraversa fin dal primo disco, dove le dedicava un brano intero. Qui ritorna in BESTIA, dove dice "mi vergogno come un ladro / non dire il nostro segreto": la vergogna non come debolezza da nascondere, ma come confessione da fare ad alta voce. In BESTIA Madame porta anche il DOC e un'ipersessualità che prende forma quasi fisica, la stessa Bestia che l'ha consumata e allontanata dalla scrittura per anni. Raccontarlo non è catarsi semplice: è esposizione.

COME STAI? è il brano più feroce, e lo dichiara senza ambiguità: "Madame non è solo intrattenimento, Disincanto non è intrattenimento". Una frase che fin dall'inizio chiarisce l'essenza del disco — e che serve soprattutto a spiegare il contesto in cui Francesca è diventata Madame, e cosa quel passaggio ha lasciato sul campo. I ricatti delle radio, le dinamiche opache, il costo umano del successo. La critica al mercato non è il tema del disco: è lo sfondo su cui si staglia qualcosa di più personale e più difficile da nominare.

I momenti emotivamente più intensi sono quelli in cui le due voci quasi si fondono. NON MI TRADIRE è vocalmente uno dei pezzi più impressionanti — per le note che tocca, per come tiene in equilibrio la richiesta e la rassegnazione, con la consapevolezza già scritta nel testo che quel tradimento arriverà comunque: "arriverà una storia nuova". E poi GRAZIE, che chiude il disco come una seduta terapeutica in cui, dopo aver smontato tutto, Madame ammette che la sua vita — in confronto a molte altre — è straordinaria. Frasi che suonano vere proprio perché arrivano dopo tutto il resto.

Il filo di L’AMORE non sparisce: lo si ritrova nelle sonorità di BESTIA, nel flow di INVIDIOSA, e in P*****A SVIZZERA — che a primo ascolto sembra fuori posto, ma che è esattamente la realizzazione di quel lato ipersessuale di cui Madame ci ha appena parlato. Unico brano con explicit content nel disco, e non è un caso.

La produzione di Bias è più minimale, meno fiabesca rispetto a L'AMORE, ma altrettanto efficace nel lasciare spazio alla voce — che qui porta un peso diverso, più grezzo.

DISICANTO è un disco che non risolve tutto. Ma forse la liberazione stessa dei pensieri è già una forma di risoluzione. E quella tensione — tra fragilità e affermazione di forza, tra Francesca e Madame — è probabilmente ciò che lo renderà il disco più importante della sua carriera.

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riflessivo malinconico sensuale

Miglior traccia: NON MI TRADIRE

Hits: NON MI TRADIRE, DISINCANTO, INVIDIOSA, BESTIA

100
Tier 1° · Rank 2°
Cover di Descent
11°

Descent (2026)

Immolation

Metal Death Metal

Trentacinque anni di carriera e dodici album alle spalle: gli Immolation sono una delle colonne portanti del death metal, punto. Descent è un disco che ti squarcia letteralmente in due — e lo fa con la consapevolezza di chi sa esattamente dove mettere le mani.

La band alterna ritmi veloci e violenti, quasi da brutal death, a inserzioni tecniche con riff spiralici e batterie martellanti, fino a momenti più lenti e sognanti come Banished, dove affiora un'ispirazione black che spezza il flusso in modo inaspettato. È proprio questo continuo cambio di tempi a tenere alta l'attenzione: non c'è un momento in cui il disco si adagia. Bend Towards the Dark ne è l'esempio migliore — la sezione centrale costruisce tensione con variazioni ritmiche serrate, poi il brano si spegne quasi del tutto prima di riattaccare con un blast beat che arriva come un pugno. The Ephemeral Curse apre invece con un attacco di ferocia immediata, con sonorità che per un momento ricordano certi Mayhem — non a caso una band con cui gli Immolation sono attualmente in tour.

A tenere insieme tutto c'è Ross Dolan: un growl da manuale, potente e magnetico, che non sovrasta ma si incunea perfettamente nel muro sonoro. E quel muro è costruito con una produzione rifinita, pulita, godibilissima anche per chi al death metal ci si avvicina senza essere un habitué del genere.

Fare un disco death metal che sappia sorprendere ad ogni ascolto non è scontato. Descent ci riesce, e al momento è il candidato più solido all'AOTY metal del 2026.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Bend Towards The Dark

Hits: Bend Towards The Dark, God’s Last Breath, Descent

96
Tier 1° · Rank 72°
Cover di U
12°

U (2026)

underscores

Electronic Hyperpop Dubstep

U è un disco che mi ha portato dritto alle vibes di Jack Ü, la coppia Skrillex-Diplo: EDM, dubstep, computer music, dance con voce femminile pop e BPM pronti a partire a razzo. La formula è quella, o almeno è così che l'ho percepita da non grande frequentatore del genere.

April Harper Grey ha una voce che si adatta bene a queste sonorità, e alcune soluzioni sono genuinamente interessanti. Innuendo (I Get U) è forse il momento più riuscito: la produzione procede a scatti, spezzata, e lei asseconda quel ritmo anche nel fraseggio, creando una simbiosi tra voce e beat che funziona. Music spinge su vene hyperpop e sembra celebrare la forza della musica in modo diretto, quasi universale — un brano che sa il fatto suo.

Detto questo, il disco non convince sempre. Hollywood Forever parte con scelte sonore che possono risultare poco incisive, e solo verso il finale, quando il drop prende corpo, riesce a guadagnarsi un po' di attenzione. Bodyfeeling soffre di un problema simile: produzione che non lascia il segno, un po' anonima rispetto al resto.

underscores ha concepito U come un disco da spazi di transito — aeroporti, centri commerciali, hotel — e forse questo spiega qualcosa. C'è un'accessibilità voluta in questo progetto, che può essere un punto di forza come un limite, a seconda di cosa cercate.

Se il genere vi appartiene o avete curiosità per le derive pop più sperimentali, vale la pena. Per gli altri, si può passare oltre senza rimpianti.

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euforico sensuale

Miglior traccia: Innuendo (I Get U)

68
Tier 6° · Rank 269°
Cover di Honora
13°

Honora (2026)

Flea

Jazz

Da ragazzo, Flea voleva fare il trombettista jazz. Voleva essere Dizzy Gillespie. Poi è diventato il bassista dei Red Hot Chili Peppers, uno dei più iconici del rock, e il jazz è rimasto sullo sfondo per decenni. Honora, uscito a 63 anni, è il ritorno a quella prima passione: un disco jazz dove Flea suona soprattutto la tromba, affiancato da una band di tutto rispetto — il sassofonista e produttore Josh Johnson, il chitarrista Jeff Parker, il batterista Deantoni Parks — e da ospiti come Thom Yorke, Nick Cave e Mauro Refosco.

Il basso c'è, ed è riconoscibile fin da subito, ma non è il centro di gravità del disco: qui è la tromba a guidare, e Flea la usa con una sobrietà che sorprende. A Plea è il manifesto del progetto: una stratificazione crescente che tiene il basso come colonna portante, fino a un'esplosione finale con un discorso e un inno alla pace che sembra uscito da un programma televisivo degli anni '70 — nel senso migliore possibile.

Il disco si muove su un territorio volutamente vario. Frailed deriva verso una fusione trip-hop, percorsa da una corrente elettrica che non lascia mai stare. Willow Weep for Me lavora sull'oscurità — un sintetizzatore Moog che crea un'atmosfera tetra, squarciata a metà da una tromba. Maggot Brain, cover dei Funkadelic, mescola tromba, vibrafono e clarinetti in qualcosa che oscilla tra nostalgia e sogno: bellissima, anche senza sapere da dove viene. Le cover reggono il confronto con gli originali senza cedere nulla: la versione jazz di Thinkin Bout You di Frank Ocean rende onore all'originale pur camminando su un terreno completamente diverso.

Un disco atmosferico, da ascoltare con buone cuffie e senza fretta.

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misterioso spirituale rilassato

Miglior traccia: Frailed

Hits: Frailed, Maggot Brain, Willow Weep for Me

80
Tier 4° · Rank 196°
Cover di Tana
14°

Tana (2026)

Angelica Bove

Pop Soft Rock

Angelica Bove è classe 2003, romana. A diciannove anni perde entrambi i genitori in un incidente stradale e trova nella musica il modo per elaborare il dolore: prima con le cover su TikTok, poi con X Factor nel 2023, poi con una serie di partecipazioni a Sanremo Giovani che la vedono sempre vicina al traguardo senza mai toccarlo. Finché nel 2025 vince con Mattone e arriva alle Nuove Proposte, dove conquista i premi della critica pur uscendo dalla gara al secondo posto. Nel frattempo, quasi in sordina, esce Tana, il suo primo disco ufficiale.

Mattone è il centro emotivo di tutto: nasce dai due lutti, porta il peso di una perdita ingestibile e lo trasforma — un mattone serve a costruire, appunto. È il brano più esposto, quello che ha aperto le porte del festival, ma non esaurisce il disco. Tana è un lavoro autobiografico, scritto in gran parte da Angelica stessa insieme ai produttori Federico Nardelli e Matteo Alieno, e racconta relazioni, fragilità quotidiane, il desiderio di isolarsi per ritrovarsi — con una scrittura diretta, senza ornamenti.

Musicalmente è pop, ma con momenti soft rock ben integrati che non suonano come concessioni al genere: ci stanno, e ci stanno bene. La voce di Angelica si muove con naturalezza tra registro melodico e note più rauche e sporche, ed è proprio in quei passaggi che si sente quanto sia uno strumento versatile. Lui apre il disco raccontando la solitudine, e il ritornello esplode in una spinta rock dove quella voce graffiante trova il suo posto naturale. Antipatica lavora invece sulla melodia: una soluzione che colpisce subito, già al primo ascolto.

Un debutto che segue la tradizione del cantautorato pop italiano ma in chiave moderna, senza nostalgie forzate. Pochissimi ne parlano, ed è un peccato.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Lui

Hits: Lui, Antipatica, Mattone

70
Tier 5° · Rank 254°
Cover di TAREK DA COLORARE
15°

TAREK DA COLORARE (2026)

Rancore

Hip-Hop/Rap Alternative Rap

TAREK DA COLORARE — come quella copertina che sembra presa da un libro per bambini — è un disco che nasce da un gesto preciso: azzerare tutto. Dopo Xenoverso, progetto concettuale labirintico e densissimo, Rancore sceglie l'amnesia come punto di partenza, e torna al suo nome di battesimo, Tarek, per ricominciare a colorarsi da capo.

Rancore non si posiziona nel solito rap game italiano: non è il rapper degli eccessi e della saturazione digitale descritta in Basta!, gridato come liberazione, non è il rapper da Nuovo Single pompato nelle classifiche, non è l'Eminem italiano — al massimo la sua negazione. È più come uno Stuntman: conosce la tecnica, sa eseguire le performance più ostiche, ma il suo nome non è quasi mai in prima linea. Eppure il suo rap è da prima linea.

E il disco lo dimostra senza sosta. Rancore rappa in maniera serrata, iper-tecnica, con un flow scorrevole dall'inizio alla fine, con metriche e incastri da liricismo colto che nei rapper "commerciali" non trovi. In Neminem — costruita su un beat che cita spudoratamente The Real Slim Shady — scrive "Non so chi è il ministro della cultura / Non so se era minestra quella nella puntura / Cambia nome all'Illuminismo, fai la voltura": tre righe che smontano il vuoto culturale del presente con l'ironia affilata di chi quel presente lo conosce bene. In L'Italia è l'unico paese che, una barra come "Bestemmiare è una cosa che ha poco tatto / Ma traspare la voglia di un tuo contatto che sta traballando" ribalta la lettura comune: la bestemmia non come gesto di forza o provocazione, ma come segnale di insicurezza, la maschera di chi cerca un contatto che non riesce a chiedere diversamente.

Musicalmente il disco è vario ma sempre coerente: si passa da sonorità elettroniche ed elettro-pop a momenti che sfociano nella trap e nella drill, con produzioni che non si limitano ad accompagnare le parole ma le sostengono davvero.

Rimarrà una delle uscite rap più interessanti dell'anno.

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aggressivo trionfante riflessivo

Miglior traccia: L’Italia è l’unico paese che

78
Tier 4° · Rank 204°
Cover di Human
16°

Human (1991) ✰

Death

Metal Death Metal Technical Death Metal

Agli inizi degli anni '90 il death metal americano era esploso, con band che facevano dell'aggressività pura e di un'estetica satanica il loro marchio di fabbrica. In questo contesto, i Death prendono una direzione diversa: la tecnica come ossessione, la complessità come estetica. Human, quarto disco della band, uscito nell'ottobre del 1991, è il punto di arrivo di questa svolta — e nasce da una storia personale: dopo che due membri storici avevano abbandonato Chuck Schuldiner per partire in tour senza di lui, lui aveva risposto assemblando una lineup di musicisti eccezionali e registrando quello che avrebbe definito "a statement. It's revenge." Al suo fianco, Paul Masvidal e Sean Reinert dei Cynic e il bassista Steve Di Giorgio: una formazione che non si sarebbe più ripetuta, e che si sente.

Il disco è aggressivo, sì — la batteria di Reinert colpisce come sassate fin dalle prime note di Flattening of Emotions, con i BPM sparati e una produzione più nitida rispetto ai lavori precedenti, dove ogni strumento trova il suo spazio. Ma quello che distingue Human è ciò che ci mette dentro oltre alla ferocia: variazioni ritmiche continue, riff melodici di una tecnica spietata, aperture quasi jazz nelle sezioni soliste di Masvidal. E poi c'è la voce di Schuldiner, difficile da classificare: non è lo scream del black metal, non è il growl basso dei Deicide, ma qualcosa nel mezzo — uno shout rauco e controllato che trasmette tensione più che violenza, come se stesse urlando qualcosa di urgente piuttosto che di brutale.

Il momento più sorprendente del disco è Cosmic Sea, traccia strumentale che arriva a spezzare il ritmo delle chitarre distorte con synth spaziali, cambi di tempo disorientanti e un'atmosfera sospesa che sembra uscire da un altro disco. È lì che si capisce dove stavano andando i Death — e dove sarebbero arrivati con Symbolic e The Sound of Perseverance.

Anche i testi segnano una rottura netta con i primi album: niente più gore, ma temi esistenziali, riflessioni sul potere e sulla condizione umana. Human è una pietra miliare, un ascolto imprescindibile per chi vuole capire come il metal estremo possa essere, allo stesso tempo, brutale e cerebrale.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Flattening of Emotions

Hits: Cosmic Sea, Flattening of Emotions

100
Tier 1° · Rank 31°
Cover di Hvis Lyset Tar Oss
17°

Hvis Lyset Tar Oss (1994) ✰

Burzum

Metal Black Metal Dark Ambient

Assurdo pensare che questo disco, registrato nel settembre del 1992, sia uscito nell'aprile del 1994 — quando Varg era già in carcere in attesa di processo per l'omicidio di Euronymous dei Mayhem. Una coincidenza che ha finito per colorare la percezione del disco stesso, rendendolo ancora più oscuro di quello che è.

Hvis lyset tar oss ha tutto quello che ti aspetti da un classico black metal della prima ora: distorsione continua, suono che sembra uscire da un apparecchio rotto, batterie incalzanti, produzione murata. Ma quello che lo fa risaltare davvero rispetto ad altri dischi dell'epoca è la voce di Varg — uno scream acutissimo, quasi un gemito, un lamento continuo che trasmette disperazione e angoscia in modo fisico. Non è una performance, è qualcosa che sembra sfuggire di mano.

Il disco conta quattro tracce. Le prime tre sono black metal puro, con i synth che non fanno da contorno ma entrano direttamente nel tessuto del suono, fondendosi con le chitarre in modo che atmosfera e aggressività diventino la stessa cosa. Poi arriva Tomhet, e cambia tutto: dopo trenta e passa minuti di distorsione, una tastiera sola ti porta altrove, in un paesaggio ipnotico e desolato che non ti aspettavi. È il momento più sorprendente del disco, e forse il più riuscito.

Non è un ascolto facile né "piacevole" nel senso convenzionale — per quello c'è Filosofem, che stupisce di più al primo impatto. Hvis lyset tar oss è più canonico, più diretto, ma non meno necessario. Per chi vuole capire fino a dove può spingersi la musica estrema, vale uno o più ascolti.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: Tomhet

Hits: Tomhet

97
Tier 1° · Rank 69°
Cover di Anime Storte
18°

Anime Storte (2026)

Santamarea

Pop Indie Pop Alternative

Anime Storte è il disco d'esordio dei Santamarea, band palermitana formata da tre fratelli di sangue — Stella, Francesco e Michele Gelardi — e Noemi Orlando, sorella d'elezione. Un esordio molto interessante, che arriva dopo una serie di singoli che avevano già fatto capire che c'era qualcosa di solido dietro.

La centralità del disco è la voce di Stella: leggera, angelica, con sfumature che in certi momenti ricordano Carmen Consoli — riferimento che la band stessa riconosce, e non è un caso che entrambe vengano dalla Sicilia. Quella voce è accompagnata da una produzione che sa essere pop, melodica e immediata, ma stratificata: synth, cori che si fondono con la strumentale, elementi che aggiungono profondità.

Il titolo viene dalla parola siciliana tortu — "non dritto". Ed è il filo che attraversa tutto il disco: la scrittura affronta il tema di essere un'anima storta, di chi sceglie o si trova a percorrere strade non lineari, non convenzionali. Lo fa in maniera evocativa, carica di immagini piuttosto che di spiegazioni dirette — al punto che a volte diventa quasi indecifrabile, e non è necessariamente un difetto.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Capodanno, con quella discrepanza interessante tra il testo malinconico e l'arrangiamento electropop, e Piacere catastrofico, dove le tastiere costruiscono qualcosa di particolarmente riuscito.

Per un esordio, è un disco che pone aspettative molto alte su quello che questa band potrà fare.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Capodanno

71
Tier 5° · Rank 246°
Cover di An Undying Love for a Burning World
19°

An Undying Love for a Burning World (2026) ✰

Neurosis

Metal Sludge Metal Post-Metal Post-hardcore

Possiamo dire che abbiamo uno dei grandi dischi metal del 2026 — e non arriva da una band alle prime armi, ma da dei colossi dello sludge metal, uno dei sottogeneri del metal estremo più affascinanti. Il suono è quello che si ottiene mescolando doom metal con lo spirito di ribellione musicale e vocale del punk hardcore: riff pesanti come macigni, dinamiche che oscillano tra esplosioni brutali e momenti di quiete carica di tensione.

I Neurosis hanno già saputo regalare capolavori del genere — Through Silver in Blood del 1996 su tutti — ma qui fanno qualcosa di altrettanto interessante, anche grazie a una novità importante: Aaron Turner, fondatore degli ISIS e una delle figure più influenti del post-metal, entra nella band come chitarrista e vocalist. È una scelta che ha qualcosa di circolare, perché gli ISIS erano stati tra i gruppi più chiaramente debitori ai Neurosis stessi. Il risultato è un'iniezione di energia che si sente.

An Undying Love for a Burning World descrive, come da titolo, un mondo alla rovina — l'uomo accecato da se stesso, dalla sua incapacità di porsi limiti, che ha preso possesso della terra e l'ha portata all'autodistruzione. Una realtà distopica che tanto lontana dalla realtà non è, resa perfettamente dalle sonorità: non solo riff di chitarra spessi e pesanti, ma anche un uso importante di synth e suoni elettronici che creano atmosfere post-apocalittiche dal valore cinematografico.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Blind, una progressione continua che passa con soluzione di continuità da puro metal a sezioni di synth con una struttura quasi scenica. Seething and Scattered ha una sezione centrale ansiogena e tesa che ti tiene sulle spine. Last Light chiude il disco con distorsioni che sembrano sirene prima di un'apocalisse — diciasette minuti che non perdono un grammo di tensione.

Un ottimo disco, che merita una chance anche da chi il metal non lo mastica.

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angosciante

Miglior traccia: Blind

Hits: Blind, Seething and Scattered

95
Tier 1° · Rank 78°
Cover di The Smiths
20°

The Smiths (1984) ✰

The Smiths

Pop Indie Pop Alternative Rock

Quello che colpisce fin da subito di The Smiths — disco d'esordio della band mancuniana, 1984 — è la voce di Morrissey. Una voce che muta continuamente: calda e avvolgente in un momento, malinconica quello dopo, capace di stupirti con falsetti che ai primi ascolti lasciano quasi perplessi. What Difference Does It Make è il brano che più lo dimostra, con quei cambi di registro che sembrano quasi sfidare chi ascolta. È il tratto più distintivo del disco — ma non è tutto.

Bisogna nominare anche Johnny Marr, l'altra metà del duo che scrive e compone tutto: le chitarre "sospese" che attraversano il disco, quegli arpeggi jangly che sembrano aleggiare senza mai appoggiarsi del tutto, sono una sua firma precisa. Un suono che diventerà un segno distintivo della produzione britannica di quegli anni e troverà la sua massima espressione in lavori successivi — Disintegration dei Cure è il punto d'arrivo naturale di quell'estetica, per menzionarne uno.

Il contesto d'uscita è importante: 1984, pieno dominio del synth-pop — Duran Duran, Eurythmics, elettronica ovunque. I Smiths arrivano con chitarre, basso e batteria, senza sintetizzatori, come un rifiuto deliberato di tutto quello che dominava le classifiche. Il disco suona spesso leggero, quasi pop, ma dietro ci sono testi che parlano di tossicità amorosa, molestie, e prendono spunto da fatti di cronaca — sempre con una scrittura volutamente rarefatta, ambigua, che lascia più di uno spiraglio all'interpretazione.

Diverse tracce finiscono inevitabilmente per entrarti in testa: You've Got Everything Now con la sua apertura quasi da inno, This Charming Man travolgente e immediata, I Don't Owe You Anything con una malinconia che culla invece di pesare. Quel senso malinconico e rassegnato pervade tutto il disco ed è il vero collante tra la voce di Morrissey e le chitarre di Marr.

Un disco d'esordio che vale assolutamente la pena ascoltare.

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malinconico riflessivo misterioso

Miglior traccia: This Charming Man

Hits: This Charming Man, You’ve Got Everything Now, I Don’t Owe You Anything

92
Tier 2° · Rank 109°
Cover di Vangelo
21°

Vangelo (2026)

Shiva

Hip-Hop/Rap Trap

Vangelo è un disco divisivo, e lo si capisce già dalla premessa. Mesi di post su Instagram con versetti dei Vangeli, una promozione che lasciava presagire un concept album vero e proprio. La verità è che quel concept rimane a galla, in superficie — e se questo disco doveva rappresentare una redenzione per Shiva dopo tribunali e carcere, il risultato è solo parzialmente riuscito. Forse non è ancora pronto, forse il personaggio fa troppo comodo. I riferimenti religiosi sembrano spesso più un espediente per chiudere una rima che una riflessione genuina.

Paradossalmente, funzionano meglio sul piano musicale: i cori che danno un tocco gospel al suono, o i contrasti più espliciti — la voce che intona l'Ave Maria in Peccati sopra una base trap crea qualcosa di realmente interessante. Meno riuscita Obsessed, che campiona Promiscuous di Nelly Furtado in modo fin troppo fedele all'originale — un campione che poteva risparmiarsi.

Il punto più alto arriva esattamente al centro, con Dio esiste: sette minuti in un lungo flusso di coscienza, senza ritornello, senza beat switch che avrebbe rovinato tutto. Shiva oscilla tra il credere che Dio esiste e lui ne è la prova, o che non esiste — "forse son la prova che Dio, no, non esiste" — per quello che ha visto e vissuto. Lo fa con un liricismo che non aveva mai raggiunto prima. Coscienza, che chiude il disco, ha la stessa intensità: traspare un vissuto pesante, reale.

Il problema è che tra questi momenti, Shiva si smentisce e si contraddisce di continuo. Sa che i fan cercano altro, e glielo dà — salvo poi tornare su toni più consapevoli, come se stesse combattendo con sé stesso su cosa vuole essere questo disco. I brani che lo riportano sui binari battuti — Polvere rosa, Peccati, Take 6, Spie — funzionano e funzioneranno commercialmente, per le produzioni e il flow. Sono la sua zona di comfort. Ma in un progetto che partiva con queste premesse, annacquano tutto e ne riducono la forza.

Peccato, perché i momenti riusciti dimostrano che Shiva sa essere molto più di come si vende.

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riflessivo euforico trionfante

Miglior traccia: Dio Esiste

Hits: Dio Esiste, Coscienza

63
Tier 6° · Rank 287°
Cover di Merce Funebre
22°

Merce Funebre (2020)

Tutti Fenomeni

Alternative Alternative Rap Indie Pop

Merce Funebre è forse la celebrazione di una musica italiana morta, culturalmente perduta? Dalle barre e dal mood che si respira lungo il disco, sembra che Tutti Fenomeni — al secolo Giorgio Quarzo Guarascio — voglia proprio dirci questo. E la risposta che dà non è un lamento, è qualcosa di più sottile: un rito funebre ironico, distaccato, quasi compiaciuto.

Il disco è prodotto da Niccolò Contessa de I Cani, e si sente — c'è quella stessa capacità di far convivere riferimenti colti e pop senza che nessuno dei due sembri fuori posto. Il concept funebre è reso benissimo dalle produzioni: Marcia Funebre apre con il sample di Chopin per antonomasia del funerale, poi l'artista parte in Valori Aggiunti con un flow che ricorda Palle Piene del primo Fibra, sebbene su un territorio musicale completamente diverso — arricchito da un flauto che si prende tutto il suo spazio.

Il disco ha diversi momenti che fanno capire l'estro. Hikmet combina nel ritornello elementi di indie pop e cantautorato nostrano avvolti da una produzione molto più elettronica. Trauermarsch, la traccia finale, dimostra che sa muoversi anche in scenari più spoken-word, quasi battiateschi. La scrittura è a metà tra il vago e il criptico, spesso ossessivamente ripetitiva, ma sa anche essere spietatamente diretta: Io, io quando mi impicco / penso positivo.

Con Lunedì si è confermato che non era una promessa a vuoto. Merce Funebre era già la prova che qualcosa di nuovo stava succedendo.

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giocoso misterioso riflessivo

Miglior traccia: Hikmet

71
Tier 5° · Rank 249°
Cover di Ma’
23°

Ma’ (2026)

Blanco

Pop

Ma' è il terzo disco di Blanco, uno dei cantanti pop mainstream più interessanti degli ultimi anni — uno di quelli capaci, nel corso della carriera, di mettere insieme pop e sonorità urban in modo convincente, come aveva già dimostrato con le soluzioni melodiche riuscite nel suo primo disco Blu Celeste. Dopo tre anni di assenza arriva un disco molto personale, anzi personalissimo: nasce da una lite vera con la madre, un processo di riconciliazione che Blanco ha vissuto prima ancora di metterci le parole sopra — tanto che il giorno dell'uscita ha percorso 43 chilometri a piedi per consegnarle il disco di persona.

Questo sfondo si sente nei testi, ed è il punto più riuscito del disco. Sono sensibile stasera / Che non ho voglia di parlare / Ma se tornassi indietro / Darei l'anima / Per poterti abbracciare — c'è una sincerità diretta, emotiva, che non cerca effetti. I testi funzionano.

Il problema è che quella sincerità non trova riscontro nella produzione. Il disco si muove in un limbo tra pop e rock senza prendere mai una direzione precisa, e il suono che ne risulta è spesso anonimo, a tratti palesemente finto — le chitarre troppo patinate ne sono l'esempio più evidente. Il brano con Gianluca Grignani è l'emblema di questo scivolamento: quel soft rock italiano sa di poco, e stride con la tensione emotiva che i testi cercano di costruire. Anche la voce di Blanco viene a volte filtrata in modo che non convince — in Los Angeles in particolare, verso il finale, lo stile si avvicina a certi territori di ThaSup, e non è una direzione che gli appartiene.

Ci sono momenti riusciti: i singoli Piangere a 90, Maledetta Rabbia, e soprattutto Fuochi per aria (la fortuna), dove la strumentale grezza e l'approccio acustico sembrano finalmente in linea con quello che Blanco vuole dire. Ma sono isole in un disco che non riesce a tenere fede alle premesse.

Da un artista di questo livello, e con un progetto così personale alle spalle, ci si aspettava di più.

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malinconico

Miglior traccia: Piangere a 90

46
Tier 8° · Rank 323°
Cover di Palo
24°

Palo (2023)

Brucherò nei pascoli

Rock Electronic Alternative Rap

Palo è il disco d'esordio dei Brucherò nei pascoli, band milanese di Via Padova, uscito nel 2023. Il titolo ha una logica diretta: il palo, un semplice pezzo di ferro, riportato in copertina anticipa le sonorità fredde e spesso industriali del disco.

Palo infatti mescola rap, rock elettronico e attitudine punk in modo volutamente sghembo, lontano da qualsiasi suono mainstream. Il rap è più forma mentis che genere: il flow oscilla tra il narrativo e l'aggressivo, reso ancora più affilato da una voce profonda che a tratti passa attraverso un filtro che la distorce leggermente, come se arrivasse da un altro canale. Palle Piene, che apre il disco, è l'esempio più diretto di questo approccio. Sulla stessa lunghezza d'onda c'è Giorni, costruita attorno a un basso martellante e ripetuto che sembra quasi rubato all'hardcore. Poi arriva Montreal, che suona quasi come un coro da stadio, meno angosciante, più aperta: è il momento in cui il disco respira.

Il problema è che la produzione non è ancora del tutto a fuoco. Alcune idee rimangono abbozzate, i brani sembrano a volte mancare di quel tocco che li farebbe decollare del tutto. Ma è un difetto da primo disco, e in certi casi funziona: quella ruvidezza fa parte del carattere.

Quello che resta è un progetto con una voce propria e una curiosità genuina verso la musica. Abbastanza per voler sentire cos'hanno da dire dopo.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Palle Piene

61
Tier 6° · Rank 294°
Cover di Fancy That
25°

Fancy That (2025)

PinkPantheress

Pop Dance UK Garage

Fancy That di PinkPantheress convince e si distingue per una riuscita intersezione tra british pop, dance ed elettronica. Negli ultimi tempi l'artista ha raggiunto una popolarità sempre maggiore, anche grazie a Stateside insieme a Zara Larsson, diventato virale per il video legato alla pattinatrice olimpica Alysa Liu.

Ciò che rende questo disco una piccola perla è soprattutto il suo stile sonoro: PinkPantheress mescola influenze UK garage anni '90 e 2000 con elementi di elettronica e drum and bass, creando un sound fresco ma allo stesso tempo nostalgico. È proprio questo equilibrio a permetterle di costruire un'identità riconoscibile e originale, distinguendosi nettamente dagli altri artisti del genere.

L'album conta soli 9 brani, ma la scelta funziona perfettamente: non risulta mai pesante e il replay value è alto. Il mood oscilla tra euforia e allegria, trasmettendo un'energia leggera ma coinvolgente che accompagna l'ascoltatore lungo tutto il disco.

Tra i pezzi più riusciti spicca il singolo Illegal, che apre l'album con grande impatto, e Stars, che richiama il riff di Starz in Their Eyes di Just Jack — brano del 2007, dettaglio interessante anche perché entrambi gli artisti sono britannici e lo stesso Just Jack ha contribuito alla realizzazione del pezzo.

Per essere il suo secondo album, PinkPantheress dimostra una crescita evidente, proponendo un progetto coerente e capace di lasciare il segno. Fancy That è uno di quegli album che non ti aspetti, ma che finisce per conquistarti ascolto dopo ascolto.

Per gli amanti dei fumetti, le sue vibes si sposano bene con il manga Initial D: pagine piene di macchine che sfrecciano in gare clandestine, energia costante, adrenalina e slancio continuo.

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euforico sognante malinconico

Miglior traccia: Illegal

88
Tier 3° · Rank 148°
Cover di BULLY
26°

BULLY (2026)

Kanye West

Hip-Hop/Rap

Kanye West è tornato il genio di una volta? È un nuovo Kanye — come canta in FATHER, Wake up to the new me — che cerca di ripulirsi dopo un periodo di deliri, uscite sui social antisemite e scandali continui? Sono domande a cui ha poco senso rispondere, perché alla fine deve parlare la musica. E BULLY sa dire qualcosa di nuovo su Kanye, ma anche qualcosa di molto familiare.

Il disco sintetizza in parte molti lavori precedenti, ma sa andare oltre. Il lavoro sui sample è come sempre magistrale — e a volte addirittura estremizzato. PREACHER MAN vive quasi interamente su un sample di To You With Love dei The Moments, velocizzato e rifinito fino a diventare qualcosa di nuovo. In I CAN'T WAIT è il ritornello stesso a farsi sample: il celeberrimo You Can't Hurry Love nella cover di Phil Collins. All'estremo opposto c'è un minimalismo lirico spinto, come in DAMN, che vive di una strofa ripetuta tre volte — una scelta che o funziona o stanca, a seconda di quanto si è disposti a fidarsi di Kanye.

Non mancano momenti liricamente toccanti: MAMA'S FAVORITE, dedicata alla madre Donda — figura da sempre centrale nella sua carriera — si chiude con la voce della madre stessa, creando uno dei momenti emotivamente più intensi del disco. Un legame con la famiglia che Kanye non ha mai abbandonato e che vive anche nella copertina: il figlio ritratto con l'Ohaguro, l'antica tradizione giapponese di dipingersi i denti di nero come canone estetico di bellezza — un'altra delle connessioni culturali che Kanye porta avanti da anni.

Non tutto funziona: LAST BREATH con Peso Pluma è il momento in cui la connessione non regge. Ma BULLY resta un disco con abbastanza momenti riusciti da ricordare perché Kanye, quando è Kanye, non somiglia a nessun altro.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: PREACHER MAN

Hits: HIGHS AND LOWS, PREACHER MAN, MAMA’S FAVORITE, ALL THE LOVE

88
Tier 3° · Rank 140°
Cover di MORENDO AD OCCHI APERTI
27°

MORENDO AD OCCHI APERTI (2026)

Promessa

Hip-Hop/Rap Trap

In una scena rap spesso annebbiata dall'esaltazione gratuita della violenza e dall'ego-trip gonfiato per sembrare più gangsta di quanto si è, questo primo disco ufficiale di Promessa — rapper milanese classe 2003 — è una deviazione decisamente più interessante.

MORENDO AD OCCHI APERTI è un disco in cui il rapper riesce a sintetizzare con equilibrio il rap più giocoso e da banger — ma con una tecnica in fatto di rime, metriche e flow superiore alla media — con una introspezione genuina e racconti di vita del quartiere da cui emerge un legame sincero e radicato. Chi è di Milano Nord e di Zona Bicocca riesce letteralmente a vedere le immagini che racconta. La scrittura è uno dei punti di forza: per i giochi di parole — Ho la faccia d'angelo ma non sono felice / le buone maniere le lascio a chi ama far finta — ma anche per le immagini che porta — Fumo un'altra siga / Dicono che accorci la vita / In zona mia sembra vogliano morire tutti. Il tutto accompagnato da produzioni che, pur muovendosi nei suoni del genere, risaltano e sostengono bene la sua voce, graffiante, con un misto di incazzatura e rassegnazione.

Il disco si completa di alcune reference — forse volute, forse no — come in PAROLA PAROLA, che richiama sia per suono che per spirito di rivalsa BRNBQ di Sfera Ebbasta, o MEZZO BIANCO, dove la ripetizione ossessiva nelle chiusure delle strofe echeggia la celebre strofa di Caneda in Il Ragazzo d'oro con Guè.

MORENDO AD OCCHI APERTI è uno dei dischi della nuova scena rap italiana più riusciti degli ultimi anni e conferma le capacità del rapper di Bicocca: promessa di nome e di fatto.

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malinconico euforico

Miglior traccia: LA VITA CHE VIVO

Hits: LA VITA CHE VIVO, GRANDE SALTO, IN MEZZO ALLA POLVERE

88
Tier 3° · Rank 146°
Cover di Reign in Blood
28°

Reign in Blood (1986) ✰

Slayer

Metal Thrash Metal

Nel metal esistono capolavori che hanno segnato epoche. Ma di Reign in Blood ce n'è solo uno.

1986: gli Slayer non inventano il death metal, ma di fatto lo partoriscono senza volerlo. Reign in Blood dura ventinove minuti, non un secondo di più, e in quei ventinove minuti il thrash metal smette di essere quello che era. I ritmi accelerano fino quasi a diventare rumore, gli assoli bruciano, le batterie di Dave Lombardo martellano come se il tempo stesse per finire. Il risultato è un disco che le band death metal successive studieranno come un testo sacro — paradossale, per una band che quel genere non voleva fondare.

La forza del disco sta spesso nelle sue introduzioni e nei cambi di ritmo: Criminally Insane scala da secchi colpi di batteria a un'escalation thrash/death che travolge, mentre Raining Blood — probabilmente il brano metal più riconoscibile di sempre — costruisce la sua leggenda su pochi secondi di temporale, suoni striduli e poi quel riff, inevitabile come una sentenza.

Il disco non è rimasto esente da polemiche: Angel of Death, traccia di apertura, si apre con un grido acutissimo di Tom Araya e versi che evocano Auschwitz — Auschwitz, the meaning of pain / The way that I want you to die. Le accuse di nazismo furono rispedite al mittente dalla band, che rivendicò la scelta come esplorazione tematica — una distinzione sottile, che ancora oggi divide.

Critiche a parte: questo disco non si ascolta soltanto, si subisce.

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aggressivo

Miglior traccia: Raining Blood

Hits: Raining Blood, Crimanlly Insane, Angel of Death, Reborn

100
Tier 1° · Rank 8°
Cover di Chasing Windows
29°

Chasing Windows (2026)

Nubiyan Twist

Jazz Contemporary Jazz Fusion Afrobeat

I Nubiyan Twist sono un collettivo fondato dal chitarrista Tom Excell attorno a un'idea semplice: la condivisione musicale come motore creativo. Chasing Windows, il loro quinto disco, ne fa la sua forza: è jazz che si apre e si contamina in modo naturale all'afrobeat, al reggae, all'hip-hop e all'elettronica — e lo fa senza che sembri mai una operazione forzata.

Il risultato è un disco eclettico e sempre coinvolgente, che funziona in contesti diversi: dall'accompagnamento strumentale di Threads, traccia intensamente jazzata, al groove più hip-hop di Red Herring con il rapper Bootie Brown — con un'intro arpeggiata che richiama lo spiritual jazz di Alice Coltrane — fino al reggae di Rhythm of You. A rafforzare ulteriormente la dimensione vocale del progetto arriva anche la new entry Eniola Idowu, cantante che porta una componente soul ben integrata nel suono del collettivo.

Se si cerca un disco che sappia essere insieme sofisticato e fisico, questo è il posto giusto.

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spirituale rilassato giocoso

Miglior traccia: Threads

Hits: Red Herring, Rhythim of You, Threads

84
Tier 3° · Rank 172°
Cover di PIU’ CHE SOLIDO
30°

PIU’ CHE SOLIDO (2026)

Heartman

Hip-Hop/Rap Trap

PIU’ CHE SOLIDO è il primo disco ufficiale di Heartman, artista classe '98 di origini bresciane. Il primo singolo con cui si era fatto notare nel 2023, Esperienze Nuove, aveva acceso un certo interesse ed era diventato virale, anche grazie a una scrittura molto immediata.

Questo disco prende però sonorità abbastanza diverse: molto più trap, con produzioni dall'impronta americana — simili a quelle sentite anche in progetti molto recenti come quello di Baby Keem — che sembrano però stonare un po' con la vocalità molto melodica di Heartman.

C'è qualche traccia più riuscita delle altre, come KILIMANGIARO o BADDIE, ma nel complesso è un disco abbastanza monotono, poco ispirato — alcune melodie sembrano richiamare Lazza — e ripetitivo.

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rilassato trionfante

Miglior traccia: KILIMANJARO

46
Tier 8° · Rank 324°
Cover di Epicus Doomicus Metallicus
31°

Epicus Doomicus Metallicus (1986) ✰

Candlemass

Metal Doom Metal

Epicus Doomicus Metallicus è il disco d'esordio della band metal svedese Candlemass. Uscito in un momento in cui a dominare la scena metal era il suono thrash e death — lo stesso anno videro la luce Reign in Blood degli Slayer e Under the Sign of the Black Mark dei Bathory, per citare due colossi — i Candlemass vanno controcorrente e puntano su sonorità doom, firmando uno dei dischi capisaldi del genere.

Il disco ha un suono epico che si regge in larga parte sulla voce del frontman Johan Längqvist: pulita, quasi operistica, in grado di trascinare atmosfere distese e lente con una teatralità naturale e mai forzata. E’ un disco che evoca nebbia, freddo, non solo climatico ma anche esistenziale, dove la voce sembra provenire da un posto lontano e solitario. Non mancano però momenti più accesi, soprattutto nei riff di chitarra duri e scanditi che spezzano il passo e tengono viva la tensione.

Tra i brani che restano impressi c'è sicuramente l'opener Solitude, che affronta di petto il tema della depressione — un pezzo che, da solo, vale l'ascolto dell'intero disco.

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malinconico trionfante

Miglior traccia: Solitude

Hits: Solitude

91
Tier 2° · Rank 118°
Cover di Under the Sign of the Black Mark
32°

Under the Sign of the Black Mark (1987) ✰

Bathory

Metal Black Metal Death Metal

Under the Sign of the Black Mark è il terzo disco della band metal svedese Bathory ed è considerato uno dei primi dischi black metal della storia, fondamentale per l'influenza esercitata nella nascita e nello sviluppo della prima vera scena black metal, ovvero quella norvegese.

Il disco ti porta davvero all'inferno: alla voce, Quorthon sfoggia uno scream demoniaco e più rapido rispetto a quello tipico di altri dischi del genere, contribuendo a imprimere al tutto un ritmo più serrato rispetto agli standard del black metal norvegese. Il suono è ovviamente grezzo e aggressivo, e i testi sono violenti, con numerosi riferimenti alla morte e agli inferi, spesso attinti dalla mitologia norrena — Lend me the eight legged black stallion of Odin and I'll have my vengeance / Oh I'll with desire.

Tra le tracce più dirompenti e forti del disco non si possono non citare Woman of Dark Desires — un omaggio alla contessa Erzsébet Báthory che ha ispirato il nome della band — Call from the Grave e Equimanthorn. Fun fact: la scelta di ispirarsi a questa contessa non è causale: era una nobildonna ungherese del XVI secolo considerata una sadica e una serial killer spietata, spesso rinominata “Contessa Dracula”.

È un disco fondamentale, forse meno citato di altri lavori proto-black e proto-death coevi — su tutti Reign in Blood degli Slayer, uscito lo stesso anno — ma che negli anni è stato ampiamente rivalutato per l'impatto decisivo che ha avuto sulla generazione successiva del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Equimanthorn

Hits: Woman of Dark Desires, Call from the Grave, Equimanthorn

96
Tier 1° · Rank 71°
Cover di Death in the Business of Whaling
33°

Death in the Business of Whaling (2026)

Searows

Rock Alternative Rock Indie Rock Folk Rock

Ascoltando Death in the Business of Whaling si ha la sensazione di trovarsi davanti a un disco cantato da una voce femminile che riprende una certa tradizione folk americana, sulla scia di Ethel Cain per citare un peso massimo del genere. In realtà, dietro al progetto — il suo secondo album in studio — si cela la voce di Alec Duckart, un venticinquenne originario del Kentucky.

È un disco disteso, dai BPM bassi, con un'atmosfera lenta e densa spesso costruita da una semplice chitarra e dalla voce androgina di Alec, quasi sussurrata, che ti accompagna per tutta la durata.

Non mancano tuttavia momenti più esplosivi, con progressioni più rock in cui i riverberi si fanno più intensi — come in Dearly Missed, uno dei brani più carichi del progetto.

Un bel disco, dalle soluzioni melodiche efficaci e dall'ascolto immersivo. Non è un lavoro particolarmente originale, ma è costruito con cura e con qualche ascolto ci si finisce per affezionare molto facilmente.

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riflessivo sognante

Miglior traccia: Dearly Missed

Hits: Dearly Missed

76
Tier 4° · Rank 217°
Cover di Om
34°

Om (2006) ✰

Negura Bunget

Metal Black Metal Progressive Metal Folk Metal

Om è il quarto disco in studio della band romena Negură Bunget. Siamo di fronte a uno dei dischi metal più incredibili degli anni 2000, e lo si capisce fin dalla prima traccia: un'intro che svela immediatamente la teatralità con cui è stato concepito l'intero lavoro.

Om è uno di quei dischi accostabili a opere come The Mantle degli Agalloch o Écailles de Lune degli Alcest — non perché sia semplicemente un disco black metal, ma perché è uno di quei lavori che prende il genere e cerca di espanderlo, portandolo verso territori altri.

I Negură Bunget lo fanno introducendo una componente folk profondamente legata alla loro tradizione: i muri di suono del black lasciano quindi spazio a strumenti come il flauto di pan, il nai — una sua variante romena — o il toacă, uno strumento di origini antichissime utilizzato nella tradizione ortodossa dell'Est europeo.
Questi elementi, insieme a tamburi, batteria e chitarre, contribuiscono a costruire un'atmosfera quasi teatrale e incredibilmente evocativa, in cui il suono più violento del black metal passa in secondo piano, senza essere messo al centro.

Questa alternanza tra forza black metal e folk si ripropone non solo a livello di tracklist, ma all'interno di ogni singolo brano: un pezzo come Dedesuptul, ad esempio, inizia in pieno territorio metal — blast beat e muri di suono — per poi virare in maniera del tutto naturale verso sonorità totalmente diverse, dissolvendo le distorsioni e trasportando l'ascoltatore in un'altra dimensione.

Nonostante la sua complessità, è un disco da provare ad avvicinarcisi con curiosità, ideale per chi voglia esplorare quel filone del black metal che punta sull'atmosfera e sulla stratificazione del suono, senza doversi confrontare con alcuni degli eccessi del genere che possono risultare respingenti.

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misterioso spirituale

Miglior traccia: Norilor

Hits: Dedeseptul, Norilor

100
Tier 1° · Rank 41°
Cover di Agonia
35°

Agonia (2026)

chiello

Rock Alternative Rock Indie Rock Grunge

Dopo appena un anno dall'ultimo lavoro, Scarabocchi, chiello torna con un nuovo progetto, fresco anche della partecipazione alla 75ª edizione del Festival di Sanremo con Ti penso sempre — forse il brano meno sanremese dell'edizione, viste le sonorità decisamente alternative rock. Se con Scarabocchi l'ex trapper ci portava in una dimensione in cui emergeva il suo lato più fanciullesco, questo disco ha un'atmosfera e una concezione molto diverse.

Già il titolo e la copertina facevano presagire la volontà di comunicare qualcosa d'altro: una semplice casa in un contesto che evoca desolazione, freddezza, assenza di calore. Ed è come se, nel disco, entrassimo in quella casa — che probabilmente rappresenta chiello stesso — e ci trovassimo a fare i conti con i suoi pensieri, i suoi turbamenti, la volontà di liberarsi — come nell'urlo finale di Vulcano — e le sue fragilità più estreme: spero almeno di perdonare / me stesso per tutto il male che mi sono fatto.

Il disco è cantato con estrema malinconia, a tratti rassegnazione, ed è sorretto da una produzione profondamente alternative rock, spesso volutamente lo-fi, per restituire quella sfumatura di grezzo e di consumato. Dietro gli arrangiamenti c'è sempre la mano di Tommaso Ottomano. È un disco in cui la voce di chiello si amalgama perfettamente al suono, e gli strumenti respirano — Polynesian Village ne è un esempio lampante — lasciandosi lo spazio necessario per costruire un'atmosfera riflessiva, intima e malinconica.

Non c'è una scrittura colta o estremamente rifinita: è un disco che suona tremendamente sincero, quasi cantato per se stesso — Non so perché voglio di più / di ciò che merito, lo so. Non mancano poi soluzioni melodiche interessanti, come in Desaturarsi, forse il pezzo più pop del disco, o in Scarlatta, un brano che suona come una canzone d'altri tempi.

In conclusione, con questo disco chiello ha fatto un passo in avanti deciso.

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malinconico

Miglior traccia: Scarlatta

Hits: Scarlatta, Desaturarsi, Ti penso sempre

89
Tier 2° · Rank 133°
Cover di The Suicide Box
36°

The Suicide Box (2019)

DubZenStep

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Trap Metal Horrorcore

The Suicide Box è il disco d'esordio del rapper sardo DubZenStep. Il lavoro dimostra ancora una volta che fondere due generi distanti come il rap e il metal non è un'operazione banale, ed è facile scadere in prodotti poco coesi. E questo disco, purtroppo, non fa eccezione.

I problemi sono molteplici. La produzione, quando rimane in territorio rap — con chiari riferimenti all'hardcore e all'horrorcore — funziona anche discretamente, ma perde ogni logica nel momento in cui il disco scivola verso momenti "metal" dalla dubbia realizzazione, senza che la transizione segua un percorso convincente. Fa storcere il naso anche la scelta di intitolare una traccia Mayhem — riferimento esplicito alla più celebre band black metal di sempre — salvo poi costruirla su riff di heavy metal che con quel mondo hanno ben poco a che fare.

A tutto ciò si aggiunge un flow, una vocalità e un immaginario — 666 e affini — che sembrano attingere un po' troppo a piene mani da un suo collega sardo, della non lontana Olbia, decisamente più affermato. E come se non bastasse anche il dissing, velato ma non troppo, a Fabri Fibra trova poco senso — fottetevi voi e i vostri tori / a Pamplona.

In conclusione, un disco confuso, che cerca una direzione artistica precisa senza tuttavia trovare la strada per realizzarla con convinzione.

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aggressivo

Miglior traccia: Don Vito (The 666th Sense)

40
Tier 8° · Rank 328°
Cover di CALCINACCI
37°

CALCINACCI (2026)

Fulminacci

Pop Indie Pop

Calcinacci è il quarto disco in studio di Fulminacci, uscito sulla scia della sua partecipazione alla 75° edizione del Festival di Sanremo con il brano Stupida Sfortuna, che gli è valso un ottimo settimo posto e il premio della critica "Mia Martini".

Un buon disco pop che arriva senza troppe pretese ma fa il suo dovere: regala ritornelli efficaci e strofe che non si prendono troppo sul serio — raccontando, ad esempio, amori leggeri e passeggeri come in Niente di particolare: Sara non disperarti mai / Perché / tra noi / Non c'è / niente di particolare.

Melodicamente, Fulminacci confeziona un lavoro che si fa ascoltare con piacere e scorre liscio dall'inizio alla fine — alla produzione troviamo Golden Years per quasi tutte le tracce — percorrendo l'ormai consolidata strada dell'indie pop italiano, ma con qualche apertura verso il pop di tradizione più romana, come in Meno di zero.

Forse si poteva osare qualcosa di più sul fronte delle produzioni, e non mancano quegli scivoloni nella scrittura che affliggono certo indie pop italiano — mi hai lasciato come il pane senza Nutella — ma sono dettagli che, tutto sommato, si perdonano volentieri.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: Casomai

Hits: Stupida sfortuna, Casomai

69
Tier 5° · Rank 260°
Cover di Nothing’s About to Happen to Me
38°

Nothing’s About to Happen to Me (2026)

Mitski

Pop Americana Indie Rock

Nothing's About to Happen to Me è l'ottavo album della cantautrice americana Mitski, all'anagrafe Mitsuki Laycock. La narrazione di questo disco è quanto mai peculiare: la cantante impersona una donna che trova la propria libertà tra le mura domestiche, ma scivola nel delirio nel momento in cui ne varca la soglia. La casa — intesa anche come metafora dell'intimità e della dimensione più personale — diventa quindi il suo rifugio sicuro, il luogo in cui può essere pienamente se stessa.

Il modo in cui questa narrazione si traduce in musica è sorprendente e riuscito sotto ogni punto di vista. Ci sono momenti in cui si ha la sensazione di trovarsi davvero in quella casa, con i musicisti di fronte a te che suonano, grazie a una produzione pulita e ravvicinata, capace di mettere l'ascoltatore al centro della scena — come accade in If I Leave. Momenti in cui i deliri vengono resi con efficacia attraverso esplosioni di chitarre distorte, dove la musica devia dal pop più morbido verso sonorità più rock, come nella cupa atmosfera di Where's My Phone — il cui titolo è già di per sé sufficientemente evocativo. Non mancano poi brani dall'anima più americana, in cui la produzione si fa decisamente più sofisticata, come Dead Women o I'll Change for You, forse il pezzo più riuscito dell'intero disco.

Nothing's About to Happen to Me è un album che cresce a ogni ascolto e si rivela, ascolto dopo ascolto, sempre più ricco e stratificato. Senza dubbio una delle uscite più interessanti del 2026.

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malinconico

Miglior traccia: If I Leave

Hits: I’ll Change for You, If I Leave

92
Tier 2° · Rank 108°
Cover di VT3SOR
39°

VT3SOR (2026)

Vaz Tè

Hip-Hop/Rap

VT3SOR è il terzo disco di Vaz Tè, uno dei membri della scena ligure forse rimasto più in ombra rispetto ai più noti Tedua e Izi.

Non è un disco che insegue la hit radiofonica né che si piega troppo ai trend del momento. C'è molta varietà nelle produzioni — dall'old school del brano con Tormento al beat sincopato di Il Vero Slim — ma le tracce che rendono meglio sono quelle più "Liguria" style, come Palese con Bresh, Youtube Youporn o Drilliguria dalla costa, quest'ultima insieme a Sayf che lascia una delle strofe migliori del disco per flow e delivery. Vaz Tè è sempre sul pezzo, con belle metriche e un flow piuttosto serrato.

I limiti che frenano un po' il progetto sono due: alcuni brani suonano più come esercizi di stile che come pezzi con qualcosa da dire, e le produzioni avrebbero potuto osare qualcosa in più. A volte emergono elementi interessanti — come un accenno di flauti in Trendsetter — ma sembrano poco sviluppati e abbandonati troppo presto.

Nel complesso è un disco per chi già ascolta rap e può apprezzare il flow di Vaz Tè, ma non è un progetto che prova a spingersi oltre.

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euforico trionfante

Miglior traccia: Drilliguria dalla costa (feat. Sayf & Nader Shah)

66
Tier 6° · Rank 278°
Cover di Altars of Madness
40°

Altars of Madness (1989) ✰

Morbid Angel

Metal Death Metal

Altars of Madness è il disco di debutto dei Morbid Angel ed è considerato una delle pietre miliari del death metal. Un album dirompente, spesso citato tra i primi a spingersi verso sonorità davvero estreme: con questo disco i Morbid Angel hanno alzato drasticamente l'asticella dell'aggressività, tanto sul piano lirico quanto su quello strumentale.

Testi blasfemi e provocatori affidati alla voce di David Vincent, un growl non eccessivamente marcato, accompagnato da continue variazioni di ritmo, con la batteria che accelera e decelera in modo forsennato e i riff di chitarra che irrompono con violenza. Tra le tracce da menzionare, Chapel of Ghouls, che ricrea atmosfere demoniache e si chiude con una combo finale batteria+riff devastante.

Insieme ad altri dischi dell'epoca e del genere, è un ascolto imprescindibile per chiunque voglia capire l'evoluzione del metal più estremo.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Chapel of Ghouls

Hits: Chapel of Ghouls, Maze of Torment

96
Tier 1° · Rank 76°
Cover di GRANDI SUCCESSI
41°

GRANDI SUCCESSI (2026)

Mazzariello

Pop Indie Pop

GRANDI SUCCESSI è il terzo EP del giovane cantautore napoletano Mazzariello, pseudonimo di Antonio Mazzariello.

Un disco pop di impianto piuttosto canonico, con un paio di tracce dai ritornelli immediati e cantabili — che in certi passaggi richiamano le atmosfere di Achille Lauro — e una scrittura diretta, di chiara matrice indie.

La traccia più riuscita è senza dubbio MANIFESTAZIONE D'AMORE, con cui ha partecipato a Sanremo Giovani 2025, conquistandosi un posto tra i finalisti.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: MANIFESTAZIONE D’AMORE

55
Tier 7° · Rank 316°
Cover di la ragazza che suonava il piano
42°

la ragazza che suonava il piano (2026)

Prima stanza a destra

Pop Dream Pop Elettropop

Un artista elusivo, di cui si sa pochissimo: giovanissimo, appena 22 anni, origini napoletane. Con La Ragazza Che Suonava il Piano — più un EP che un disco vero e proprio, data la lunghezza ridotta — Prima Stanza a Destra trascina dentro un mondo sonoro davvero particolare. Minimal nella sostanza, con produzioni scarne ma ricche di riferimenti, che si muovono tra elettronica, sonorità urban e acustica, con il pianoforte quasi onnipresente a fare da filo conduttore.

La voce, in falsetto continuo, si muove in un territorio ambiguo tra maschile e femminile — ricorda a tratti ThaSup, ma ripulita dagli eccessi di filtro — e contribuisce ad alimentare l'aura di mistero che circonda l'artista.

Sul piano dei testi, il disco esplora insicurezze, fragilità e relazioni con una scrittura volutamente semplice ma emotivamente efficace. Temi che sulla carta potrebbero sembrare territorio adolescenziale, ma che l’artista riesce a trattare con una sincerità tali da poter toccare chiunque, indipendentemente dall'età: “non so chi mi salverà dalle inquietudini che ho, non so chi mi salverà dalla paura.”

Un EP breve ma riuscitissimo, che lascia molta curiosità su quello che Prima Stanza a Destra potrà fare dopo.

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sognante

Miglior traccia: accanto a me

Hits: ho paura del futuro, 2 am, accanto a me

88
Tier 3° · Rank 147°
Cover di Trying Times
43°

Trying Times (2026)

James Blake

R&B Neo soul Alternative Rock Electronic Pop

La traccia di apertura — Walk Out Music — racchiude perfettamente l’essenza sonora del disco, sia in senso metaforico — un invito a uscire fuori dalla musica — sia in senso più concreto. Con questo primo progetto, il polistrumentista londinese James Blake ci introduce alla sua multidimensionalità musicale, che attraversa e supera diversi confini.

È un lavoro che si muove tra R&B e un soul elettronico, arioso, in cui i synth si intrecciano a bassi di ispirazione club, talvolta vicini a certe produzioni rap contemporanee. Trying Times riesce a essere allo stesso tempo sensuale e oscuro — come nel singolo Death of Love, che richiama per certi versi le sonorità di The Weeknd — ma anche estremamente emotivo e delicato, come in I Had a Dream She Took My Hand, che sembra quasi un sussurro di vita.

Non mancano poi momenti “pop — come Make Something Up — o più spiccatamente sperimentali, di elettronica pura, come in Rest of Your Life. Sullo sfondo — ma non per questo meno centrale — si sviluppa una scrittura distesa, priva di inutili sovrastrutture, che affronta con naturalezza temi come la vita coniugale e il dolore: “You’re the life force, I would die for, be terrified for, simplify for, and stay alive for as we go through trying times.”

Un disco da ascoltare, profondo e ricercato, che difficilmente si lascia rinchiudere in un solo genere. Senza dubbio, uno di quelli che ricorderemo tra i più significativi del 2026.

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sognante riflessivo

Miglior traccia: Death of Love

Hits: Walk Out of Music, Death of Love, Doesn’t Just Happen, Through the High Wire

98
Tier 1° · Rank 52°
Cover di Gommapiuma
44°

Gommapiuma (2021)

Giorgio Poi

Pop Indie Pop Chamber Pop

Gommapiuma è il terzo disco ufficiale di Giorgio Poi. È un disco pienamente inserito nel solco dell’indie-pop classico, sia per sonorità sia per scrittura. Non c’è nulla di particolarmente sperimentale o fuori dall’ordinario, ma il progetto risulta comunque molto curato dal punto di vista del suono — interamente autoprodotto dallo stesso Poi, che si conferma anche un polistrumentista — e presenta alcune soluzioni melodiche davvero riuscite.

Tra tutte spiccano Rococò e Giorni Felici, che entrano senza dubbio nella lista delle migliori tracce dell’artista e, probabilmente, anche tra le più riuscite del genere indie-pop in generale.

I punti che potrebbero far storcere maggiormente il naso emergono invece quando la scrittura “scade” nell’uso di immagini troppo quotidiane, che rischiano un po’ di cringiare — come accade, ad esempio, in Supermercato.

Nel complesso, resta comunque un buon disco. Nota aggiuntiva: la copertina, minimal ma molto bella, è davvero top.

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rilassato sognante

Miglior traccia: Giorni Felici

Hits: Giorni Felici, Rococò

72
Tier 5° · Rank 236°
Cover di To Whom This May Concern
45°

To Whom This May Concern (2026)

Jill Scott

R&B Neo soul Funk

Dopo ben dieci anni dall’ultimo disco, Woman, Jill Scott torna con un lavoro estremamente riuscito, apprezzabile fin dai primi ascolti.

La forza del progetto risiede nella grande capacità dell’artista di spaziare tra sonorità diverse: dal funk al blues, fino a territori più propriamente R&B/soul, come in Offadaback, senza rinunciare a incursioni hip-hop che richiamano le sonorità d’oro del genere. È il caso di Norf Side e Ode to Nikki, brano in cui, in meno di tre minuti, troviamo una delle sue caratteristiche intro in spoken word accompagnata da un’ottima strofa di Ab-Soul.

Molto interessante anche la versione dance di Right Here Right Now, che riprende il sample di Strange Days, già utilizzato dai Fatboy Slim nel 1999. Funziona e convince anche il connubio con un rapper della “nuova generazione” come JID in To B Honest, capace di inserirsi con naturalezza nel sound del disco.

Tra i brani più riusciti da citare sicuramente Be Great, insieme al trombettista Trombone Shorty, sia per l’apprezzabile funk che per il ritornello catchy.

Nel complesso, questa grande varietà musicale — sempre però coerente e identitaria — unita alla voce “black”, sensuale e calda di Jill Scott, rende questo lavoro uno dei migliori del 2026.

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sensuale giocoso

Miglior traccia: Be Great

Hits: Be Great

91
Tier 2° · Rank 119°
Cover di Lunedì
46°

Lunedì (2026)

Tutti Fenomeni

Pop Indie Pop

Lunedì è il terzo disco di Tutti Fenomeni — all'anagrafe Giorgio Guarascio — cantautore romano classe 1996. Rispetto a lavori precedenti come il primo Merce Tenebre, è un disco più pop nelle sonorità, merito anche di una produzione affidata a Giorgio Poi — eccelsa, ovviamente. La scrittura, però, non perde un grammo della sua densità.

Giorgio sembra rivolgersi all'uomo comune, quello incastrato nella routine — lavoro, relazioni ripetitive, un lunedì che ne precede inevitabilmente un altro. E lo fa con un linguaggio che abita uno spazio preciso, a metà tra il retorico e il metaforico, a volte volutamente spiccio — “non ho paura dell'amore, ho paura dell'inflazione” — a volte sorprendentemente lirico — “il mio pensiero va, veloce come un elettrone in cerca di stabilità”. Un equilibrio non scontato, che funziona.
A tratti si avverte l'eco del Battiato di Arca di Noè e La Voce del Padrone — non solo nei testi, ma anche musicalmente, come nel brano Love Is Not Enough, che di quell'eredità porta qualcosa di riconoscibile senza mai scadere nell'imitazione.

Nel complesso, Lunedì è un gran bel disco, capace di catturare l'attenzione e di non mollare la presa.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Morire vista mare

Hits: Morire vista mare, Mao, Love is Not Enough

85
Tier 3° · Rank 161°
Cover di The Romantic
47°

The Romantic (2026)

Bruno Mars

Pop Latin Contemporary R&B

Bruno Mars torna dopo dieci anni di assenza con The Romantic, e l'attesa rende il giudizio ancora più difficile da ammorbidire. Le premesse sonore erano ottime: il disco riprende le atmosfere Motown degli anni '60, a tratti mixate con sonorità latine che Mars non aveva fino ad ora esplorato. Sulla carta, un territorio fertile. Nella pratica, però, il disco fatica a mantenere la promessa - i momenti che lasciano davvero il segno sono pochi, e il resto scivola via senza imprimersi.
Le eccezioni ci sono e vanno riconosciute: “I Risk It All” è un classicone romantico la cui produzione - sospesa tra pop e musica portoricana - è magistrale. “Why You Wanna Fight” è un'altra ballad di rara pulizia. Ma due picchi non bastano a sostenere un disco intero, e The Romantic finisce per essere un ritorno contraddittorio: tecnicamente inappuntabile, emotivamente incompiuto.

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sensuale

Miglior traccia: Risk it All

Hits: Risk It All, Why You Wanna Fight

59
Tier 6° · Rank 302°
Cover di Agricolture
48°

Agricolture (2023) ✰

Agricolture

Metal Black Metal Blackgaze

Per qualcuno potrebbe sembrare rumore dall'inizio alla fine. La verità è che gli Agricolture - band post-black/blackgaze di Los Angeles - hanno saputo trasformare il rumore in estrema bellezza. Concettualmente si inseriscono in quel filone del black metal aperto dai francesi Alcest e reso popolare da quel gioiello dalla copertina rosa shocking che i Deafheaven pubblicarono nel 2013. Ma con questo disco d'esordio, gli Agricolture dimostrano di poter dire la loro in grande stile - e con una forza che lascia senza fiato.
Il disco si apre con “The Glory of the Ocean”, e il titolo è già tutto un programma: atmosfera rilassata, distesa, quasi un locus amoenus sonoro in cui ci si adagia senza resistenza. Ma quella pace viene demolita senza preavviso da un muro sonoro estremo, super distorto, con blast beat poderosi che travolgono come uno tsunami - esattamente come quella massa d'acqua che campeggia in copertina. E da lì non emergi più. Il disco è un susseguirsi di momenti estremi, catartici, estatici, che si abbattono uno dopo l'altro senza mai perdere in intensità.
Gran parte del disco è occupata da Look, diviso in tre parti, e anche qui gli Agricolture sanno sorprendere: dal giro di violino che piomba nella scena nel mezzo della Pt. 1 - un momento di bellezza quasi irreale - all'incipit devastante della Pt. 3, che riapre tutto con forza brutale. Chiude “Relier”, forse il brano più vicino al black metal classico dell'intero disco, un finale che riporta alle radici senza nulla togliere a quanto costruito prima.
Se con questo disco volevano presentarsi al mondo, beh - ci sono riusciti benissimo.

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Miglior traccia: Look, Pt. 2

Hits: The Glory of the Ocean, Look Pt.2, Look Pt. 3

100
Tier 1° · Rank 15°
Cover di COLD 2 THE TOUCH
49°

COLD 2 THE TOUCH (2026)

Angel Du$t

Punk Hardcore Punk Alternative Rock

Cold 2 The Touch - sesto disco della band di Baltimora Angel Du$t - è uno schiaffo in faccia: saltellante, energico, in continua evoluzione tra sonorità hardcore punk e momenti più rockeggianti. Un disco compatto che scorre veloce, complici i soli 27 minuti di durata e un ritmo costantemente incalzante.

Eppure non manca di respiro: momenti più distesi e melodici come Jesus Head sanno quando prendersi il loro spazio, esplodendo solo sull'assolo finale con il tempismo giusto. Tra le chicche del disco, il finale di The Knife e la martellata conclusiva di The Beat, che chiude tutto con la forza che ci si aspetta.

Per certi versi, le sonorità potrebbero evocare i giapponesi Maximum The Hormone - ma ripuliti dalle parti metalcore e dagli extrabeat.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Cold 2 The Touch

Hits: Cold 2 The Touch, The Beat

87
Tier 3° · Rank 149°
Cover di Ca$ino
50°

Ca$ino (2026)

Baby Keem

Hip-Hop/Rap Trap

Ca$ino è il secondo progetto di Baby Keem, figlioccio artistico di Kendrick Lamar. Il talento di questo ragazzo è innegabile: il disco è autoprodotto e Keem dimostra una notevole capacità di muoversi su registri diversi — dai banger trap, costruiti sugli 808 ma arricchiti da sample e suoni insoliti, a pezzi più introspettivi e riflessivi. A tenere insieme il tutto c'è un filo conduttore sonoro preciso: i suoni da casinò, le slot machine, tornano ricorrenti lungo il disco, creando coesione e rimandando ai temi del denaro e del gioco d'azzardo che affiorano in diverse tracce.

Il flow e la delivery di Keem sono solidi in entrambi i mondi che abita, senza che nulla suoni fuori posto. Eppure Ca$ino non compie del tutto il salto che potrebbe. Il problema è duplice: da un lato una certa mancanza di originalità, dall'altro un'alternanza troppo brusca tra tracce frivole — “I just spent five million on a condo and don't be at home” — e momenti di vulnerabilità genuina — “too many alcoholics around when Grandma went to jail". Il contrasto potrebbe essere una forza, ma qui finisce per rendere il disco meno coeso di quanto il suo impianto prometta.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Good Flirts

69
Tier 5° · Rank 259°
Cover di Desolation’s Flower
51°

Desolation’s Flower (2023)

Ragana

Metal Black Metal Doom Metal

Dopo diversi progetti autoprodotti, Desolation's Flower segna il primo disco sotto The Flenser per il duo black metal composto da Maria Stocke e Nicole Kurmina Gilson. In un genere storicamente a dominanza maschile, la presenza di due donne agli strumenti è già di per sé una rottura — e il disco lo conferma fin dai primi minuti. Quello che si avverte ascoltando Desolation's Flower è la sensazione di trovarsi davanti a un progetto che usa sì alcune componenti del black metal — i muri di chitarre fortemente distorte, le batterie incessanti — ma con l'obiettivo dichiarato di portarti altrove.
Le atmosfere sono cupe, i ritmi generalmente lenti, di ispirazione più doom che black, e lo scream trasuda disperazione pura. I riverberi e le distorsioni sono spinti all'estremo, al punto che certi passaggi sembrano provenire da una radio rotta — un effetto straniante e perfettamente coerente con lo spirito del disco. I momenti di grande impatto non mancano: dall'attacco della title track, che esplode dopo un inizio quasi post-rock, al crescendo della batteria nel finale di Woe, ogni picco emotivo è guadagnato.
Non è troppo azzardato il paragone con Sunbather dei Deafheaven — ma se lì dominava la luce, qui è l'ombra a fare da protagonista. Desolation's Flower è un disco magistrale.

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Miglior traccia: Woe

Hits: Desolation’s Flower, Woe

95
Tier 1° · Rank 83°
Cover di Sealed into None
52°

Sealed into None (2026)

Exxul

Metal Doom Metal Epic Metal Power Metal

Direttamente dall’undeground metal canadese, Sealed into None è il disco di esordio degli Exxul. E’ sicuramente un disco che avrà fatto saltare dalla sedia gli appassionati di un certo epic/doom metal in quanto riporta in vita una sonorità che forse andava di più a fine anni ‘80, primi anni ‘90 - stile Candlemass- e oggi si fatica a sentire.

Loro dimostrano che ancora oggi si può fare un disco (bello) di questo genere, avendo bene in mente i riferimenti cardine. Il disco è composto da sole 5 tracce, che si presentano come lunghe suite, con alternanza tra sonorità doom - più tetre e gelide - a momenti dove gli assoli di chitarra esplodono in vero epic metal.

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sognante misterioso

Miglior traccia: Blighted Deity

79
Tier 4° · Rank 199°
Cover di Do You Still Love Me?
53°

Do You Still Love Me? (2026)

Ella Mai

R&B Contemporary R&B

“Do You Still Love Me?” è il terzo disco della cantante londinese Ella Mai. Nonostante l’origine, suona come un disco R&B puramente americano. E’ un progetto concepito dopo una maternità e può essere considerato come una collezione di riflessioni intime personali. Scrittura a parte, è un disco abbastanza discontinuo: ci sono dei momenti molti emotivi e intensi, dove la produzione si fa profonda e si miscela bene con la voce di Ella - come in 100, Might Just o la più “hip-hop” Bonus - ma anche tanti brani più “anonimi” e ripetitivi che possono rendere l’ascolto complessivamente noioso. Forse con qualche traccia in meno e una durata più contenuta avrebbe reso di più. E’ un buon disco se si vuole ascoltare qualcosa di pacato, soft e tipicamente R&B.

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sensuale

Miglior traccia: 100

64
Tier 6° · Rank 286°
Cover di Gospel Music
54°

Gospel Music (2026)

Joel Ross

Jazz

Gospel Music è il quinto progetto ufficiale del vibrafonista americano Joel Ross. Il disco è una rappresentazione sonora della storia biblica e dell’esplorazione della fede.

Si possono identificare due anime ben distinte: una prima parte completamente strumentale, dove il vibrafono di Joel Ross è accompagnato “unicamente” dagli strumenti dei suoi compagni; una seconda parte dove subentrano anche voci e cori, non a dare origine ad una vera composizione “gospel” ma più per rafforzare la narrazione.

E’ un disco piuttosto lungo ma funziona molto bene come accompagnamento e sottofondo, mantenendo sempre un mood abbastanza disteso - specialmente nella seconda parte - senza eccessi.

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rilassato spirituale

Miglior traccia: Protoevangelium

70
Tier 5° · Rank 255°
Cover di A World Ablaze
55°

A World Ablaze (2026)

Nazghor

Metal Black Metal Melodic Black Metal

A World Ablaze è l’ottavo disco della band svedese Nazghor. E’ il lavoro di una band di nicchia, che celebra le proprie origini con un disco dedicato alla città di Uppsala.

Dal punto di vista musicale, ottimo lavoro: tutte i brani sono trainati da una batteria importante per esplodere verso la fine in riff di chitarra magistralmente eseguiti, rubati più al metal melodico che di vera ispirazione black. C’è infatti una trama melodica, creata propria dalle chitarre, che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il disco, facendo a volte quasi dimenticare il ritmo martellante della batteria sottostante.

Non è un progetto che sperimenta troppo e non c’è spazio a grosse contaminazioni, ma per come è suonato e prodotto risulta un disco godibile.

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misterioso trionfante

Miglior traccia: Baptized in Blood

80
Tier 4° · Rank 194°
Cover di a short history of decay
56°

a short history of decay (2026)

Nothing

Rock Alternative Rock Shoegaze Dream Pop

a short history of decay è il quinto disco ufficiale della band shoegaze americana Nothing. When I was young, life was easy: il disco si apre con questa semplice frase ma dal carattere universale, in cui molti di noi si possono rispecchiare. E questa idea di nostalgia, di rimpianto verso tempi in cui la vita scorreva diversamente e senza intoppi, si percepisce lungo tutto il disco.

E’ un progetto intimo, autobiografico, in cui il chitarrista e compositore principale Dominic Palermo racconta il suo “decadimento” emotivo, come dichiarato fin dal titolo. Musicalmente è un disco principalmente lento, con un rock soft e una voce quasi sussurrata, di rassegnazione, che però esplode in alcuni momenti più energici e prettamente shoegaze, come cannibal world o toothless coal per raggiungere il climax nelle ultime note di essential tremors.

E’ un buon progetto che richiede però diversi ascolti per essere compreso e assimilato.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: cannibal world

81
Tier 4° · Rank 192°
Cover di Carving the Causeway to the Otherworld
57°

Carving the Causeway to the Otherworld (2026)

Coscradh

Metal Death Metal Blackened Death Metal

La sensazione che si prova ascoltando questo secondo disco ufficiale dei Coscradh è quella di essere trascinati in un turbinio di malignità, con brani che nascono subito martellanti, con blast beat ripetuti, per poi esplodere i riff di chitarra “spiralici”. Il death metal da spazio a momenti e sonorità più propriamente “black”, che possono ricordare i Mayhem o in generale il black metal norvegese. La band narra di mitologia e spiritualità ispirata al mondo dell’Irlanda antica, e guida l’ascoltare verso il passaggio ad una realtà ultraterrena. Un buon disco blackened death metal che forse però si muove in un territorio già battuto, senza osare troppo nella sperimentazione.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Adhradh De Ghoac

72
Tier 5° · Rank 233°
Cover di 154
58°

154 (1979)

Wire

Punk Post-Punk

Nella lista dei dischi “post-punk” da ascoltare almeno una volta nella vita, non può mancare 154 degli Wire. Pubblicato nel 1979, è il terzo capitolo della loro prima fase creativa e mostra una band che amplia il proprio linguaggio: chitarre sempre taglienti ma più atmosferiche, ritmiche dinamiche e arrangiamenti ricchi. Brani come “Map Ref. 41°N 93°W” hanno una spinta quasi propulsiva, mentre altri episodi giocano su tensione e stratificazione più prettamente punk. Rispetto ad altri dischi del genere può essere apprezzato da chi ricerca sonorità più vicine al rock tradizionale. E’ un disco che ha però bisogno di qualche ascolto aggiuntivo per poter cogliere tutti i dettagli e le sue sfumature.

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Miglior traccia: Map Ref 41 Degress

87
Tier 3° · Rank 150°
Cover di Entertainment!
59°

Entertainment! (1979)

Gang of Four

Punk Post-Punk

Siamo di fronte ad uno dei dischi fondamentali della scena post-punk britannica di fine anni ‘70. Pubblicato nel 1979, in piena ondata post-punk post-Sex Pistols, Entertainment! nasce in un’Inghilterra attraversata da tensioni sociali e all’inizio dell’era Thatcher.

La band di Leeds inserisce nel linguaggio punk un impianto teorico esplicitamente marxista, trasformando brani come Damaged Goods e At Home He’s a Tourist in piccole dissezioni del capitalismo e delle dinamiche di consumo. Lo spirito di ribellione si percepisce chiaramente, soprattutto nella parte vocale.

A livello sonoro può risultare però meno dirompente rispetto ad altri dischi coevi o affini - pensare ad esempio a Deceit dei This Heat, dove è più facile essere scossi da una sorta di “tensione sonora”. In Entertainment! tutto è più asciutto, più controllato. Se piace il post-punk puro, ribelle, con meno contaminazioni dal rock dell’epoca, è un disco che può piacere.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Ether

74
Tier 4° · Rank 223°
Cover di Love Is Not Enough
60°

Love Is Not Enough (2026)

Converge

Punk Hardcore Punk Metalcore Sludge Metal

Love Is Not Enough è l’undicesimo album della band metalcore americana Converge.

Il disco ruota attorno alla complessità delle relazioni umane e al dolore che spesso si intreccia con l’amore, come suggerisce già il titolo. Anche dal punto di vista musicale si può leggere una divisione abbastanza netta: nella prima parte dominano tracce più aggressive, radicate nello spirito hardcore punk e metalcore; mentre nelle ultime tre o quattro canzoni il disco cambia leggermente registro, diventando più intenso ed emotivo, con brani più dilatati pur mantenendo un impatto sonoro sempre molto duro.

È interessante vedere come tematiche così intime e fragili vengano affrontate attraverso sonorità tanto abrasive. Nel complesso, non si tratta di un lavoro che rivoluziona il genere — soprattutto nei momenti più strettamente metalcore, dove risulta forse meno originale — ma è un disco che lascia intuire un certo potenziale di crescita, capace di rivelarsi sempre di più con gli ascolti.

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euforico angosciante

Miglior traccia: Force Meets Presence

Hits: Make Me Forget You, Force Meets Presence

73
Tier 5° · Rank 229°
Cover di Unknown Pleasure
61°

Unknown Pleasure (1979) ✰

Joy Division

Rock Gothic Rock Alternative Rock Post-Punk

E’ il disco di esordio dei Joy Division ed è uno di quei dischi che si trovano nelle liste dei dischi fondamentali da ascoltare. “Unknown Pleasure” segna infatti la nascita del così detto “post-punk”: atmosfere cupe, malinconiche, suono freddo e testi che parlano di alienazione, depressione e crisi di identità. E’ un disco che ha ispirato sicuramente molte band degli anni a seguire come The Cure o gli stessi Radiohead.

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Miglior traccia: New Dawn Fades

78
Tier 4° · Rank 202°
Cover di Alter Bridge
62°

Alter Bridge (2026)

Alter Bridge

Rock Hard Rock Heavy Metal

“Alter Bridge” è l’ottavo disco della band hard-rock Americana Alter Bridge. E’ un disco hard-rock/heavy metal “da manuale”: ottima tecnica, riff di chitarra potenti e una voce pulita che in alcuni casi non sfigurerebbe nemmeno in tracce power/epic metal. E’ un buon disco, con diverse tracce melodicamente piacevoli - sentire “Trust In Me” per capire il mood - e diversi momenti molto riusciti, come l’assolo finale incredibile di “Slave to Master”. Nel complesso non spicca troppo per originalità, proponendo una formula molto nota nel genere, ma rimane comunque un bell’uscita del 2026.

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trionfante

Miglior traccia: Trust In Me

Hits: Trust in Me, Slave to Master

71
Tier 5° · Rank 240°
Cover di 2014 Forest Hills Drive
63°

2014 Forest Hills Drive (2014)

J. Cole

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Il titolo dice già tutto: 2014 Forest Hills Drive è l'indirizzo della casa dove J. Cole è cresciuto a Fayetteville, nella Carolina del Nord — quella in cui ha vissuto con la madre, il fratello e il patrigno, e che ha ricomprato nel 2014, lo stesso anno in cui ha pubblicato questo disco. Non è un dettaglio decorativo: è il punto di partenza di un album che guarda indietro per capire chi si è diventati.

Terzo disco in studio, generalmente considerato il suo più riuscito — anche se, ascoltandolo dopo The Fall Off, la sensazione è che Cole abbia continuato a crescere fino all'ultimo: più conscious, flow ancora più serrato, produzioni più ambiziose. Forest Hills Drive resta comunque un disco solido, forse il momento in cui l'equilibrio tra banger e riflessione funziona meglio.

Cole ha flow, tecnica e una delle penne più precise dell'hip-hop americano contemporaneo. Il suo modo di rappare ricorda Kendrick non per il suono — i due sono artisti distinti — ma per quell'approccio che sembra una riflessione continua, un flusso di coscienza che non si ferma mai. Le produzioni sono curate, con bassi spinti e qualche accenno trap che però non scivola nel plasticoso. E la scelta di non includere nessun featuring — una mossa dichiarata — dà al disco un'unità narrativa che molti album di quel periodo non hanno.

No Role Modelz e A Tale of 2 Citiez sono i pezzi dove quella tensione tra energia fisica e profondità lirica raggiunge il punto più alto. Due brani che da soli giustificano l'ascolto.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: No Role Modelz

Hits: G.O.M.D., A Tale of 2 Citiez, No Role Modelz

88
Tier 3° · Rank 143°
Cover di Fondazione Strada
64°

Fondazione Strada (2026)

Vacca & Inoki

Hip-Hop/Rap

Dopo il dissing ed essersi evitati per anni, Vacca e Inoki fanno pace e tornano con un joint album. Poteva “puzzare” di operazione commerciale e invece hanno realizzato un disco genuino, che sembra sentito e non costruito a tavolino. Ci sono anche delle idee abbastanza originali, come il pezzo sulla storia di Vacca cantato da Inoki e viceversa quello su Inoki cantato da Vacca. I punti di forza del disco sono sicuramente i testi, tutto sommato validi, che raccontano la loro storia nel contesto del rap. Ci sono però anche evidenti punti di debolezza che non fanno totalmente apprezzare il disco, a partire dalle produzioni che non osano e i flow un pò ripetitivi.

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trionfante riflessivo

Miglior traccia: Buste di Figu

66
Tier 6° · Rank 281°
Cover di Seychelles
65°

Seychelles (1976) ✰

Masayoshi Takanaka

Jazz Fusion City Pop Funk

Seychelles è il disco d'esordio di Masayoshi Takanaka, chitarrista giapponese che con questo lavoro ha contribuito a fondare la scena jazz fusion del suo paese. Un debutto che, rispetto al suo lavoro più celebrato — The Rainbow Goblins, considerato il suo capolavoro — ha un'anima più ibrida e disinvolta.

Il jazz c'è, ma non è sempre il fulcro. Alcune tracce virano decisamente verso il city pop, come Tokyo Reggie, che è a tutti gli effetti una hit del genere: ritmo, groove, immediatezza. Altre invece sorprendono per tutt'altra ragione: Oh! Tengo Suerte ha un'anima quasi sudamericana, qualcosa che non ti aspetti da un musicista giapponese degli anni Settanta, eppure funziona in modo del tutto naturale. È proprio questa leggerezza nell'attraversare i generi senza forzature una delle qualità principali del disco.

A tenere tutto insieme è la chitarra di Takanaka: melodica, pulita, mai eccessivamente virtuosistica. Non cerca di mettersi in mostra — si incastra nella produzione e diventa la linea melodica attorno a cui ruota tutto il resto. È un approccio meno concettuale rispetto a The Rainbow Goblins, pensato più per essere ascoltato liberamente che dall'inizio alla fine.

Il risultato è un disco dal mood rilassato ed estivo, perfetto per ascolti casuali. Accoppiata ideale? Le stradine interne di Asakusa in una giornata soleggiata di primavera, o una spiaggia di Okinawa. Difficile trovare colonna sonora più adatta.

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euforico rilassato

Miglior traccia: Tokyo Reggie

Hits: Tokyo Reggie

94
Tier 2° · Rank 90°
Cover di Violator
66°

Violator (1990) ✰

Depeche Mode

Pop Synth Pop Elettropop New Wave

Violator è il settimo album dei Depeche Mode, uscito nel 1990, e il disco che li consacra definitivamente come band di caratura mondiale. Ma è soprattutto il disco in cui fanno un salto qualitativo netto rispetto a tutto quello che avevano fatto prima — e il merito è in parte del produttore Flood, che li spinse esplicitamente a usare le chitarre. Personal Jesus nasce da un giro blues di chitarra, non da un sintetizzatore, e quella scelta dice già tutto sul cambio di direzione.

L'architettura del suono è stratificata e maniacale. Tutte le canzoni sono scritte da Martin Gore — Gahan è l'interprete, Gore è l'autore e l'architetto — e la produzione, curata da Flood insieme ad Alan Wilder, costruisce ogni brano su livelli sovrapposti: il basso fa da trama costante, quasi ipnotica, e sopra si stratificano texture elettroniche, chitarre, atmosfere che si muovono tra il sensuale e la tensione senza mai esplodere davvero.

World in My Eyes è forse l'esempio più sottile di questo approccio: il ritmo cambia, sembra preparare un ritornello che sta per arrivare — e invece non arriva mai, o meglio arriva solo strumentale, senza che la voce lo risolva. È una tensione lasciata appesa, e funziona benissimo.

Oltre alle hit immortali — Personal Jesus, Enjoy the Silence — quello che rende Violator un disco davvero grande è proprio questa capacità di tenere l'ascoltatore in sospeso senza mai cedere al facile. Un capolavoro che non invecchia.

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sensuale angosciante malinconico

Miglior traccia: World in My Eyes

Hits: World in My Eyes, Enjoy The Silence, Dangerous

98
Tier 1° · Rank 56°
Cover di Disintegration
67°

Disintegration (1989) ✰

The Cure

Rock Gothic Rock Dream Pop Alternative Rock Post-Punk

Disintegration è uno di quei dischi che non ti può lasciare indifferente. Ottavo album dei Cure, 1989, e il punto in cui Robert Smith decide deliberatamente di voltare le spalle al periodo pop della band — Kiss Me Kiss Me Kiss Me aveva portato successo commerciale, hit, videoclip allegri — e tornare a qualcosa di più oscuro e personale. Smith si avvicina ai trent'anni, attraversa una fase di depressione, e tutta quella pressione finisce dentro le canzoni.

Il risultato è un disco che mantiene una tensione perenne, quasi sospesa, senza mai esplodere davvero. Non ci sono assoli, non ci sono momenti che deflagrano. C'è invece una melodia di chitarra che attraversa tutto — abbozzata, quasi trattenuta, mai eccessiva — che non fa da protagonista ma tiene tutto insieme come un filo sottile. È quel tipo di melodia che non ti accorgi di seguire finché non ti rendi conto che sei completamente dentro il disco.

La seconda parte è dove questa formula tocca i suoi vertici. Fascination Street ha un groove basso e ipnotico che trascina senza fretta. The Same Deep Water as You e Homesick sono tracce di una intensità emotiva quasi difficile da descrivere — sognanti ma pesanti, come stare sott'acqua con gli occhi aperti.
Il dettaglio più curioso è che la band ha raccontato di sessioni di registrazione tutt'altro che depresse — anzi, abbastanza sbarazzine. Eppure il disco suona come se ogni nota fosse costata qualcosa. Un capolavoro che cresce ad ogni ascolto.

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malinconico sognante angosciante

Miglior traccia: The Same Deep Water As You

Hits: Fascination Street, Prayers for Rain, The Same Deep Water As you, Pictures of You

100
Tier 1° · Rank 3°
Cover di SHAYTAN
68°

SHAYTAN (2026)

Melons & Sick Lucke

Hip-Hop/Rap Trap

“Shaytan” è un mixtape trap nato dalla collaborazione del rapper Melons con Sick Luke. Il marchio di fabbrica di Sick Luke è ben riconoscibile ma qui non troviamo proprio le sue migliori produzioni. Il timbro graffiato di Melons è interessante - può ricordare Disme - ma flow e scrittura ancora molto acerbe. Un mixtape da un ascolto e via.

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aggressivo

Miglior traccia: MARTELLARE

50
Tier 7° · Rank 321°
Cover di DREAMCRUSH
69°

DREAMCRUSH (2026)

MOL

Metal Post-Metal Blackgaze

“DREAMCRUSH” è il terzo disco della band blackgaze danese “MOL”. E’ un disco dalle sonorità molto eterogenee: parti melodiche, atmosfere sognanti alternate a momenti più carichi e vigorosi. Si sente moltissimo l’ispirazione “Deafheaven” e in particolare dei loro dischi più prettamente “shoegaze”. Non troviamo solo scream ma anche tante parti vocali pulite e in generale una componente “black” molto ridotta - in alcune tracce quasi assente. In termini di contenuto, non è un disco immediato: i testi sono evocativi, parlano per immagini e metafore, affrontando temi quali la resilienza, il confronto con se stessi e l’idea del sogno come apertura di possibilità ma anche di tensione. Nel complesso è un ottimo disco, più immediato rispetto a molte uscite blackgaze e post-black metal, grazie alla sua componente melodica più evidente. Probabilmente però può essere meno apprezzato da un pubblico più affine al black-metal “puro”. Il disco contiene comunque dei momenti davvero riusciti - come “Hud”, “Sma Forlis” o la super sognante “Favour”. Una cosa è certa: ci sono tutti i presupposti per sentire un grandissimo progetto da questo band danese nei prossimi anni.

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sognante aggressivo

Miglior traccia: Hud

Hits: Hud, Sma Forlis

84
Tier 4° · Rank 176°
Cover di The Mantle
70°

The Mantle (2002) ✰

Agalloch

Metal Black Metal Folk Metal Post-Metal Folk Black Metal

The Mantle è uno di quei dischi che quando lo ascolti, ti chiedi: cosa sto sentendo? È uno di quei dischi che trascendono davvero il genere.
Riduttivo definirlo semplicemente black metal: le componenti black ci sono, ma non sono il fulcro assoluto. Allo stesso tempo, non è nemmeno un disco folk in senso tradizionale. È un progetto dal respiro amplissimo, che si prende tutto il tempo necessario per costruire il proprio mondo sonoro e trascinarti dentro il suo concept. E’ un disco profondamente immersivo: ti porta in paesaggi desolati, in scenari naturali immensi, dove la presenza della natura è quasi fisica. C’è una dimensione contemplativa, malinconica, che va oltre la semplice etichetta metal.

Musicalmente, la chitarra acustica è centrale: crea quel ponte fondamentale tra le atmosfere folk e le esplosioni più marcatamente black e post-metal. È proprio questo equilibrio a rendere il disco così potente. Non punta sull’aggressività gratuita, ma sulla costruzione emotiva, sull’atmosfera, sulla profondità. E riesce a tenere tutto insieme grazie ad un uso sapiente di suoni ambientali, creando una esperienza di ascolto totalizzante.

È un album fondamentale perché ha dimostrato che il metal può andare oltre i suoi confini più rigidi. Che può essere evocativo, cinematografico, quasi spirituale. Richiede diversi ascolti per essere assimilato pienamente, ma ne vale assolutamente la pena. Magari per gli amanti del suono più duro e black, non è il disco della vita ma è anche grazie a un lavoro come questo che negli anni successivi è esplosa una scena blackgaze e black atmosferico di altissimo livello, con realtà come Wolves in the Throne Room, Alcest e Deafheaven che hanno raccolto e sviluppato quell’eredità. Un disco che non si limita a stare dentro un genere: lo espande.

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malinconico spirituale angosciante

Miglior traccia: Odal

95
Tier 2° · Rank 87°
Cover di The Fall-Off
71°

The Fall-Off (2026)

J. Cole

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

“The Fall-Off” è il settimo album in studio del rapper americano J.Cole. E’ un disco su cui l’artista ha creato molto hype per diverso tempo, definendolo come la sua opera magna e probabilmente come la chiusura della sua carriera. Come spesso accade per i progetti attesi a lungo, qualcuno è rimasto deluso e qualcuno invece è saltato dalla sedia. Sicuramente non si può negare il fatto che è un disco ben costruito, pensato e molto vario.

Il progetto è diviso in due parti, metaforicamente chiamate disco 29 e disco 39. Il disco 29 dovrebbe rappresentare un salto nel passato, dove J.Cole ripercorre eventi della sua vita giovanile, e lo fa adottando anche un approccio molto diretto. E’ una parte colma di hit, di banger da club, con produzioni catchy - spesso orientati alla “trap” - e un flow a mitraglia, anche se per qualche fan di vecchia data potrebbe risultare ridondante rispetto alla discografia del rapper.

La seconda parte è invece molto più introspettiva e matura. Anche qui però le produzioni rimangono impeccabili, le parole di J.Cole scorrono piacevolmente sulle basi e c’è spazio anche per qualche momento molto originale, come l’immaginare un dialogo tra 2Pac e Biggie nel brano “What if”.

Un gran punto di forza del disco sono i beat switch: nonostante sia una tecnica ormai rodata, in questo disco ci sono degli ottimi beat switch, per nulla scontati, che impreziosiscono notevolmente il sound. A parte la lunghezza - 24 brani in totale - che potrebbe spaventare l’ascoltatore non avvezzo al genere, è difficile criticare questo progetto. Sicuramente rientrerà nei migliori dischi consegnati dal 2026.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: 39 Intro

Hits: Bombs In The Village, 39 Intro, What if, WHO THE FUCK IZ U

98
Tier 1° · Rank 51°
Cover di CLAN DESTINO
72°

CLAN DESTINO (2026)

J. Lord

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Trap

Ne più ne meno di moltissimi altri dischi trap/gangsta rap che si sentono attualmente. Un peccato perché a fare rap in napoletano è fortissimo e ha una voce molto distinguibile. Ma la scelta del suono è veramente troppo banale, trita e ritrita.

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aggressivo

Miglior traccia: CRIMINALE

43
Tier 8° · Rank 327°
Cover di CHE ME NE FACCIO DEL TEMPO
73°

CHE ME NE FACCIO DEL TEMPO (2026)

Mara Sattei

Pop Alternative Rap

Ai tempi delle famose Registrazioni , Mara Sattei era una novità vera nel panorama pop/rap italiano: aveva un flow riconoscibile, un modo di stare sul beat e di alternare rap e canto che la distingueva nettamente dalla scena rap femminile di quel periodo. Funzionava tutto, e funzionava alla grande. Anche – e forse soprattutto – grazie alle produzioni del fratello Thasup, che non solo costruiva un suono fresco e personale, ma la influenzava positivamente anche nel modo di incastrare le parole.

Con Universo, il suo primo disco ufficiale, quello status lo aveva mantenuto solo a metà. In diverse tracce aveva già abbandonato quell’approccio più ibrido, più “suo”. Però c’erano ancora elementi delle Registrazioni che facevano innamorare: certe soluzioni melodiche che ricreava con la sua voce, certe metriche e flow. In questo nuovo disco, invece, quegli elementi sono praticamente spariti - l’unico brano in cui vive ancora quello spirito è niagara. Il suono si è appiattito, si è omologato ad un pop più immediato. Anche se dietro alle produzioni c’è ancora Thasup, il risultato finale suona molto più standardizzato, molto più vicino al mainstream italiano.

Anche se lato testi può aver fatto un passo in avanti, con una scrittura più diretta, comprensibile e personale - vedi il pezzo sulla madre - Mara ormai sembra una delle tante cantanti pop, e questo è il problema più grande: ha perso quella specificità che la rendeva diversa. Il talento c’è, e si sente. Ma oggi sembra incanalato in una direzione molto più sicura, molto meno rischiosa — e decisamente meno interessante.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: niagara

47
Tier 8° · Rank 322°
Cover di Quando meno me lo aspetto
74°

Quando meno me lo aspetto (2026)

Tiromancino

Pop

“Quando meno me lo aspetto” è il quattordicesimo disco dei Tiromancino. E’ un disco molto personale, che parla di momenti anche molto pesanti e tristi, vissuti, suppongo, in prima persona da Federico Zampaglione. Non è un disco pop “allegro”, è un disco molto emotivo, relativamente lento, con produzioni soft e una scrittura giustamente matura. Il difetto principale sono delle strumentali molto scarne, che non esaltano la voce di Federico e rendendo l’ascolto abbastanza “standard” per un disco pop.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Il cielo

56
Tier 7° · Rank 313°
Cover di Follow the Reaper
75°

Follow the Reaper (2000) ✰

Children of Bodom

Metal Death Metal Melodic Death Metal

Follow the Reaper è il terzo album in studio dei Children of Bodom, band finlandese, uscito nel 2000. È considerato da molti — critica inclusa — il loro disco migliore, per l'equilibrio trovato tra aggressività death metal e melodie di ispirazione power metal. Un equilibrio che all'epoca non era scontato, e che ha contribuito a definire il suono melodeath nei primi anni 2000 insieme al resto della produzione della band.

Il disco non è tra le mie prime scelte in ambito metal, ma sarebbe disonesto non riconoscerne il valore. L'epicità di certe melodie è difficile da ignorare: la title track e Kissing the Shadows sono l'esempio più diretto — riff che ti agganciano quasi subito, con una facilità che non è semplicismo ma costruzione. A rendere tutto più stratificato ci pensano assoli e tastiere impeccabili, che aggiungono una dimensione quasi cinematografica al suono senza mai appesantirlo.

È un disco che ha segnato una fase precisa del metal estremo — uno di quei lavori che si riconoscono come pietre miliari anche quando magari non sono esattamente nelle tue corde.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Kissing The Shadows

Hits: Follow the Reaper, Kissing the Shadows

85
Tier 3° · Rank 167°
Cover di Deceit
76°

Deceit (1981) ✰

This Heat

Punk Post-Punk Experimental Rock Progressive Rock

Deceit è il secondo e ultimo disco dei This Heat, band londinese attiva a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, ed è considerato uno dei lavori fondativi del post-punk sperimentale. Uscito nel 1981, è un disco che suona come se qualcuno avesse preso il punk, l'avanguardia, il krautrock e l'industrial, li avesse fatti a pezzi e rimontati secondo una logica tutta propria.

Il principio costruttivo del disco è letteralmente il collage: molte tracce nascono dalla manipolazione meccanica di nastri, da frammenti sonori sovrapposti, da ritmi spezzati e riassemblati. Paper Hats ne è l'esempio più immediato — a circa due minuti il brano cambia completamente pelle, i suoni ambientali irrompono, le percussioni si frantumano in qualcosa di difficile da classificare, e prima che tu abbia capito cosa sta succedendo sei già altrove. Non è una trovata: è una tecnica che attraversa l'intero disco. E non è un caso che anche la copertina funzioni allo stesso modo — è un montaggio costruito con ritagli di un opuscolo governativo britannico sulla sopravvivenza nucleare, assemblati a formare una maschera. Il collage visivo e quello sonoro sono la stessa cosa.

La batteria di Charles Hayward è il fulcro ritmico di tutto: in A New Kind of Water diventa la vera protagonista, con ritmi punk frammentati e ossessivi che trascinano il brano in avanti come una locomotiva fuori controllo. Il resto del gruppo costruisce attorno — chitarre, nastri, voci corali — ma è la batteria che tiene insieme i pezzi.

Dal punto di vista lirico, il disco è un documento della sua epoca: la Guerra Fredda, la paura nucleare, la critica alla manipolazione politica delle masse. Non è un disco confortante, né vuole esserlo.

Nel panorama post-punk, Deceit occupa uno spazio molto preciso: più sperimentale e destrutturato di 154 dei Wire, più costruito e concettuale di Entertainment! dei Gang of Four.

È il punto in cui il genere smette di fare i conti con il rock e comincia a fare i conti con qualcosa di più difficile da nominare. Un disco da cui partire — e da cui è difficile tornare indietro.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Cenotaph

Hits: Cenotaph, A New Kind of Water

96
Tier 1° · Rank 73°
Cover di Liturgy of Death
77°

Liturgy of Death (2026)

Mayhem

Metal Black Metal

I padri del Black Metal tornano con il loro settimo disco, “Liturgy of Death”, una sorte di concept album sulla morte. Lo stile è quello a cui la band ha abituato i fan da tempo: tecnica, riff articolati e batteria pesante e martellante. Forse un pò troppo “hi-fi” rispetto allo standard del black metal. Alla voce, Attila regala una buona performance vocale, con scream profondi e potenti. Particolarmente interessante è la chiusura della traccia finale che, con l’incursione di tamburi, ti proietta immediatamente in una specie di rito tribale - in generale lungo tutto il disco ci sono suoni “sciamanici” che evocano una atmosfera rituale. Difficilmente rientrerà nei migliori dischi del 2026, ma rimane comunque un progetto apprezzabile, non solo per il fatto che arriva da una band gigante del genere.

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spirituale aggressivo misterioso

Miglior traccia: The Sentence of Absolution

77
Tier 4° · Rank 209°
Cover di Eon of Obscenity
78°

Eon of Obscenity (2026)

Stabbing

Metal Brutal Death Metal Death Metal

E’ Incredibile pensare che la voce di questa band super brutale del Texas sia una donna, Bridget Lynch, che regala qui una performance vocale pazzesca per il genere. “Eon of Obscenity” è un ottimo disco death metal, con tutti gli elementi richiesti dal genere: aggressivo, brutale, violento in ogni sua parte. Stupire nel death metal non è facile, ma qui la band texana riesce ad inserire alcuni micro elementi - assoli accennati, ritmi sincopati, growl “animaleschi” che richiamano i Deicide dei tempi d’oro - che ti “agganciano” e rendono l’ascolto “piacevole”. Le 11 tracce del progetto sono tutte abbastanza brevi, contribuendo a creare una esperienza di ascolto che si consuma velocemente, senza portare a percepire una eccessiva pesantezza che un genere come questo può generare. In conclusione un ottimo disco per gli amanti del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Symphony of Absurdity

Hits: Symphony of Absurdity

90
Tier 2° · Rank 125°
Cover di Megadeth
79°

Megadeth (2026)

Megadeth

Metal Thrash Metal Hard Rock

Stiamo parlando di una band gigantesca, che ha scritto la storia del Trash Metal. Questo è il loro ultimo disco e non si può dire che non escono in grande stile. L’album nel complesso suona bene ma è forse è più un’operazione nostalgia che altro. Un disco per i fan storici che però nel contesto del metal attuale fondamentalmente non aggiunge nulla. Carino il remake di “Ride The Lightning” dei Metallica, che però sottolinea quanto Mustaine rivendica un pò di meriti sul successo della band, di cui ha fatto parto per un periodo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Made to Kill

62
Tier 6° · Rank 291°
Cover di Anche Gli Eroi Muoiono
80°

Anche Gli Eroi Muoiono (2026)

Kid Yugi

Hip-Hop/Rap Horrorcore

“Anche gli Eroi Muoiono” è il terzo disco in studio del rapper pugliese Kid Yugi. Il suo album precedente, i “Nomi del Diavolo”, è stato il disco che ha accesso definitivamente la curiosità su Kid Yugi, che si è imposto come uno dei pochi della nuova scena rap giovanile con grandi capacità di scrittura, in un panorama dominato dalla drill e dalla trap. Purtroppo in questo nuovo disco c’è poca evoluzione, sia sul piano della composizione musicale sia su quello lirico. Fa il suo, lo fa abbastanza bene, ma non spicca. Ripropone sostanzialmente quanto aveva già fatto con il disco precedente.
Il concept dovrebbe essere quello di raccontare disilusioni e fragilità che colpiscono anche gli “eroi” o comunque le persone di successo, quindi con evidenti autocitazioni. Il tema del successo è un tema enormemente abusato nel rap. Kid Yugi ha sicuramente dalla sua parte una grande capacità di scrittura, con numerose citazioni sia letterarie che alla cultura popolare, ma spesso sembrano più fine a se stesse che al servizio della narrazione vera e propria. Anche nelle produzioni non ci sono elementi di vera originalità e non emerge un sound “Kid Yugi”: le strumentali potrebbero essere tranquillamente utilizzate da qualsiasi altro rapper della scena attuale. Rimane quindi un disco sufficiente ma non aggiunge molto valore alla sua discografia.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Gilgamesh

60
Tier 6° · Rank 296°
Cover di Cipriani
81°

Cipriani (2026)

Lacrim

Hip-Hop/Rap Trap

“Cipriani” è il disco “italiano” del rapper francese Lacrim, nato con la collaborazione di quasi tutti i pezzi forti del rap italiano mainstream del momento. Se questo disco fosse uscito nel 2019, nel pieno del periodo “trap”, avrebbe avuto un senso. Oggi, un disco come “Cipriani” ha invece molto meno senso. Non ci sono produzioni trap che spiccano o che sappiano distinguersi da quello che già si sente nel genere. Gli ospiti fanno la loro strofetta, con i soliti testi autocelebrativi o gangsta. Lacrim è anche bravo, avendo un timbro aggressivo molto riconoscibile ma meglio ricordarlo per il suo disco omonimo del 2019 che per questo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Amori Stupidi

38
Tier 8° · Rank 331°
Cover di Affinita’ - Divergenze fra il compagno Togliatti e Noi del conseguimento della maggiore età
82°

Affinita’ - Divergenze fra il compagno Togliatti e Noi del conseguimento della maggiore età (1986) ✰

CCCP Fedeli alla Linea

Punk Post-Punk New Wave

1964/1985 Affinità-Divergenze fra il compagno Togliatti e noi — Del conseguimento della maggiore età è un titolo chilometrico che già da solo dice tutto. È preso da un documento del 1962 del Partito Comunista Cinese, una polemica diretta contro Togliatti e il PCI italiano — e i CCCP lo usano come intestazione del loro disco d'esordio con il sarcasmo tipico di chi gioca con l'ideologia senza prenderla sul serio, o forse prendendola troppo sul serio, non è mai del tutto chiaro.

Il disco è un oggetto culturale prima ancora che musicale. Il suono mescola punk, elettronica industriale e persino il ballo liscio emiliano — quella provincia piatta e comunista da cui i CCCP vengono e che raccontano con un misto di disgusto e affetto. I testi sono la parte più memorabile: Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non faccio sport da Io sto bene è uno slogan generazionale, e Valium Tavor Serenase trasforma i nomi dei tranquillanti in un ritornello. È un disco che parla di alienazione, noia, crisi esistenziale — ma con una teatralità e un sarcasmo che lo rendono difficile da catalogare.

Musicalmente non è un'esperienza travolgente, e probabilmente non vuole esserlo. Vale la pena ascoltarlo per capire cos'era il punk italiano negli anni '80 — e soprattutto per capire che in Italia il punk non suonava come altrove.

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angosciante giocoso aggressivo

Miglior traccia: Io sto bene

79
Tier 4° · Rank 201°
Cover di Remain in Light
83°

Remain in Light (1980) ✰

Talking Heads

Rock Alternative Rock Afrobeat Post-Punk New Wave

E’ veramente difficile credere che questo disco sia uscito solo nel 1980. Remain in Light è un disco incredibile, la cui forza risiede nella capacità “futuristica” del gruppo di mischiare sapientemente generi diversi: musica afrobeat - ispirata ai lavori di Fela Kuti - funk, groove e musica elettronica, in un disco che trascende completamente il concetto di “rock” tradizionale.

E’ un album che ha bisogno di un alcuni ascolti per essere assimilato e capito musicalmente, ma quando inizi ad entrare nelle sue strutture, è difficile toglierlo dalle cuffie. La produzione è affidata a Bryan Eno, che ha collaborato per diversi anni con il gruppo, ma a questo disco hanno lavorato anche diversi musicisti, primo fra tutti il chitarrista Andrew Bewel dei King Crimson.

I testi sono stati scritti in flusso di coscienza, in un momento in cui Byrne viveva un vero blocco dello scrittore, superato solo dopo un viaggio in Africa.

Disco capolavoro da ascoltare per forza.

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euforico angosciante

Miglior traccia: The Great Curve

Hits: Born Under Punches, The Great Curve, Listening Wind

100
Tier 1° · Rank 21°
Cover di Crying Laughing Loving Lying
84°

Crying Laughing Loving Lying (1972) ✰

Labi Siffre

Rock Folk Rock Folk

Crying Laughing Loving Lying è il terzo disco del cantautore britannico Labi Siffre, scritto, eseguito e prodotto interamente da lui. È un lavoro intimo e delicato, dove spesso una semplice chitarra acustica si fa bastare per dare alle parole le giuste note — e funziona, perché Siffre ha una capacità melodica rara.

Nonostante superi l'ora di durata, scorre con una leggerezza disarmante, mescolando pop, rock e folk britannica in un equilibrio che non stanca mai. My Song è il gioiellino del disco — non a caso Kanye West l'ha campionata in I Wonder su Graduation — ma It Must Be Love non è da meno: delicata, dal mood rilassato e estivo, il tipo di canzone perfetta per un giro in bicicletta in una giornata di primavera.

Un disco caldo, immediato, che non chiede nulla e restituisce molto.

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rilassato

Miglior traccia: My Song

Hits: My Song, It Must Be Love, Cannock Chase

98
Tier 1° · Rank 54°
Cover di Il sangue è pronto
85°

Il sangue è pronto (2026)

Neoprimitivi

Rock Kraut Rock Alternative Rock Ambient

I Neoprimitivi tornano subito con un secondo disco, dopo il loro esordio Orgia Mistero, pubblicato lo scorso anno. Imperterriti, continuano ad andare contro le logiche del mercato attuali, non solo per la scelta del genere ma anche per la modalità di “confezionamento del disco”: un’unica traccia lunga ben 38 minuti.

Il disco riprende il precedente e sembra farne quasi da sequel. Il suono è “mistico” e la sensazione è quella di partecipare ad un rito, al compimento di qualche atto divino. Il kraut-rock da spazio anche a fasi quasi ambient e contemplativi, per poi sfociare in momenti persino post-punk. In alcuni punti, quelli più “raccontati”, potrebbero quasi ricordare i primi CCCP.

Nonostante le ottime intenzioni, musicalmente, non è un disco che lascia troppo il segno. Potrebbe sembrare più una esperienza “one-shot” che un disco da ascolti ripetuti, sebbene qualche ascolto in più serva comunque per comprenderne meglio la struttura.

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sognante spirituale misterioso

Miglior traccia: Il sangue è pronto

70
Tier 5° · Rank 257°
Cover di Deicide
86°

Deicide (1990) ✰

Deicide

Metal Death Metal

Deicide è il disco d'esordio dell'omonima band di Tampa, Florida, uscito nel 1990, e uno dei documenti fondamentali del death metal americano — insieme a quello che stava producendo in quegli stessi anni la scena di Tampa con Morbid Angel, Obituary e Cannibal Corpse.

Il suono è brutale, velocissimo, senza respiro. La sezione ritmica di Steve Asheim macina blast beat su blast beat, i fratelli Hoffman costruiscono riff sovrapposti e caotici, e Glen Benton — bassista e vocalist — ci mette sopra una performance vocale che ancora oggi è difficile da eguagliare: growl bassissimi e scream acutissimi in doppia traccia simultanea, come se stessero cantando due versioni dello stesso demone. I testi sono intrisi di satanismo e anticristianesimo viscerale — provocatori, teatrali, al limite del grottesco, anche se lo stesso Benton ha ammesso nel tempo che c'era molta più performance che ideologia dietro.

Dead by Dawn è l'esempio più immediato di cosa sa fare questo disco: il ritornello è una ripetizione ossessiva del titolo, martellato sopra un muro di chitarre, aggressivo fino all'ipnosi. È uno di quei riff che non escono dalla testa.

L'unico possibile limite è che trenta minuti di questa intensità, senza mai allentare, possono far sembrare alcune tracce ridondanti — non perché siano deboli, ma perché il disco non concede mai un attimo di tregua. È un rischio calcolato, e per chi regge il ritmo il risultato è clamoroso.

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aggressivo

Miglior traccia: Dead by Dawn

Hits: Dead By Dawn

98
Tier 1° · Rank 63°
Cover di The Rainbow Goblins
87°

The Rainbow Goblins (1981) ✰

Masayoshi Takanaka

Jazz Fusion Funk Pop

The Rainbow Goblins è il settimo album di Masayoshi Takanaka, pubblicato nel 1981, e ancora oggi il suo lavoro più ambizioso. Non solo musicalmente: ambizioso nel senso più letterale, perché nasce da un progetto che va oltre la musica.

Il disco è ispirato all'omonimo libro illustrato dell'artista italiano Ul de Rico, che racconta la storia di sette goblin capaci di sopravvivere solo rubando i colori degli arcobaleni, e del loro viaggio verso la leggendaria Valle degli Arcobaleni. Takanaka non si limita a trarre ispirazione dalla storia — la mette in scena. Tra una traccia e l'altra compaiono brevi narrazioni in inglese che introducono i diversi atti del racconto, trasformando l'ascolto in qualcosa di teatrale, quasi un'opera per sola musica strumentale. È questo elemento che rende The Rainbow Goblins un'esperienza diversa da qualsiasi altro disco fusion: non è un album da mettere in sottofondo, richiede attenzione, richiede di essere seguito.

Musicalmente, il disco fonde jazz, funk e rock progressivo con una complessità armonica e arrangiamenti orchestrali che richiamano certa sensibilità prog inglese — strutture elaborate, passaggi che cambiano registro e densità, un senso del dramma costruito nota per nota. L'impronta giapponese rimane però riconoscibile, soprattutto nella modalità narrativa e in una certa eleganza formale che non scade mai nel virtuosismo fine a sé stesso.

Chi conosce già Seychelles troverà un Takanaka molto diverso: là il mood era immediato, pop nell'approccio, pensato per ascolti disinvolti. Qui tutto è più impegnativo, più costruito, più denso. Sono due facce dello stesso artista — e conoscerle entrambe è il modo migliore per capire davvero quanto fosse capace di muoversi.

Un ascolto consigliato a chiunque voglia approfondire Takanaka, ma anche a chi cerca nella fusion qualcosa che vada oltre il groove e abbia il coraggio di raccontare una storia.

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sognante trionfante misterioso

Miglior traccia: You Can Never Come to this Place

Hits: You Can Never Come To This Place

93
Tier 2° · Rank 96°
Cover di I Want To See Everything
88°

I Want To See Everything (2026)

Don't Turn

Metal Black Metal Folk Metal Folk Black Metal

Disco di una band abbastanza sconosciuta, di origine probabilmente slave o russe. Il disco fonde black metal a musica folk, di evidentemente provenienza “est-europa”. Ha qualcosa di interessante nella produzione ma in più punti il disco sembra riciclare le melodie. Forse l’intenzione era quello di creare una esperienza quasi “ipnotica” ma alla lunga può annoiare o si può avere la sensazione di riascoltare sempre la stessa traccia.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Women in Formaldeyde

59
Tier 6° · Rank 303°
Cover di Elevation
89°

Elevation (2026)

Enshine

Metal Melodic Death Metal

“Elevation” non è un disco indimenticabile ma nemmeno un brutto ascolto. Le sonorità sono quelle del melodic death metal, con spazio però anche ad alcuni momenti più prettamente doom o post-metal. Purtroppo la produzione non convince totalmente. Il suono sembra un po troppo overprodotto per il genere. Nel complesso, un disco che si può ascoltare qualche volta ma difficilmente rimane in loop nelle playlist.

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misterioso sognante

Miglior traccia: The Purity of Emptiness

68
Tier 6° · Rank 267°
Cover di Doppelganger
90°

Doppelganger (2026)

Peaer

Rock Indie Rock Math Rock

I Peaer sono un band indie/math rock poco nota, originaria di Brooklyn. In questo disco non inventano nulla di nuovo. Non sperimentano forme stravaganti di rock o chissà quali fusioni tra generi. Tuttavia, sono comunque riusciti a creare un disco coeso, eseguito in modo divino, con alcuni momenti davvero interessanti e travolgenti - per citarne alcuni, Just Because o Rose in My Teeth, che partono lente e raggiungono il climax finale con dei riff di chitarra “corposi”.

Il disco affronta anche un tema non banale, quello dell’accettazione dei “30 anni”, del dover entrare in una fase della vita fatta di routine e di ripetizione.

Doppelganger è un disco di ottima fattura, che forse non stravolge nulla ma comunica in maniera diretta. Un ulteriore plus è il mix di gran qualità, che rende l’esperienza di ascolto decisamente piacevole.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: Just Because

Hits: Just Because, Rose in My Teeth

89
Tier 2° · Rank 135°
Cover di Sign O’ The Times
91°

Sign O’ The Times (1987) ✰

Prince

R&B Soul Funk Contemporary R&B

Sign o' the Times è il nono album di Prince, doppio, uscito nel 1987 — e già il fatto che fosse stato concepito originariamente come triplo dice qualcosa sulla fase creativa in cui si trovava. Sedici tracce in cui fonde funk, pop, rock, soul e sperimentazione elettronica, suonando praticamente tutto da solo: ogni strumento, ogni arrangiamento, ogni voce.

Il risultato è universalmente considerato il suo capolavoro. E le ragioni ci sono: la varietà è reale, l'ambizione è evidente, e la title track in particolare è un esempio di produzione minimale quasi perfetta — quel groove spoglio e ipnotico che descrive l'America degli anni '80 con poche note e molta precisione.

Il problema è che sedici tracce di genio sono anche sedici tracce, e la quantità finisce per lavorare contro il coinvolgimento. Passata la title track, il disco scorre senza che nulla si agganci davvero — non per mancanza di qualità, ma per eccesso di materiale. È uno di quei casi in cui la grandezza è fuori discussione ma l'ascolto rimane neutro, distante. Si riconosce il capolavoro, ma non lo si sente.

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riflessivo sensuale euforico

Miglior traccia: It

77
Tier 4° · Rank 210°
Cover di The Inner Mounting Flame
92°

The Inner Mounting Flame (1971) ✰

The Mahavisnu Orchestra

Jazz Fusion Progressive Rock

The Inner Mounting Flame della Mahavishnu Orchestra è uno degli album fondamentali del fusion e del jazz in generale. Quello che colpisce subito è la chitarra di John McLaughlin: veloce, tecnicamente pulita, ma soprattutto capace di mescolarsi al tessuto jazz senza mai sovrastarlo — non si prende la scena, ci vive dentro. È una fusione rock/jazz più solida e organica rispetto ad altri dischi che giocano su territori simili, come quelli di Masayoshi Takanaka, dove la chitarra tende a farsi protagonista assoluta.

Billy Cobham alla batteria non domina ma è presenza costante e fondamentale, uno degli elementi che tiene tutto in tensione.

È un disco che mette energia senza mai diventare frenetico — il tipo di roba che riesci a goderti seduto sul divano con un whiskey in mano. Compatto, ben costruito, difficile da smettere di ascoltare.

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misterioso spirituale aggressivo

Miglior traccia: The Noonward Race

Hits: 0.5

100
Tier 1° · Rank 49°
Cover di Legacies of Human Frailty
93°

Legacies of Human Frailty (2026)

Woe

Metal Black Metal Melodic Black Metal

Uno dei tanti album black-metal nella media. A parte un paio di tracce che melodicamente possono attirare, il resto sembra già risentito, senza nessun elemento distintivo.

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aggressivo

Miglior traccia: The Justice of Gnashing Teeth

59
Tier 6° · Rank 305°
Cover di TUTTO E’ POSSIBILE
94°

TUTTO E’ POSSIBILE (2026)

Geolier

Hip-Hop/Rap

Come affermato anche in alcune interviste, con questo disco Geolier aveva l’intenzione di portare un progetto più strutturato, che non suonasse come una playlist di pezzi. Tuttavia, il risultato finale non sembra così diverso. Come sonorità, non si è spostato troppo da quelle dei progetti precedenti - basi club, trap, qualche brano più pop o più old-school. Come liriche e flow rimaniamo nella confort zone, a parte qualche sperimentazione - vedi “Facil Facil” dove rappa “sussurrando” praticamente dall’inizio alla fine. Molto bello l’omaggio reso a Pino Daniele, che apre letteralmente il disco. Il disco riconferma Geolier come uno dei rapper più forti della scena in termini di tecnica e di stile ma non aggiunge altro.

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Miglior traccia: FACIL FACIL

56
Tier 7° · Rank 314°
Cover di Don’t Be Dumb
95°

Don’t Be Dumb (2026)

A$AP Rocky

Hip-Hop/Rap Trap

Un disco atteso da tantissimo tempo, data l’assenza prolungata di A$AP nella scena. Il risultato non soddisfa le aspettative. Suona come un album “rap/trap” nella media, senza particolari picchi. Sicuramente ci sono diverse tracce piacevoli, che finiscono senza sforzo in playlist ma destinate a rimanerci molto poco. Tanta “trap” - forse troppa - tante rime sull’attitudine, qualche traccia per Rihanna e una specie di diss velato a Drake. Carina però la copertina disegnata da Tim Burton.

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giocoso trionfante

Miglior traccia: Playa

64
Tier 6° · Rank 284°
Cover di Violent Playground
96°

Violent Playground (2026)

Violent Playground

Metal Metalcore Deathcore

“Violent Playground” è un disco senza una identità precisa: metalcore, deathcore, qualche pezzo rap, mischiati senza una direzione ben precisa. Un progetto confuso, overprodotto e assolutamente dimenticabile.

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angosciante

Miglior traccia: Violent Playground

33
Tier 8° · Rank 334°
Cover di Heavy Weather
97°

Heavy Weather (1977) ✰

Weather Report

Jazz Fusion

Heavy Weather è il disco più celebre dei Weather Report e uno dei punti di riferimento assoluti della fusion jazz — il lavoro che nel 1977 consacrò definitivamente Joe Zawinul, Wayne Shorter e un giovane Jaco Pastorius. Basta Birdland, la traccia di apertura, per capire perché: un hit strumentale di sei minuti, cosa quasi impossibile per il mercato dell'epoca, costruito su un basso cantabile e ottoni sintetizzati che rimangono in testa.

Il disco unisce jazz, funk ed elettronica in composizioni stratificate e ricchissime di dettagli, tenute insieme da arrangiamenti estremamente controllati. Pastorius è chiaramente il protagonista — Teen Town, dove suona anche la batteria, è la sua carta d'identità — ma non è un disco che si mette in mostra: è levigato, preciso, pensato per scorrere. E scorre benissimo.

Il problema, almeno per chi si avvicina a questo genere cercando contrasti e momenti di rottura, è proprio questo: Heavy Weather è quasi troppo rifinito per sorprendere. Non ha quella tensione tra mondi sonori diversi che rende certi dischi fusion — penso al jazz di Takanaka, dove il city pop e la chitarra melodica creano frizioni interessanti — capaci di tenerti sveglio. È significativo che lo stesso Zawinul abbia dichiarato di preferire altri suoi lavori, come Black Market: come se il successo commerciale fosse arrivato proprio nel momento in cui la band aveva smussato i propri angoli più scomodi.

Un grande disco, senza dubbio. Ma forse più adatto a chi cerca perfezione che a chi cerca sorprese.

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euforico riflessivo sognante

Miglior traccia: Palladium

Hits: Birdland

86
Tier 3° · Rank 157°
Cover di Master of Puppets
98°

Master of Puppets (1986) ✰

Metallica

Metal Thrash Metal

Ci sono dischi che senti subito essere fuori categoria. Master of Puppets è uno di quelli: terzo album dei Metallica, 1986, e già dai primi minuti è chiaro che siamo davanti a qualcosa di diverso dal thrash metal che girava in quel momento — più costruito, più ambizioso, più pesante in senso pieno.

La title track è storia: quel ritmo che avanza compatto, si spezza, si ferma, e poi riparte come se niente fosse — è uno dei momenti più riconoscibili del metal anni '80, e funziona ancora oggi esattamente come allora. Ma il disco non si regge solo sul suo brano più famoso. Disposable Heroes è forse il pezzo meno citato del lotto, eppure è uno dei più devastanti: l'attacco di batteria iniziale è immediato e brutale, e il brano cresce con una furia che non si allenta mai. Il ritornello — you will die when I say, you must die, back to the front — è aggressivo come pochi, quasi un ordine militare scandito sopra un muro di chitarre.

A rendere tutto questo possibile c'è anche Cliff Burton, bassista della band e anima musicale di questo disco — l'ultimo che avrebbe registrato con i Metallica. Muore nel settembre del 1986, a 24 anni, in un incidente col bus durante il tour in Svezia. Sapere questo non cambia le note, ma cambia il peso di quello che si ascolta.

Un capolavoro assoluto, difficilmente stancante nonostante la complessità e la durata dei brani. Uno di quei dischi che non finisce mai di darti qualcosa.

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aggressivo riflessivo

Miglior traccia: Master of Puppets

Hits: Master of Puppets, Disposable Heroes

100
Tier 1° · Rank 36°
Cover di Illmatic
99°

Illmatic (1994) ✰

Nas

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Jazz Rap

Illmatic esce nel 1994, stesso anno in cui il rap della East Coast sta cercando una risposta al dominio del gangsta rap californiano. Nas, vent'anni, Queensbridge, ci riesce nel modo più diretto possibile: un disco di 39 minuti, nove brani, zero sprechi.

Il team di produzione è un all-star dell'hip hop newyorkese — DJ Premier, Pete Rock, Large Professor, Q-Tip — ma la scelta stilistica che li accomuna è precisa e controcorrente: beat minimali, campionamenti jazz anni '70, spazio lasciato alla voce. Non si tratta solo di sottrazione estetica: è una scelta che mette Nas al centro di tutto, costringe l'ascoltatore a stargli dietro parola per parola. E Nas regge il peso benissimo.

N.Y. State of Mind è il momento che riassume tutto: il giro di basso di DJ Premier è ipnotico, il flow di Nas ci si incastra sopra con una precisione chirurgica che sembra quasi fisica. Represent va dall'altra parte — ritornello che muove il collo e il braccio, immediato, difficile da ignorare. Due facce dello stesso disco.

Il punto è che Illmatic non ti arriva subito. Non ci sono melodie forti, ganci radiofonici, niente che ti afferri al primo ascolto. Il flow di Nas può sembrare quasi monocorde, e i primi ascolti rischiano di scivolare via. Ma quando ti sintonizzi, diventa ipnotico: un liricismo denso, immagini crude di vita nei progetti di Queensbridge, una tecnica che non perde un colpo per 39 minuti.

Un disco che cresce con chi lo ascolta — non per tutti, ma per chi gli dà il tempo che merita, uno dei vertici assoluti dell'hip hop.

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angosciante riflessivo

Miglior traccia: N.Y. State of Mind

Hits: N.Y. State of Mind, Represent

100
Tier 1° · Rank 33°
Cover di FASTLIFE 5: Audio Luxury
100°

FASTLIFE 5: Audio Luxury (2026)

Guè

Hip-Hop/Rap

Possiamo dire tranquillamente che il quinto capitolo della saga dei Fast Life è uno dei migliori dischi di Gue. Il tocco di classe arriva dalla collaborazione con uno dei migliori producer della scena hip-hop mondiale, Cookin Soul. Il risultato è un progetto dalle strumentali ricche e dettagliate, “lussuose” come vuole il titolo.

E’ un mixtape che suona veramente hip-hop e Gue rappa a regola d’arte dall’inizio alla fine, regalandoci sempre le sue perle e le sue punchline di una “ignoranza raffinata” che solo lui e pochi colleghi riescono a raggiungere. Non troviamo testi impegnati ma non è chiaramente lo scopo del disco. L’obiettivo è trasmettere il lusso, la “vita veloce” che da il titolo alla saga.

Un elemento distintivo del disco sono le innumerevoli citazioni al Giappone, che non si fermano alla superficie - nessuna barra scontata sul sushi di medusa o sulla tataki di tonno - ma confermano che quella per il paese del Sol Levante è una vera passione e ammirazione. Inoltre, è un disco che ospita dei featuring di eccezione. Oltre alla figlia Celine, che con Loquito ci regala una vera hit, non si può non citare Freddie Gibbs, con cui è riuscito a realizzare un brano dal sapore veramente americano.

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trionfante giocoso rilassato

Miglior traccia: Intro

Hits: Intro, Think About It

89
Tier 2° · Rank 134°
Cover di Ferrum Sidereum
101°

Ferrum Sidereum (2026)

Zu

Rock Progressive Rock Progressive Metal Electronic

Disco puramente strumentale, con lunghe suite che mescolano rock, progressive metal, musica elettronica. Un bel mischione che a volte cattura l’attenzione - sopratutto nelle parti più “metalliche”, che richiamano il tema generale dell’album - a volte però annoia. L’album comunque è eccessivamente lungo, oltre l’ora senza particolari cambi, interludi o qualcosa che tenga alta l’attenzione durante l’ascolto. Forse tanto concetto ma scarsa realizzazione?

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Miglior traccia: Fuoco Saturnio

69
Tier 6° · Rank 262°
Cover di Trauma
102°

Trauma (2026)

Tony Boy

Hip-Hop/Rap Trap

Tony Boy rimane super prolifico e anche ad inizio 2026 pubblica un nuovo album. Meglio rispetto ad “Uforia”, sia per le produzioni di Waraiki - magari sperimentano meno rispetto a quelle di Sadturs&KIID ma risultano più “dritte” e comprensibili - sia per le performance vocali. In questo disco, ci sono meno effetti sulla voce, meno sbiascichi o lagne. E’ un disco dalle sonorità più cupe ed emotive. Non emerge particolarmente tra le uscite dell’anno ma si merita una sufficienza.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: Ansia 162

60
Tier 6° · Rank 298°
Cover di The Velvet Underground & Nico
103°

The Velvet Underground & Nico (1967)

The Velvet Underground & Nico

Rock Art Rock Psychedelic Rock

The Velvet Underground & Nico pubblicato nel 1967, è l’album di debutto dei Velvet Underground, realizzato con la collaborazione di Nico e prodotto sotto l’egida artistica di Andy Warhol, che ne curò anche l’iconica copertina.

Registrato tra il 1966 e il 1967, il disco fu rivoluzionario per l’epoca: un rock scarno, rumoroso e minimale, attraversato da temi allora tabù come alienazione, droga, sessualità e nichilismo urbano, lontanissimo dal clima psichedelico dominante. Le sonorità mescolano proto-punk, sperimentazione e folk oscuro, con brani diventati fondamentali per l’evoluzione del rock alternativo.

Nonostante il valore storico e l’impatto enorme che ha avuto sulle generazioni successive, riascoltarlo oggi può non entusiasmare come all’epoca, fatta eccezione per alcune tracce — immortali come Sunday Morning — che restano molto forti. E’ il disco per chi è chi più attratto da un rock essenziale e spigoloso Rimane comunque un disco chiave, da comprendere più che da amare a tutti i costi.

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angosciante malinconico

Miglior traccia: Heroine

82
Tier 4° · Rank 185°
Cover di A Love Supreme
104°

A Love Supreme (1965) ✰

John Coltrane

Jazz Spiritual Jazz

A Love Supreme di John Coltrane è uscito nel 1965 per Impulse! Records ed è stato registrato in un'unica sessione il 9 dicembre 1964 al Van Gelder Studio, con il celebre quartetto completato da McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones.

È una suite in quattro movimenti che rappresenta uno dei vertici del jazz spirituale: un disco intenso, modale, a tratti ascetico, concepito da Coltrane come un atto di gratitudine e come una vera e propria preghiera in musica. Le sonorità alternano slancio improvvisativo, tensione ritmica e momenti di profonda meditazione, tracciando un percorso coerente e carico di significato.

Un disco che va ascoltato almeno una volta nella vita, al di là dei propri gusti personali.

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spirituale riflessivo trionfante

Miglior traccia: Resolution

100
Tier 1° · Rank 47°
Cover di Quaglia sovversiva
105°

Quaglia sovversiva (2025)

Marco Castello

Pop Indie Pop Folk

Quaglia Sovversiva è il terzo disco ufficiale del cantautore Marco Castello. Gli va riconosciuta una scrittura davvero interessante e personale, con una notevole capacità di costruire storie tutt'altro che banali e un uso sapiente del dialetto siciliano — la rappresentazione quasi vignettistica dell'incontro dal benzinaio in Pompe acquista un sapore tutto diverso proprio grazie al dialetto — mai ostentato o forzato.

Anche gli arrangiamenti strumentali sono molto curati, con un approccio che strizza l'occhio al jazz e al folk.

Peccato che non tutte le tracce riescano a mantenere viva l'attenzione, altrimenti sarebbe potuto essere un disco ancora più compiuto.

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Miglior traccia: Pompe

Hits: Pompe

81
Tier 4° · Rank 189°
Cover di The Dreaming Prince in Ecstasy
106°

The Dreaming Prince in Ecstasy (2025)

Lamp of Murmuur

Metal Black Metal Thrash Metal

The Dreaming Prince In Ecstasy è il quarto disco della band black metal statunitense Lamp of Murmuur. Non è sicuramente tra le migliori uscite black del 2025, ma resta comunque un lavoro discreto.

La band adotta una formula piuttosto standard per il genere, che richiama fortemente lo stile degli Emperor e, in parte, anche quello degli Immortal. C’è qualche traccia meglio riuscita, come Hategate, una lunga suite potente e melodica, arricchita da alcune variazioni interessanti. Tuttavia, il disco soffre di una presenza eccessiva di brani poco incisivi, che finiscono per farlo suonare come un lavoro black metal nella media.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Hategate

68
Tier 6° · Rank 268°
Cover di Confusion Gate
107°

Confusion Gate (2025)

Yellow Eyes

Metal Black Metal Folk Black Metal

Confusion Gate è il settimo album in studio dei Yellow Eyes, band black metal newyorkese fondata dai fratelli Will e Sam Skarstad.

È un disco che si apprezza e si consolida con gli ascolti: non è immediato, perché mescola black metal tradizionale — lo-fi, martellante e ipnotico — con sonorità folk che ne allargano considerevolmente l'orizzonte. Non solo batteria e riff, dunque, ma anche intermezzi e introduzioni con strumenti a fiato che ricreano atmosfere quasi medievali, dal sapore fiabesco. Il sassofono, suonato da Patrick Shiroishi, è presente in tre tracce Yellow Eyes e contribuisce in modo determinante a questo carattere evocativo.

Alcune intro non sfigurerebbero in una colonna sonora fantasy: quella di The Thought of Death, in particolare, è di una bellezza disarmante. Nel complesso è un disco veramente ben fatto, con melodie capaci di restare in testa a lungo.

The Thought of Death merita appunto una menzione a parte: una lunga suite con diversi cambi di ritmo e di melodia, probabilmente il punto più alto dell'intero album.

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sognante euforico

Miglior traccia: The Thought of Death

Hits: The Though of Death, A Forgotten Corridor

93
Tier 2° · Rank 99°
Cover di Sons of Spergy
108°

Sons of Spergy (2025)

Daniel Caesar

R&B Gospel Chamber Pop

Sons of Spergy di Daniel Caesar non è il classico disco che ascolti una volta e ti colpisce subito. È un album che scorre lento, senza produzioni particolarmente pompose o strutturate, e proprio per questo ha bisogno di più ascolti per essere assimilato davvero.

Non è semplice R&B: al suo interno si trovano diverse contaminazioni, dal gospel al folk, fino a sfumature di chamber pop.

Tra i temi centrali ci sono il rapporto con il padre e la fede, trattati con un approccio molto intimo.

Nel complesso, è un buon disco se si cerca qualcosa di rilassato, senza pretese e lontano da sonorità troppo pompose.

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riflessivo rilassato

Miglior traccia: Root of all Evil

77
Tier 4° · Rank 211°
Cover di Creuza de ma
109°

Creuza de ma (1984) ✰

Fabrizio De André

Folk World Music Cantautorato

Crêuza de mä è un disco che inizia già con una scommessa: De André decide di cantare tutto in genovese stretto, una lingua che non capisce quasi nessuno fuori dal capoluogo ligure. Ci riesce, insieme a Mauro Pagani — ex PFM, musicista e ricercatore instancabile di sonorità mediterranee — costruendo un concept album sul Mediterraneo come crocevia di storie e popoli: marinai, prostitute, esattori delle tasse, capitani di ventura — la gente del porto, quella che non finisce mai nei libri di storia. Il dialetto non è un limite: si fa suono, si fa musica, si dissolve negli arrangiamenti etnici di Pagani fino a diventare quasi una lingua ancestrale.

Ogni canzone ha una sua identità precisa. La title track apre con un'atmosfera dimessa e marina, quasi una nenia da osteria di porto. Jamin-a vira verso sonorità arabe più dense, con l'oud in primo piano. Poi arriva Sidún — e cambia tutto: comincia con applausi in sottofondo, come se si alzasse il sipario su un documentario di guerra. È il brano più cinematografico del disco, ambientato durante il conflitto in Libano del 1982, e ha una pesantezza emotiva che rimane addosso.

Non è un disco facile, ma è più accessibile di altri lavori concettuali di De André — più di La Buona Novella, per intenderci. Musicalmente è piacevole anche al primo ascolto, ma è col tempo che rivela la sua profondità. Un capolavoro che suona ancora fresco oggi come allora.

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malinconico misterioso riflessivo

Miglior traccia: Creuza de ma

Hits: Creuza de ma

95
Tier 1° · Rank 80°
Cover di Arbeit Macht Frei
110°

Arbeit Macht Frei (1971) ✰

Area

Rock Progressive Rock Art Rock Jazz

Arbeit Macht Frei — il motto affisso all'ingresso dei campi di concentramento nazisti, "il lavoro rende liberi" — è il primo disco in studio degli Area, uno dei gruppi fondamentali del rock progressivo italiano.

È un disco che disorienta fin dai primi secondi: Luglio, Agosto, Settembre (Nero) apre con un'intro in arabo e una melodia che attacca in modo così obliquo da non capire subito di fronte a cosa ci si trovi. È tutto così — strutture non convenzionali, rock progressivo che si mescola al free jazz e all'elettronica in modi che all'epoca non si erano ancora sentiti, e probabilmente nemmeno dopo.

A tenere insieme il caos c'è la voce di Demetrio Stratos: epica, potente, con un tono che a tratti ricorda quasi un musical — qualcosa di grandioso e teatrale che stride con le sonorità sperimentali del resto, e funziona benissimo proprio per questo. Breve ma trascinante. Un capolavoro del progressive italiano.

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misterioso angosciante aggressivo

Miglior traccia: Luglio, agosto, settembre

96
Tier 1° · Rank 77°
Cover di Scapulimacy
111°

Scapulimacy (2025)

Hedonist

Metal Death Metal Brutal Death Metal

Scapulimancy è l'album di debutto degli HEDONIST, band death metal canadese.

Non inventano nulla di nuovo — la formula è già collaudata — ma la applicano a regola d'arte. Il risultato è un progetto che suona benissimo: violento, aggressivo, martellante, con qualche momento qua e là che devia dallo standard del genere.

L'album è inoltre abbastanza breve, il che lo rende scorrevole e mai noioso. Sicuramente una band da tenere d'occhio.

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aggressivo

Miglior traccia: EXECUTION WHEEL

87
Tier 3° · Rank 154°
Cover di Labyrinthine
112°

Labyrinthine (2025)

Faetooth

Metal Doom Metal Shoegaze Doomgaze

Faetooth è un trio tutto al femminile di Los Angeles e con “Labyrinthine” firmano uno dei progetti metal più interessanti dell’anno. E’ un disco che richiede più ascolti per essere assimilato, ma quando lo si comprende arriva tutta la sua forza e bellezza. Non è un semplice disco doom metal. Nelle sue atmosfere distese, malinconiche ed eteree, si possono trovare forti influenze, dal post-metal allo shoegaze. Un tratto distintivo del suono di “Labyrinthine” è la crescente energia: molte tracce partono lente, con la batteria che scandisce tempi prolungati, quasi sospesi, ma con chitarra e basso già ruggenti ; poi quasi tutti i brani - e nel complesso anche l’album di per sé - “crescono” come in un climax estremo. Chitarra e basso diventano più brutali e distorti, la batteria parte alla carica. Il ritmo si fa più incalzante e arriva tutta la potenza del loro suono. Il disco ha anche un concept interessante, quello di perdersi in un labirinto mentale e di esplorare i propri ricordi per comprendersi. Tra tutte le tracce, spicca “Hole”, un brano capolavoro dalla crescente carica emotiva, che sul finale esplode in uno dei moment metal più riusciti degli ultimi anni.

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malinconico sognante aggressivo

Miglior traccia: Hole

Hits: Hole

97
Tier 1° · Rank 68°
Cover di Something Beatiful
113°

Something Beatiful (2025)

Miley Cyrus

Pop Progressive Pop Art Rock

Arrivata al nona disco ufficiale, con Something Beautiful Miley Cyrus ha fatto veramente un salto netto in avanti. Invece di imboccare la strada del classico disco pop radiofonico, ha stupito tutti con un progetto musicalmente molto più ricercato: rimane la sua impronta da popstar nelle parti vocali, ma la produzione è tutto fuorché pop.

In questo disco c'è davvera tanta sperimentazione, dal synth-pop, al rock psichedelico, unito ad un uso sapiente dell'elettronica. Sul piano lirico, l’artista affronta temi come la fama e la guarigione dai traumi, con molti riferimenti personali e legati ad una sua rinascita personale.

Tra i momenti più riusciti, Walk of Fame, con riflessioni sincere sul peso della celebrità — "it's a walk of fame, and through the tears, I can see it so clear" — su una produzione dinamica e sognante, e il ritornello struggente di Golden Burning Sun.

Something Beautiful è davvero un ottimo disco, e fa capire quanta strada abbia fatto Miley Cyrus dai tempi di Hannah Montana.

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sognante

Miglior traccia: Walk of Fame (feat. Brittany Howard)

Hits: Golden Burning Sun, Walk of Fame

92
Tier 2° · Rank 106°
Cover di ERA L’INIZIO
114°

ERA L’INIZIO (2025)

Emma (Alessandro)

Pop Indie Pop Indietronica

“Emma” è il nome d’arte di Alessandro Muscogiuri, cantautore nato in Germania ma di origini pugliesi. È un artista molto particolare: questo disco, come altri suoi lavori, è stato prodotto interamente nella sua cameretta, senza il supporto di uno studio.

Il risultato è un progetto estremamente intimo, che ruota attorno alle sue fragilità emotive e psicologiche. Musicalmente è interessante, ma spesso difficile da decifrare: l’elettronica è spinta e onnipresente, ma anche destrutturata e poco lineare. A tratti lascia spazio a momenti più “pop” in senso classico, pur mantenendo sempre un tappeto sonoro fortemente legato all’elettronica.

Può risultare — per alcuni, me compreso — un disco dal basso replay value, ma resta comunque un ascolto che incuriosisce per l’approccio.

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misterioso riflessivo

Miglior traccia: !!!Non Sto Meglio!!!!!!

71
Tier 5° · Rank 242°
Cover di Strade di Città
115°

Strade di Città (1993) ✰

Articolo 31

Hip-Hop/Rap Funk

Strade di Città è il disco d'esordio degli Articolo 31, uscito nel 1993, in un momento in cui il rap italiano doveva ancora consolidarsi come scena. Due ragazzi della provincia di Milano — J-Ax e DJ Jad — portano un suono che guarda chiaramente all'hip-hop americano, con un predominante spirito funk e una maestria negli scratch di Jad che è uno degli elementi più riusciti del disco.

È un album più intellettuale che trascinante. Rientra in quel filone del rap italiano dove la narrazione della società è predominante e la tecnica è al servizio di quella — emotivamente colpisce meno, ma ha una solidità e una coerenza di intenti che si sente. J-Ax dimostra già qui di saper fare entrambe le cose: rappare con rime precise e raccontare. I temi spaziano dalla vita di strada — non alla maniera gangsta, ma come osservazione urbana — alla denuncia della censura e alla libertà di parola.

Il nome stesso del gruppo non è casuale: Articolo 31 richiama l'articolo della Costituzione irlandese sulla libertà di espressione nei media, e Fotti la Censura è la traccia più diretta su questo fronte. Pifferaio Magico è forse la più interessante del disco: una favola politica costruita su un racconto che cresce strofa dopo strofa, dove la metafora funziona meglio di molte denunce esplicite.

La traccia più famosa è Tocca Qui — rime ambigue che alludono al sesso, il brano trainante commercialmente — che è anche la meno interessante del lotto. È un po' il destino di certi dischi: il pezzo più accessibile prende tutto lo spazio e oscura il resto.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Strade di Città

83
Tier 4° · Rank 181°
Cover di Machine Head
116°

Machine Head (1972) ✰

Deep Purple

Metal Heavy Metal Hard Rock

Machine Head è il sesto album in studio dei Deep Purple e uno di quei dischi che hanno segnato l'evoluzione dell'hard rock e gli albori dell'heavy metal — un ascolto categorico.

Breve, appena 38 minuti registrati in poche settimane, ma intenso e mai noioso. Il suono è volutamente grezzo, urgente, come se la band avesse voluto catturare qualcosa di vivo prima che svanisse. Smoke on the Water è qui, con il riff più iconico della storia del rock, ma i brani meno celebri riservano spesso le sorprese migliori — l'ingresso della batteria in Pictures of Home è trionfale, difficile da dimenticare.

Quello che colpisce davvero però non sono i singoli riff, ma la coesione del disco nel suo insieme: chitarra, basso, organo, voce — una voce che sa essere melodica e immediata senza scadere nel pop — tutto si muove compatto, senza sbavature.

Un disco che forse non rimane in loop per sempre, ma che ogni volta che si rimette su suona esattamente come deve.

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aggressivo trionfante giocoso

Miglior traccia: Pictures of Home

Hits: Pictures of Home, Smoke on The Water

95
Tier 1° · Rank 82°
Cover di Elsewhere
117°

Elsewhere (2025)

Gemitaiz

Hip-Hop/Rap

Elsewhere è il quinto disco in studio di Gemitaiz. Rispetto ad altri suoi lavori, qui ha fatto un lavoro più completo sugli arrangiamenti, che deviano leggermente dallo standard del genere nel panorama italiano attuale.

Le produzioni sono infatti più ricche e stratificate del solito. Quelle firmate da Mace lo riconfermano come uno dei producer più forti del momento — il flauto dalle ispirazioni indiane in Flowman è un tocco di classe.

A livello lirico non si registra una grossa evoluzione, ma va bene così: Gem è sempre riuscito a essere allo stesso tempo tecnico, espressivo e intimo — a modo suo — fin dai primi lavori, e qui si riconferma.

Nel complesso, un progetto costruito con cura, con diverse tracce che si apprezzano e crescono con gli ascolti.

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Miglior traccia: Flowman

Hits: Flowman

82
Tier 4° · Rank 186°
Cover di Essex Honey
118°

Essex Honey (2025)

Blood Orange

R&B Alternative Indie Pop

Blood Orange è uno degli artisti inglesi più interessanti del momento. La sua proposta musicale è raffinata e atipica: una fusione di R&B e pop urban che si muove su un tappeto sonoro molto più elettronico, intimo e alternativo rispetto agli standard del genere.
”Essex Honey” è un progetto che punta più sulle atmosfere che sulla forma-canzone tradizionale: produzioni delicate, stratificate, e una voce tenue, quasi sussurrata - alla Frank Ocean - che accompagna l’ascoltatore in modo discreto ma costante.
L’album scorre in maniera naturale, senza mai risultare pesante, e cresce ascolto dopo ascolto, rivelando sfumature emotive sempre nuove. Al centro c’è il tema della “casa”, intesa non solo come luogo fisico ma come spazio emotivo e mentale, affrontato dall’artista dopo il lutto della madre. È un lavoro profondamente introspettivo, attraversato da un senso di perdita, memoria e riconnessione con le proprie radici.
Per certi versi può ricordare un Venerus italiano, soprattutto per l’approccio intimo e la sensibilità melodica, ma Blood Orange si distingue per una concezione del suono più complessa e stratificata, quasi cinematografica, che rende “Essex Honey” un ascolto raccolto, personale e silenziosamente potente.

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sensuale riflessivo

Miglior traccia: Mind Loaded

Hits: Mind Loaded, The Last of England

96
Tier 1° · Rank 74°
Cover di Avalon
119°

Avalon (2025)

Seraphine Noir

Jazz Electronic

Avalon è un disco particolarissimo: jazz/fusion sperimentale a vocazione elettronica. Diciotto minuti di flusso musicale ininterrotto, in cui le sonorità jazz si intrecciano con una produzione profondamente elettronica - evidente tanto nelle texture sintetiche quanto nel trattamento dei bassi, densi e profondi. Un progetto da ascoltare per chi vuole esplorare le derive più sperimentali della musica contemporanea.

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spirituale misterioso

Miglior traccia: Iman

95
Tier 2° · Rank 85°
Cover di GLORIA
120°

GLORIA (2025)

Paky

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap

Paky arriva da un esordio fortissimo, Salvatore, dove aveva trovato l'equilibrio giusto tra pezzi banger — puro gangsta rap senza fronzoli — e momenti più introspettivi. Con questo nuovo disco ha cercato di replicare quella formula senza una grossa evoluzione, il che non è necessariamente un male.

La prima parte dell'album lo dimostra: tanti banger perfettamente nel suo stile, pezzi che gasano se il genere ti appartiene. Nella seconda parte decide invece di accompagnarsi a nomi della scena pop femminile che difficilmente si accosterebbero a lui, con risultati alterni. Il feat più inaspettato — con Alessandra Amoroso — si rivela però uno dei più riusciti: la sua voce melodica sul ritornello contrasta benissimo con una strumentale cupa, mentre Paky rimane fedele a se stesso nelle strofe senza snaturarsi.

Un plauso anche alla strofa di Yugi, sopraffina per flow e precisione metrica.
Nel complesso, un disco che si avvicina per livello a Salvatore, ma a cui manca l'effetto sorpresa dell'esordio — e quell'assenza si sente.

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angosciante riflessivo aggressivo

Miglior traccia: Dio Non C’è (feat. Alessandra Amoroso)

Hits: Dio Non C’è, Cattivo Esempio

67
Tier 6° · Rank 275°
Cover di Musica Triste
121°

Musica Triste (2025)

Emis Killa

Hip-Hop/Rap

Musica Triste, sesto disco in studio di Emis Killa, è un lavoro su cui si potevano nutrire aspettative molto basse, viste le ultime uscite dell'artista. È invece un disco tutto sommato riuscito.

C'è una certa varietà nelle produzioni, da pezzi più banger trap a pezzi più old-school o con un'anima più pop. Ma quello che colpisce maggiormente è il lavoro sui ritornelli: l'approccio è decisamente più hip-hop, e Emis sembra aver abbandonato il vizietto di scimmiottare le linee melodiche dei colleghi più giovani — Lazza su tutti.

Molti brani nascono chiaramente da riflessioni personali più sentite, come la title track, che è una sincera autoanalisi e disamina del proprio percorso artistico. Molto apprezzato anche il remake di Phrate dei Club Dogo — un omaggio che non suona né nostalgico né forzato.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Musica Triste

Hits: Musica Triste

68
Tier 6° · Rank 266°
Cover di FUNNY GAMES
122°

FUNNY GAMES (2025)

Noyz Narcos

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Trap

Settimo disco in studio per il rapper romano, Funny Games partiva già con aspettative abbastanza alte: sia per il font del titolo che riprende il logo dei Death, sia per la copertina palesemente ispirata a Non Dormire, il suo disco d'esordio e uno dei lavori più importanti del rap italiano. La speranza era quindi quella di sentire di nuovo un progetto veramente horrorcore, o magari qualche campionamento di brani storici del death metal. Invece non troviamo nulla di tutto ciò.

C'è sicuramente un lavoro certosino sulle produzioni da parte di Sine, che cerca in qualche modo di ricreare atmosfere cupe, dark e horror, ma sempre con un filtro trap spesso molto evidente. Noyz dimostra comunque di essere un fuoriclasse, portando in campo le sue doti migliori: citazionismo estremo — Narcos Noyz rap / Slayer, the top / player / Esco sempre ad Halloween come Michael Myers — slang e tutta la romanità che lo contraddistingue.

Il problema del disco è che fatica a lasciarti qualcosa oltre a qualche traccia banger: pochi argomenti, o comunque spesso sepolti sotto troppe citazioni.

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aggressivo

Miglior traccia: Funny Games

71
Tier 5° · Rank 243°
Cover di EUSEXUA Afterglow
123°

EUSEXUA Afterglow (2025)

FKA twigs

Pop Avant-Pop Experimental Pop Electronic

Questo Afterglow probabilmente, nelle intenzioni iniziali, doveva essere una versione deluxe di Eusexua, uno dei progetti più interessanti emersi nel 2025. FKA twigs ha invece scelto di pubblicarlo come un vero e proprio secondo album.

Già il primo capitolo si era distinto per la forte componente sperimentale nei beat e per la capacità dell’artista di raccontare il proprio lato più intimo. In questo seguito, la ricerca musicale si spinge ancora oltre, grazie a produzioni e soluzioni sonore particolarmente ricercate.

È da Sushi in poi che il disco prende davvero quota, trasportando l’ascoltatore in una dimensione altra, con tracce che si allontanano dalle strutture convenzionali della canzone pop.

Se ti piace l’elettronica e il modo in cui può contaminare il pop, questo è il disco giusto.

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sensuale

Miglior traccia: Lost All My Friends

Hits: Lost All My Friends

85
Tier 3° · Rank 166°
Cover di Do Not Disturb
124°

Do Not Disturb (2025)

Young Miko

Hip-Hop/Rap Trap Latin

Do Not Disturb è il secondo album in studio di Young Miko, una delle rapper portoricane più in vista della scena latin trap del momento. Il disco si muove interamente dentro i confini del genere, senza mai spingersi oltre — una scelta che accontenta i fan ma lascia poco spazio a sorprese.

Ci sono alcuni brani riusciti melodicamente, come Sexo de Moteles, e altri che aprono verso sonorità più reggaeton, come Dosis, dove il suo flow scorrevole rende tutto più naturale.

Il problema è che il disco si spiega in due o tre tracce: il resto è una riproposizione continua dello stesso sound, senza variazioni che tengano alta l'attenzione. Per un secondo album, ci si poteva aspettare qualche rischio in più.

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rilassato euforico

Miglior traccia: Dosis

Hits: Dosis

55
Tier 7° · Rank 315°
Cover di Speriamo
125°

Speriamo (2025)

Venerus

Pop Contemporary R&B Indie Pop

Speriamo è il terzo album in studio di Venerus. Nel suo percorso artistico Venerus è riuscito più volte a sorprendere, distinguendosi come una voce “pop” fuori dagli schemi del panorama italiano, anche grazie alla capacità di recuperare elementi della canzone d’autore e rileggerli in chiave urban moderna — Sei Acqua, nel progetto precedente, ne era forse la sintesi perfetta.

In questo disco si percepisce invece una deriva più vicina al pop tradizionale, con una certa semplificazione anche nei beat. Liricamente però resta il Venerus di sempre: grande sensibilità, una dolcezza quasi “femminile”, ma mai forzata o costruita.

Nel complesso è un album piacevole, che in alcuni momenti riesce davvero a colpire. La chiave, ad esempio, ha una melodia nel ritornello molto riuscita, mentre Felini con Marco Castello — una sorta di “canzonetta” accompagnata da una chitarra acustica — dà proprio la sensazione di essere seduti attorno a un falò sulla spiaggia insieme a loro. Un minimalismo che però riesce a trasmettere tutta l’emotività necessaria.

Se non fosse per qualche passaggio un po’ più debole sul piano musicale, avrebbe potuto essere un altro piccolo capolavoro.

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sensuale rilassato riflessivo

Miglior traccia: La chiave

Hits: La chiave, Felini

72
Tier 5° · Rank 232°
Cover di Lord of Two Horns
126°

Lord of Two Horns (2025)

Drawn and Quartered

Metal Death Metal

Lord of Two Horns è un disco di nicchia dei Drawn and Quartered, band attiva sulla scena da diversi anni.Non è un lavoro particolarmente innovativo: death metal brutale senza compromessi, che si inserisce chiaramente nella scia dei grandi del genere, come i Morbid Angel. Però lo fanno talmente bene, in modo così “da manuale”, da risultare comunque molto efficaci.

Se si cercano 30 e passa minuti di suono violento, aggressivo, quasi da tortura, questo è decisamente il disco giusto.

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aggressivo

Miglior traccia: Lord of Two Horns

Hits: Lord of Two Horns, Grimoire of Blood

82
Tier 4° · Rank 187°
Cover di Latte in Polvere
127°

Latte in Polvere (2025)

Papa V & Night Skinny

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Coca Rap Trap

Latte in Polvere è il disco giusto se si vuole rap volgarissimo, scorretto e coca-centrico — prendere o lasciare. Le basi trap sfondano i bassi e Night Skinny, rispetto ad uscite recenti, riesce nell'obiettivo di cucire attorno a Papa V il suono giusto: trap più diretta ma anche più stratificata, che lascia spazio alla grana vocale di Papa V senza sovrastarlo.

Bisogna però essere preparati a un linguaggio gratuitamente scorretto, che non cerca di impressionare tecnicamente ma di costruire la barra più rozza possibile — e qui è meglio non citare esempi.

I featuring si allineano a Papa V, ad eccezione di quello con Bresh: in un progetto tutto coca e mignotte, portarsi un po' troppo sul serio stona leggermente.

Nel complesso, un progetto che fa esattamente quello che promette — e se lo cerchi, ti diverte.

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giocoso aggressivo

Miglior traccia: Tic Tic Tac

Hits: Tic Tic Tac, Mossa Strepitosa (feat. Kid Yugi), Pura Purissima (feat. Nerissima Serpe)

68
Tier 6° · Rank 264°
Cover di Non Dormire
128°

Non Dormire (2005) ✰

Noyz Narcos

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Horrorcore

Non Dormire esce nel luglio 2005 ed è senza dubbio uno dei dischi fondamentali del rap italiano — e in particolare della scena romana — e può stare tranquillamente accanto a pietre miliari come Mr. Simpatia o Mi Fist. Con questo esordio solista Noyz si fa riconoscere subito come un rapper originalissimo: attinge a un immaginario preciso e coerente, quello dell'horror e del culto della morte, e lo porta nel rap romano con una naturalezza che nessuno aveva avuto prima di lui.

Rime crude, spietate, flow violenti e produzioni incalzanti — beat che spesso mescolano hip hop con campionamenti da film di serie B e sonorità quasi metalliche. A completare il quadro, la presenza costante del TruceKlan: la crew di Noyz attraversa il disco come un collettivo compatto, descrivendo insieme a lui la vita delle strade romane, fatta di violenza e droga dilagante. Un album manifesto nel senso più pieno del termine.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Verano Zombie, con quell'attacco di basso che ti aggancia subito e un ritornello diventato iconico — “Io vendicherò il mio crew / beo rum / fumo crack / faccio rap / in the panchine Truceklan va forte”. Poi la title track, con un campionamento iniziale R&B — chissà qual è? — e l'ingresso di Noyz da anthem puro. E White Gangasta, un altro momento che dimostra la varietà all'interno di un disco che non allenta mai la pressione.

Non Dormire è ancora oggi una delle massime espressioni del rap romano e dell'horrorcore italiano. Nessuno ai suoi livelli.

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aggressivo angosciante

Miglior traccia: Verano Zombie

Hits: Verano Zombie, Non Dormire

100
Tier 1° · Rank 40°
Cover di LUX
129°

LUX (2025) ✰

Rosalia

Pop Classical

LUX è il tipo di disco che ti costringe a ricalibrare le aspettative su cosa può essere il pop nel 2025. Con questo progetto, Rosalìa prende le distanze in modo netto da MOTOMAMI e abbandona praticamente del tutto le sonorità latine e reggaeton per spingersi verso un'idea di pop "universale": un'opera monumentale, costruita su arrangiamenti sinfonici e su un'estetica molto più spirituale e contemplativa.

A conferire un’ulteriore dimensione cinematica e imponente, c’è persino la presenza della London Symphony Orchestra. L'album è articolato in quattro movimenti ed è cantato in tredici lingue diverse, scelta che ne rafforza il respiro globale. Nei testi affiorano temi di fede, trascendenza e metamorfosi, con riferimenti alla mistica e alla spiritualità.

Tra i momenti più riusciti, La Yugular, con un climax lirico sul finale — "un pais cabe en una astilla, una astilla occupa la galaxe intera, la galaxe intera cabe en una goto de saliva" — il momento quasi catartico di Mio Cristo Piange Diamanti o la chiusura di Magnolias, che suona come un requiem.

Si può non empatizzare del tutto con i contenuti, ma è impossibile negare il coraggio di Rosalía nel deviare così radicalmente dal proprio percorso, né la maestria con cui riesce a orchestrare un progetto di questa portata.

Non sarà un'opera senza difetti — alcune scelte possono risultare ostiche o eccessivamente ambiziose — ma ci si avvicina parecchio.

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spirituale

Miglior traccia: La Yugular

Hits: Reliqua, Magnolias, La Yugular, Mio Cristo Piange Diamanti

93
Tier 2° · Rank 94°
Cover di La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti
130°

La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti (2025)

irossa

Rock Art Rock Contemporary Jazz

Questo disco dal titolo improbabile è il secondo progetto degli irossa. È un lavoro che richiede più ascolti per essere apprezzato fino in fondo.

Si muove tra alternative rock e suggestioni jazz, con innesti post-punk che gli danno un’identità abbastanza precisa e personale. A tratti ricordano i britannici Maruja, soprattutto per l’uso espressivo del sassofono, sempre ben integrato nel tessuto sonoro.


Un gruppo decisamente interessante, da tenere d’occhio per le prossime uscite. Menzione particolare per le tue dita ferme: l’esplosione sonora finale è davvero qualcosa di notevole, musicalmente parlando.

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giocoso sognante

Miglior traccia: Le tue dita ferme

Hits: Le tue dita ferme

75
Tier 4° · Rank 220°
Cover di Orbit Orbit
131°

Orbit Orbit (2025)

Caparezza

Hip-Hop/Rap Alternative Rap

Chi mi conosce sa che non sono un fan di Caparezza — eppure è impossibile ignorare la completezza e la maturità artistica dietro questo progetto.

Orbit Orbit è un concept album in cui l'artiste si racconta attraverso un espediente narrativo curioso: diventa il protagonista di un fumetto — pubblicato insieme al disco — che lo vede esplorare lo spazio e le sue stranezze. La connessione personale con il fumetto, che insieme alla musica gli ha salvato la vita, è fortissima, e affiora in una delle tracce migliori del disco, A Comic Book Saved My Life"vado dritto per la mia strada tra bulli e cazzoti, / sono un moccioso tra le merde, infatto sembro Arale / o una fusione di Mafalda con il puffo quattrocchi" — versi che restituiscono con ironia e tenerezza l'immagine del bambino diverso che trova un rifugio.

Il suono è compatto e ben curato, le tracce scorrono senza intoppi, alternando momenti più elettronici ad altri decisamente più emotivi e personali.

Nel complesso, un ottimo album rap che arricchisce davvero le uscite dell'anno.

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spirituale sognante

Miglior traccia: A comic book saved my life

Hits: A comic book saved my life

87
Tier 3° · Rank 151°
Cover di Metagonism
132°

Metagonism (2025)

Kakothanasy

Metal Death Metal Brutal Death Metal Goregrind

Metagonism dei Kakothanasy è un album che colpisce, ma decisamente non per tutti. È brutale fino all’eccesso, con una voce gutturale profondissima che rende praticamente impossibile distinguere anche una sola parola.

Allo stesso tempo, però, il suono è sorprendentemente tecnico e pulito: batteria serrata e riff potenti riescono a mantenere un equilibrio interessante tra caos e precisione.

Dietro questa furia sonora si intravedono anche temi più profondi, suggeriti dai titoli lunghi e criptici dei brani: evoluzione, sofferenza, biologia e trasformazione, trattati in modo astratto, quasi cosmico.

In poche parole, un disco death metal notevole, capace di unire violenza sonora e una certa profondità concettuale.

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spirituale aggressivo

Miglior traccia: The Hard Problem of Targeting An Irrefutable Endogenous Transmission In A Somatic Compound

Hits: 0

74
Tier 4° · Rank 226°
Cover di Hustle Mixtape Vol. 2
133°

Hustle Mixtape Vol. 2 (2025)

Capo Plaza

Hip-Hop/Rap Trap

Hustle Mixtape Vol. 2 è un disco di cui non sentivamo il bisogno. Capo Plaza confeziona qualche banger trap anche ben prodotto, ma il progetto non aggiunge nulla di nuovo a un genere che in Italia inizia a girare su se stesso. Anche sul piano tecnico — flow, metriche, approccio al microfono — non c'è nulla che sorprenda o che rimanga impresso.

Un lavoro che funziona forse in macchina a volume alto, ma che esaurisce la sua utilità lì. Completamente dimenticabile.

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Miglior traccia: Floyd Mayweather

34
Tier 8° · Rank 333°
Cover di The Boy Who Played The Harp
134°

The Boy Who Played The Harp (2025)

Dave

Hip-Hop/Rap

The Boy Who Played the Harp è il terzo album in studio di Dave — pubblicato dopo quattro anni dopo We're All Alone in This Together — ed è un disco riuscito praticamente in ogni suo aspetto. Le produzioni sono fresche, potenti e ricche di sfumature: beat densi e mai monotoni, che vanno ben oltre il solito basso spinto e costruiscono un suono pieno, stratificato, capace di tenere l'attenzione dall'inizio alla fine.

Dave rappa con una sicurezza impressionante, portando quel flow tipicamente britannico che lo rende immediatamente riconoscibile e sempre credibile, qualunque sia il registro che sceglie. Il titolo è un riferimento biblico al Primo Libro di Samuele (1 Sam 16:14–23), in cui il re Saul chiama il giovane pastore Davide a suonare l'arpa per allontanare gli spiriti maligni che lo tormentavano — un'immagine che rispecchia bene il tono dell'album. Nei testi Dave affronta temi come la fede, il destino, la pressione del successo e la paura del fallimento, intrecciando introspezione personale e lucidità sociale con una maturità che in pochi riescono davvero a raggiungere. Tra i collaboratori figurano Tems, Kano e James Blake, ma è Dave il centro di gravità di tutto.

Senza girarci troppo intorno: è uno degli album rap più importanti dell'anno, non solo nel Regno Unito, ma a livello globale.

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Miglior traccia: Marvellous

Hits: Marvellous, History

93
Tier 2° · Rank 95°
Cover di La bella confusione
135°

La bella confusione (2025)

Charlie Charles

Pop Pop Rap

In un momento in cui il producer album è diventato uno standard nella scena rap italiana, quello di Charlie Charles era probabilmente il più atteso degli ultimi anni — stiamo parlando di uno dei protagonisti della rivoluzione trap a partire dal 2016, l'uomo dietro al suono che ha reso popolare Sfera Ebbasta. Molti si aspettavano un disco nelle sonorità di XDVR. Invece Charlie ha scelto di raccontare sé stesso, e La Bella Confusione è esattamente questo — anche se il risultato convince solo a metà.

L'approccio è marcatamente orchestrale: le produzioni sanno essere ampie quando serve — come in Attacco di Panico con Blanco — o minimali e acustiche, come in Superstite con Massimo Pericolo, traccia intima e magistralmente costruita attorno a un piano e a versi che restano in testa: Tutte le volte che ho invidiato le famiglie degli altri / con le lavastoviglie e le Barbie.

Il problema è che non ovunque Charlie riesce a portare gli ospiti sul suo piano, e la traccia con Sfera è l'esempio più emblematico: ritornello appiattito da un auto-tune troppo spinto, strofe non scritte da lui. Un featuring che sembra appartenere a un disco diverso.

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riflessivo euforico

Miglior traccia: Superstite

Hits: Superstite

62
Tier 6° · Rank 290°
Cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
136°

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967) ✰

The Beatles

Rock Psychedelic Rock Rock'n'Roll

Non sono un grande fan dei Beatles — e sì, unpopular opinion: Abbey Road non mi ha mai detto molto — ma Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band lo considero il loro vero capolavoro.

Qui la band abbandona i limiti del pop tradizionale e si reinventa come una finta orchestra psichedelica, quella del "Sergente Pepper", alter ego collettivo dietro cui sperimenta liberamente: un pretesto narrativo che li libera da qualsiasi aspettativa. Il risultato è un disco in cui la creatività esplode: melodie raffinate, arrangiamenti visionari ma perfettamente bilanciati, una produzione che per l'epoca era pura fantascienza.

She's Leaving Home e Lucy in the Sky with Diamonds restano due vertici assoluti, delicate e allucinatorie allo stesso tempo. La seconda parte risulta forse un po' più debole rispetto alla prima, ma nel complesso l'album è pazzesco: un viaggio sonoro che fonde pop, teatro e psichedelia in modo unico. Un disco semplicemente fondamentale.

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giocoso sognante angosciante

Miglior traccia: She’s Leaving Home

Hits: She’s Leaving Home, Lucy In the Sky with Diamonds

98
Tier 1° · Rank 62°
Cover di Master of Reality
137°

Master of Reality (1971) ✰

Black Sabbath

Metal Heavy Metal

Master of Reality, uscito nel 1971, è il terzo disco dei Black Sabbath e il momento in cui il loro suono diventa davvero pesante — più pesante di qualsiasi cosa avessero fatto prima. Se Paranoid era un'esplosione di energia e istinto, qui la band rallenta, si fa più cupa e compatta, anticipando le fondamenta di tutto il doom e lo stoner a venire.

Sweet Leaf e Into the Void suonano come rituali fumosi, ipnotici, dove il groove ti trascina verso il basso senza che tu te ne accorga; Children of the Grave invece è un'altra bestia — cadenzata, aggressiva, con Ozzy che canta come un profeta in trance sopra un riff che non ti lascia scampo.

È meno immediato di Paranoid, ma più profondo e atmosferico: un disco che non ti prende solo a pugni, ti avvolge.

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angosciante spirituale malinconico

Miglior traccia: Children of the Grave

Hits: Children of the Grave, Sweet Leaf

100
Tier 1° · Rank 37°
Cover di Surtùm
138°

Surtùm (2025)

Massimo Silverio

Folk Art Rock

Massimo Silverio, musicista friulano classe 1992, prosegue con Surtum il suo percorso tra folk sperimentale e introspezione.

Cantato in lingua carnica, il disco costruisce paesaggi sonori sospesi tra natura e spiritualità, dove archi, elettronica e silenzi si fondono in un’atmosfera lenta, quasi rituale.

È un album che richiede attenzione: molto curato, coerente e con un’identità forte. Allo stesso tempo, però, non è il classico disco che viene spontaneo riascoltare spesso. Mancano veri picchi emotivi e il ritmo costantemente rarefatto lo rende più adatto come esperienza contemplativa che come ascolto “da replay”.

Nel complesso, un lavoro solido, che può colpire soprattutto chi apprezza il folk più atmosferico e meditativo.

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riflessivo misterioso

Miglior traccia: Sorgjâl

Hits: Sorgjâl

75
Tier 4° · Rank 221°
Cover di Smoochies
139°

Smoochies (2025)

Ashnikko

Pop Hyperpop

Smoochies, il nuovo album di Ashnikko, non è il tipo di disco che conquista facilmente chi non mastica hyperpop cartoonesco — eppure suona tutt'altro che male.

Alcuni brani sono piacevoli, ben prodotti, con un suono fresco e moderno che si fa ascoltare senza troppo sforzo. In più di un momento, soprattutto per le scelte vocali e certe soluzioni di produzione, viene in mente la Gwen Stefani di Hollaback Girl: ritmiche secche, cori esagerati e un'attitudine sfrontata che, nel contesto, funziona sorprendentemente bene.

Ashnikko prosegue così il suo percorso tra pop alternativo, rap e cultura internet. Smoochies non rivoluziona nulla, ma è un disco coerente e ben confezionato — anche per chi di hyperpop normalmente non vive.

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giocoso euforico

Miglior traccia: Liquid

66
Tier 6° · Rank 277°
Cover di Right Now!
140°

Right Now! (1987) ✰

Pussy Galore

Rock Noise Rock

I Pussy Galore sono una band noise rock di New York, fondata da Jon Spencer e Right Now! del 1987 è considerato il loro disco più rappresentativo. Diciannove tracce, molte brevissime, registrate con una qualità volutamente rozza che oscilla tra cassetta 4-track e studio: il risultato sembra una collezione di bozze abbandonate a metà, e probabilmente è esattamente quello che volevano.

Il suono è feroce, distorto, sbracato — blues sporco tritato nel noise più abrasivo. Spencer urla, le chitarre stonano, la batteria sembra assemblata con rottami. C'è un'energia distruttiva che in certi momenti funziona, ma rispetto ad altri dischi dello stesso giro — gli Scratch Acid, per dire — manca di quella tensione ritmica che trasforma il caos in qualcosa di magnetico. Right Now! è caos e basta, e dopo un po' la grana grossa stanca.

Va ascoltato, soprattutto se si vuole capire da dove viene una certa idea di rock americano volutamente brutto e provocatorio. Ma come esperienza d'ascolto, è un disco che si apprezza più sulla carta che in cuffia.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Fuck You, Man

72
Tier 5° · Rank 234°
Cover di Infinite
141°

Infinite (2025)

Mobb Deep

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap

IInfinite è una sorta di disco tributo: è l'ultimo progetto ufficiale dei leggendari Mobb Deep, duo formato da Havoc e dal compianto Prodigy. L'idea nasce da The Alchemist — uno dei producer più in forma del momento — e da Havoc stesso, che hanno raccolto e prodotto registrazioni inedite lasciate da Prodigy. Il risultato è un disco dalle sonorità hip-hop street, in perfetta linea con lo stile del duo: quando lo ascolti, senti New York e le strade del Queens.

Le produzioni sono generalmente di buon livello: rifinite, stratificate, con sample azzeccati — basta sentire Taj Mahal o Against the World, che campiona un brano dello stesso Prodigy. I testi rimangono fedeli ai temi classici del duo — strada, sopravvivenza, durezza — e proprio per questo possono risultare ripetitivi per chi non è già dentro quel mondo.

Ottima invece la lista degli ospiti, da Nas a Ghostface Killah fino ai Clipse. Un ascolto consigliato, soprattutto per chi vuole salutare degnamente due icone del rap newyorkese.

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trionfante riflessivo

Miglior traccia: Against the World

64
Tier 6° · Rank 285°
Cover di Getting Killed
142°

Getting Killed (2025)

Geese

Rock Indie Rock Art Rock

Getting Killed è il quarto album in studio dei Geese, registrato in appena dieci giorni insieme al produttore Kenny Beats. Il disco sembra voler smontare alcune certezze del rock, puntando su un suono istintivo, ruvido, spesso furioso, che rinuncia volutamente alla ricerca di melodie facili o accattivanti.

C’è un senso costante di urgenza e disorientamento: i testi non sono sempre immediati, ma lasciano emergere immagini di frustrazione e alienazione, come riflesso di un presente inquieto — “There is only dance music in times of war.”

È stato uno dei dischi più apprezzati dalla critica nel 2025 e conferma come il rock contemporaneo sia ancora in ottima salute, al contrario di quanto si possa pensare guardando le classifiche.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Taxes

Hits: Taxes

77
Tier 4° · Rank 213°
Cover di Una lunghissima ombra
143°

Una lunghissima ombra (2025) ✰

Andrea Laszlo De Simone

Pop Progressive Pop Progressive Rock

Ogni volta che si ascolta un disco di Andrea Laszlo De Simone si ha la sensazione di salire su una macchina del tempo, con la data impostata nei lontani anni ‘70. E questo disco non fa eccezione. Se già “Uoma Donna” era un capolavoro, dove il cantautore era riuscito a mescolare sapientemente un certo progressive rock con sonorità più pop sofisticate, qui è riuscito ancora di più a superarsi, firmando il suo lavoro più maturo e ispirato.

È un disco di una profondità rara, curato in ogni dettaglio, sia lato scrittura che lato strumentali. La musica è ricca, stratificata, melodica. Rispetto al disco precedente, troviamo ritornelli più pop e “cantabili”. E quell’effetto sulla voce che rende il progetto di Andrea Laszlo unico e riconoscibile. Sono tantissimi i brani che colpiscono, ma fra tutti non si può non nominare Quando. Un brano destinato a restare, di quelli che entrano nell’anima e non ne escono più, grazie alla sua prima parte incredibilmente emotiva e il finale dove la strumentale “respira” e si apre. Il disco non scorre come una playlist di brani.

Dietro c’è un’idea, uno studio: raccontare la relazione dell’uomo con il tempo, con quello che cambia o che resta, nella vita e nelle relazioni. Questo concept — luce, buio, ombra, evanescenza — è reso magistralmente dagli interludi che legano i brani come un unico respiro.

Un album che trascende il tempo e i generi: puro, poetico e intensamente umano.

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malinconico misterioso

Miglior traccia: Quando

Hits: La Notte, Quando, Pienamente, Planando sui raggi del sole

100
Tier 1° · Rank 13°
Cover di Deadbeat
144°

Deadbeat (2025)

Tame Impala

Electronic Dance House Techno

Con Deadbeat, Kevin Parker prende una direzione inaspettata e lo fa in modo dichiarato: il titolo stesso lo anticipa. Deadbeat in inglese indica le persone pigre, svogliate — ma è forse anche un riferimento alle sonorità del disco, dance e techno, generi oggi abbastanza desueti. Un disco nato in un momento di stanca creativa, di perdita di stimoli, che sono poi gli stessi momenti in cui si tende a mettere in discussione sé stessi — riflessione che Parker porta nel disco in modo esplicito.

Il problema è che questa scelta ha un costo: il suono risulta spesso impersonale, privo di quel segno distintivo che rende riconoscibile Tame Impala. Potrebbe essere il lavoro di qualsiasi DJ, e questo costa caro in termini di identità — soprattutto per chi arriva da Currents.

La voce si amalgama bene con le strumentali club-oriented, e non mancano momenti più pop come Dracula o My Old Ways, ma la psichedelia e la componente alternative rock che lo hanno reso grande spariscono completamente.

Forse, per citare una delle canzoni, Not My World: questo non è il suo mondo, solo una parentesi.

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giocoso euforico

Miglior traccia: Not My World

Hits: My Old Ways, Not My World

66
Tier 6° · Rank 280°
Cover di Paranoid
145°

Paranoid (1970) ✰

Black Sabbath

Metal Heavy Metal Hard Rock

Paranoid dei Black Sabbath, uscito nel 1970, è uno dei dischi più influenti della storia del metal. In appena otto brani, la band di Birmingham definisce i codici del genere: riff monolitici, atmosfere cupe e un senso di inquietudine che, all'epoca, era pura avanguardia.

Quello che colpisce ancora oggi è il contrasto interno al disco — brani lenti e pesanti come War Pigs e Iron Man, costruiti su riff che sembrano colare come piombo fuso, contro la title track e Rat Salad, più dirette e accelerate, quasi punk prima del punk. A tenere tutto insieme c'è una produzione volutamente grezza, sporca, che non leviga nulla e lascia ogni colpo di chitarra e ogni urlo di Ozzy esattamente dove cadono.

È quella ruvidezza a renderlo ancora vivo. Paranoid non è solo la nascita dell'heavy metal — è ancora, più di cinquant'anni dopo, uno dei suoi vertici assoluti.

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angosciante malinconico misterioso

Miglior traccia: Paranoid

Hits: Paranoid, Iron Man

98
Tier 1° · Rank 61°
Cover di The Spiritual Sound
146°

The Spiritual Sound (2025) ✰

Agricolture

Metal Blackgaze

Già nel 2023 gli Agricolture avevano stupito con il loro disco Agricolture, con cui si erano presentati al pubblico. Con questo secondo disco, confermano di essere una band di punta nel black metal moderno. In questo progetto non solo sono riusciti a consolidare il loro suono, riprendendo alcuni motivi melodici del disco precedente, ma sono riusciti a spingersi anche oltre, contaminandosi con altri generi.

Se il primo disco era più “omogeneo” nel suono - chitarre super riverberate e distorte, blast beat poderosi - qui c’è molta eterogeneità, con influenze dal noise-rock e dalla musica industriale. Lo si capisce fin dalle prime note di My Garden, che possono quasi - lontanamente ma non troppo - ricordare certe sonorità degli Slipknot. E’ un disco non lineare, in cui ogni brano sembra esplorare una direzione diversa, pur mantenendo la coerenza emotiva di quello che a loro piace definire “ecstatic black metal”. Lo scream di Leah Levinson rimane impeccabile e contrasta perfettamente con le parti più atmosferiche del disco.

Tra tutte le tracce spiccano notevolmente Flea - con dei giri di chitarra distorta che creano un muro di suono poderoso - la più aggressiva The Weight o Bodhidarma - con un riff esplosivo finale super sognante.

Un disco che conferma che la scena blackgaze moderna riesce a raggiungere dei livelli altissimi.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: The Weight

Hits: The Weight, My Garden, Bodhidharma, Flea

100
Tier 1° · Rank 10°
Cover di Exercises in Futility
147°

Exercises in Futility (2015)

Mgla

Metal Black Metal

Exercises in Futility dei Mgła sfiora la perfezione. Cupo, lucido e disperato, è uno di quei dischi che incarnano lo spirito del black metal senza compromessi — non dalla Norvegia, ma da Cracovia, Polonia, dove il duo formato da M. e Darkside ha costruito in silenzio uno dei lavori più rigorosi del genere.

La struttura è già una dichiarazione poetica: sei tracce numerate da I a VI, tutte intitolate Exercises in Futility. Nessun titolo individuale, nessuna concessione alla frammentazione — un'unica opera continua che rifiuta l'idea stessa di singolo o momento isolato. Le liriche seguono la stessa logica: nichilismo filosofico, non decorativo. Non "Satana e inverno" ma una riflessione lucida sull'inutilità di ogni sforzo umano, sulla futilità come condizione esistenziale. È un disco che ha qualcosa da dire, e lo dice senza alzare la voce.

Musicalmente, la produzione non è lo-fi nel senso grezzo del termine — è asciutta e tagliente, ogni elemento al suo posto con precisione chirurgica. I riff si muovono in spirali ossessive, ipnotiche, con un'eco di Burzum — Filosofem in particolare, o il primo disco — in quel modo di costruire atmosfere gelide attraverso la ripetizione piuttosto che attraverso l'aggressività fine a se stessa. La differenza è che Mgła ci aggiunge una tensione ritmica che Burzum non ha mai avuto: Darkside è tra i batteristi più interessanti del black metal contemporaneo, e si sente soprattutto nel finale del disco, dove l'intensità cresce traccia dopo traccia — V e VI in particolare — con pattern ipnotici che intrecciano caos e controllo in modo quasi rituale.

Non è un disco immediato. Richiede più ascolti per rivelare tutta la sua profondità. Ma chi ha pazienza trova del black metal moderno di ottima fattura.

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riflessivo angosciante

Miglior traccia: Exercises in Futiliy V

Hits: Exercises in Futily V, VI

93
Tier 2° · Rank 98°
Cover di Tavastland
148°

Tavastland (2025)

Havukruunu

Metal Black Metal Folk Black Metal

Tavastland è un album che si ascolta con piacere: potente, ispirato e con un’identità piuttosto chiara.

Il mix però non sempre convince fino in fondo. Musicalmente siamo su un black metal pulito e tradizionale, con riff solidi, batteria energica e strutture familiari nel senso giusto. La band riesce a mantenere bene quel bilanciamento tra ferocia e melodia che caratterizza il genere, senza cadere in eccessi troppo moderni.

Il concept, ispirato alla ribellione della terra di Tavastia contro l’invasione cristiana, aggiunge un’aura pagana coerente e suggestiva, perfettamente in linea con l’atmosfera del disco.

Nel complesso è un lavoro ben costruito, ma a cui manca ancora qualcosa — un po’ più di sperimentazione o di lavoro sulle strutture — per fare davvero il salto di qualità.

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aggressivo

Miglior traccia: Tavastland

Hits: Tavastland

76
Tier 4° · Rank 215°
Cover di Pixel
149°

Pixel (2025)

Ele A

Hip-Hop/Rap

Pixel è il debutto ufficiale della rapper svizzera Ele A. Si era già fatta conoscere nella scena rap italiana grazie a numerose collaborazioni. Qui conferma di avere flow e delivery solidi. Rappa con sicurezza e naturalezza, magari ancora un po’ monoflow e acerba in alcuni passaggi ma la base è decisamente forte.

Molto apprezzabile anche la scelta di evitare i soliti cliché legati alla figura della rapper donna, puntando invece su temi più personali e autentici.

Le produzioni sono curate — bassi profondi, qualche sonorità trap o più hip-hop classica — e mai plasticose, con un Night Skinny sorprendentemente più ispirato del solito. Anche i featuring funzionano bene, scelti con criterio e inseriti nel modo giusto — quello con Colapesce spicca su tutti.

In sintesi, un debutto fresco, sincero e con ottime prospettive.

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rilassato

Miglior traccia: Quintale

70
Tier 5° · Rank 258°
Cover di MA IO SONO FUOCO
150°

MA IO SONO FUOCO (2025)

Annalisa

Pop Elettropop Synth Pop

Ma Io Sono Fuoco di Annalisa convince poco. È quel tipo di pop elettro-synth che vorrebbe suonare moderno ma finisce per sembrare tutto uguale a se stesso: produzioni riciclate, brani con poca evoluzione, strutture che si ripetono senza sorprese.

Sui testi c'è poco da aggiungere — non è che il pop debba necessariamente essere profondo o parlare di chissà che, ma quando manca anche un tessuto musicale che elevi il tutto, il risultato è inevitabilmente banale.

Un album piatto e prevedibile, senza un'idea che lasci davvero il segno.

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Miglior traccia: Esibizionista

39
Tier 8° · Rank 329°
Cover di Breach
151°

Breach (2025)

twenty one pilots

Rock Alternative Rock Pop Rock Alternative Rap

Breach è l’ottavo disco ufficiale del duo twenty one pilots: un lavoro solido, con grande cura e attenzione ai dettagli nella produzione.

Diversi brani presentano evoluzioni interessanti, e le parti più “rappate” funzionano bene, aggiungendo varietà al sound. La commistione tra rap, pop e alternative rock — con qualche incursione nell’elettronica — resta la loro cifra stilistica più riconoscibile.

Nel complesso è un disco coeso e ispirato. Forse la prima parte, fino a Robot Voices, risulta più efficace dal punto di vista melodico rispetto alla seconda. Robot Voices, tra l’altro, è davvero una hit pazzesca.

Un buon lavoro.

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giocoso rilassato trionfante

Miglior traccia: Robot Voices

Hits: Robot Voices, City Walls, Drum Show

77
Tier 4° · Rank 208°
Cover di Control
152°

Control (1986) ✰

Janet Jackson

R&B Pop Contemporary R&B

Control è il disco con cui Janet Jackson si prende la scena — licenzia il padre manager, si reinventa, e con Jimmy Jam e Terry Lewis costruisce quello che diventerà uno dei riferimenti dell'R&B anni '80.

Il problema, ascoltandolo oggi, è che le produzioni non sono sempre all'altezza. Quando funzionano, funzionano davvero: la title track Control ha un groove che ricorda Wanna Be Startin' Somethin' di Michael Jackson — datato quanto vuoi, ma evocativo, e ci sta tutto. Nasty conserva ancora un certo nerbo. Ma sono momenti isolati in un disco che altrove scivola via senza lasciare il segno, con produzioni che non hanno retto il tempo con la stessa efficacia.

Riconoscerne l'importanza storica è doveroso — ha aperto una strada enorme per l'R&B e per l'autonomia artistica femminile nel pop. Ma importanza storica e piacere d'ascolto non sempre coincidono, e questo è uno di quei casi.

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sensuale trionfante

Miglior traccia: When I Think Of You

67
Tier 6° · Rank 272°
Cover di Atomizer
153°

Atomizer (1986) ✰

Big Black

Rock Noise Rock Post-hardcore

Ci sono band che fanno rumore per fare rumore. I Big Black no — il caos sonoro di Atomizer ha una direzione precisa, quasi giornalistica: cronaca nera, periferia americana, violenza ordinaria.

Kerosene è la storia di un ragazzo di provincia che si dà fuoco per noia, Jordan, Minnesota è ispirata a uno scandalo reale di abusi su minori. Steve Albini — chitarrista, vocalist, e già allora ingegnere del suono destinato a plasmare il suono di Surfer Rosa e In Utero — non provoca per il gusto di farlo. Descrive, e la descrizione è devastante.

Il suono è altrettanto spietato. Chitarre cariche di feedback, basso massiccio, e al posto della batteria c'è una Roland TR-606 che Albini accredita come membro ufficiale della band nei liner notes — "Roland" — perché non è una scelta pratica, è una scelta concettuale. Quella meccanicità fredda e implacabile è parte integrante del messaggio.

Kerosene è il centro di gravità del disco. L'intro è una ripetizione ritmica quasi ipnotica, metallica, che suona come un motore acceso che non parte mai — gira, torna su se stesso, accumula tensione senza scaricarla. È uno dei riff più ossessivi degli anni '80, e quando il pezzo finalmente esplode, la sensazione è quella di qualcosa di inevitabile.

Breve, abrasivo, senza compromessi: Atomizer è uno di quei dischi che capisci subito che non è fatto per piacerti, ma che non riesci a smettere di ascoltare.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Kerosen

Hits: Kerosene

81
Tier 4° · Rank 191°
Cover di Just Keep Eating
154°

Just Keep Eating (1986) ✰

Scratch Acid

Rock Noise Rock

Gli Scratch Acid sono una di quelle band che non fondano un genere dal nulla, ma lo spingono in una direzione che nessuno aveva ancora esplorato fino in fondo. Siamo nel 1986, il noise rock americano esiste già — Sonic Youth, Swans, Big Black — ma Just Keep Eating, unico album in studio della band di Austin, ha qualcosa di diverso, di più viscerale e destabilizzante.

Il suono è caotico e abrasivo: linee di basso ossessive, chitarre taglienti, e una sezione ritmica che non concede respiro. Ma il dettaglio che rende il disco davvero peculiare è la voce di David Yow — uno dei frontman più fisici e disturbanti della scena — che sembra provenire da una stanza lontana, come se stesse urlando da dietro un muro. Non è in primo piano, non domina il mix: galleggia sul caos, il che la rende ancora più inquietante. Cheese Plug è forse l'esempio più immediato: l'apertura distorta ti prepara all'impatto, ma quando entra la voce capisci che il disco non ha nessuna intenzione di metterti a tuo agio.

Breve ma denso, Just Keep Eating è un disco da conoscere anche solo per capire dove affondano le radici del rock più viscerale degli anni '90. Non è un caso che Yow e il bassista David Wm. Sims abbiano formato i The Jesus Lizard subito dopo — e che quella band sia diventata uno dei punti di riferimento dell'alternative rock americano.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Cheese Plug

Hits: Cheese Plug

93
Tier 2° · Rank 102°
Cover di Aurora Popolare
155°

Aurora Popolare (2025)

Ministri

Rock Alternative Rock

La voce di un cantante può fare la differenza tra un buon disco e un disco che rimane. E nel caso di Aurora Popolare, ottavo album in studio dei Ministri, è proprio lì che qualcosa non convince del tutto.

La band propone un rock leggero con ritornelli melodici e quasi pop che entrano in testa facilmente, e i testi sono diretti e attuali, capaci di centrare il bersaglio — Ma le persone mica lo sanno come stanno / mica lo sanno dove trovano il coraggio / per fare un figlio e poi proteggerlo dal peggio.

Il problema è che certi testi chiedono una voce che li sostenga con peso e convinzione, e quella del cantante — pulita, tecnicamente valida — manca della corposità e dell'espressività necessarie per farli davvero atterrare. Il disco scorre piacevolmente, ma resta in superficie.

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rilassato riflessivo

Miglior traccia: Terre Promesse

Hits: Terre Promesse

62
Tier 6° · Rank 288°
Cover di Tales of Othertime
156°

Tales of Othertime (2021)

Stormkeep

Metal Black Metal Melodic Black Metal

Gli Stormkeep sono ancora una band poco conosciuta, e Tales of Othertime è il loro primo album in studio — arriva dopo l'EP Galdrum, che aveva già fatto intuire il potenziale, e conferma che il potenziale era reale.

Il sound è una fusione tra il black metal norvegese e il power metal: violento e potente da un lato, epico e monumentale dall'altro. Un ibrido che sulla carta potrebbe sembrare forzato e invece funziona, perché gli Stormkeep riescono a tenere i due mondi in equilibrio senza che nessuno dei due prevalga in modo stonato. Il risultato evoca atmosfere medievali e fantasy con una coerenza di visione rara per un debutto — il disco costruisce un mondo sonoro preciso, e ci si entra dentro.

Il momento che riassume meglio questa forza è The Seer: un brano monumentale, che concentra tutto quello che la band sa fare e lo porta al massimo della potenza. È il tipo di traccia che giustifica da sola l'ascolto dell'intero album. L'unica riserva riguarda l'uso di tastiere e synth, che in certi passaggi suonano un po' artificiosi. È un difetto minore, ma in un disco così curato si nota.

Resta comunque un debutto notevole, mixato in modo eccellente. Una band da seguire.

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trionfante misterioso

Miglior traccia: The Seer

Hits: The Seer

91
Tier 2° · Rank 112°
Cover di Revolver
157°

Revolver (1966) ✰

The Beatles

Rock Pop Rock Psychedelic Rock Beat

La discografia dei Beatles è ricchissima, ma tra tutti i loro dischi ce ne sono alcuni che meritano attenzione particolare perché si collocano in momenti chiave del loro percorso artistico. Revolver è sicuramente uno di questi.

ll disco presenta un suono decisamente meno pop rispetto ai lavori precedenti: gli arrangiamenti si fanno più elaborati, con influenze orchestrali, venature psichedeliche e incursioni nelle sonorità orientali. Brani come Eleanor Rigby e Tomorrow Never Knows mostrano un coraggio artistico raro per l'epoca.

Per chi ama le sonorità più sperimentali, Revolver potrebbe rivelarsi più interessante rispetto a lavori spesso più celebrati della band, come Abbey Road.

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malinconico sognante misterioso

Miglior traccia: Eleanor Rigby

84
Tier 3° · Rank 170°
Cover di PORTANDO IL PESO
158°

PORTANDO IL PESO (2025)

Visino Bianco

Hip-Hop/Rap Trap Hood Trap

Visino Bianco è uno dei nomi della nuovissima scena da tenere sott’occhio, e questo EP, PORTANDO IL PESO — pur nella sua brevità — lo conferma.

Lo stile è interessante, anche se non completamente originale: si sentono influenze abbastanza evidenti, da Simba La Rue per certe sonorità più hood, fino a qualcosa di Artie 5ive.

Detto questo, il progetto suona comunque molto bene, forse anche oltre le aspettative per un EP. Il sound si muove su coordinate trap/hood, con atmosfere cupe, corpose e notturne.

I testi sono molto espliciti, portati con un flow quasi “nevrotico”, che trasmette bene una sensazione di tensione e follia interna.

Tra i momenti migliori, il featuring con 18K, scapigliato, decisamente riuscito.

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trionfante angosciante euforico

Miglior traccia: scapigliato

Hits: scapigliato, oooo

75
Tier 4° · Rank 222°
Cover di Blackbraid III
159°

Blackbraid III (2025)

Blackbraid

Metal Black Metal Folk Black Metal

Blackbraid III è il terzo capitolo della omonima one-man band, un ottimo esempio di black metal americano fortemente influenzato dalla scuola norvegese — in particolare da Immortal e Satyricon, e dalla corrente più atmosferica del genere.

Accanto a queste radici, emergono interessanti contaminazioni folk: l'artista, di origini native americane, integra elementi legati alla cultura indigena, arricchendo il sound con strumenti inusuali per il black metal, come il flauto.

Un risultato affascinante e riuscito.

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Miglior traccia: God of Black Blood

Hits: God of Black Blood

81
Tier 4° · Rank 190°
Cover di Higanbana
160°

Higanbana (2025)

Sundrowned

Metal Post-Metal Shoegaze

Higanbana è il debutto di una band norvegese quasi sconosciuta, i Sundrowned. È un solido album post-metal che intreccia accenni black con elementi screamo e passaggi più ruvidi, senza rinunciare a sfumature shoegaze.

Pur soffrendo di una certa omogeneità sonora e di strutture talvolta ripetitive, la durata contenuta (40 minuti) rende l’ascolto complessivamente scorrevole. Il titolo rimanda al fiore giapponese che annuncia l’autunno, simbolo di cambiamento e del ciclo della vita, tema che attraversa l’intero disco.

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sognante rilassato

Miglior traccia: The Seed

71
Tier 5° · Rank 244°
Cover di Uomo Donna
161°

Uomo Donna (2017) ✰

Andrea Laszlo De Simone

Rock Progressive Rock Psychedelic Rock

È difficile credere che Uomo Donna sia uscito nel 2017. Non perché suoni vecchio — tutt'altro — ma perché sembra provenire da un tempo tutto suo, sospeso tra il prog italiano degli anni Settanta e qualcosa di indefinibilmente contemporaneo. Un disco che non si preoccupa di essere attuale e proprio per questo lo è.

Le influenze non si nascondono: Le Orme nella title track, Battisti praticamente ovunque, soprattutto in Sogno l'amore, dove De Simone gli si avvicina in modo quasi sconcertante. Ma non è nostalgia, non è citazionismo fine a se stesso. È un cantautore che ha assorbito quella stagione e la restituisce con una voce e una sensibilità proprie. E la voce, filtrata ed effettata fino a diventare quasi uno strumento, è il marchio di fabbrica del disco: riconoscibile, straniante, capace di tenere insieme arrangiamenti complessi e momenti di disarmante semplicità.

Perché il disco sa anche essere semplicissimo. Meglio è una ballad costruita quasi interamente sulla ripetizione delle parole più elementari che esistano — ti amo, mi manchi, amore — eppure funziona, e funziona proprio per questo. Non c'è niente da decifrare, niente da interpretare: c'è solo il peso di quelle parole, dette e ridette fino a tornare nuove. È uno dei momenti in cui Uomo Donna dimostra di saper fare la cosa più difficile: emozionare senza spiegare.

Un disco bello, fuori moda nel senso migliore del termine.

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malinconico spirituale sognante

Miglior traccia: Meglio

Hits: Meglio, Sogno L’Amore

94
Tier 2° · Rank 92°
Cover di Random Access Memory
162°

Random Access Memory (2013) ✰

Daft Punk

Electronic Funk Disco

Random Access Memories è il quarto e ultimo album dei Daft Punk — e anche il loro congedo più ambizioso. Uscito nel 2013, ha vinto il Grammy come Album of the Year, oltre a Record of the Year per Get Lucky. Per un disco di musica elettronica, non è poco.

Il progetto è dichiaratamente un atto d'amore verso il funk e la disco di fine anni '70 e inizio '80 — quella musica fatta di bassi profondi, chitarre sincopate e produzioni lussureggianti che veniva da Los Angeles. Per farlo, i Daft Punk hanno abbandonato quasi del tutto gli strumenti elettronici e hanno chiamato i musicisti dal vivo: su tutti Nile Rodgers, chitarrista dei Chic e figura centrale di quella stagione musicale, che porta su Get Lucky e Lose Yourself to Dance una groove autentica, non simulata. Giorgio Moroder — il padre della disco elettronica, l'uomo dietro i successi di Donna Summer — appare invece quasi come un simbolo, un passaggio di testimone tra generazioni. Pharrell Williams completa il quadro dal lato contemporaneo.

Non sono un amante di questa tipologia di musica, e lo dico chiaramente: il funk e la dance non sono il mio territorio naturale. Eppure Get Lucky e Instant Crush funzionano anche su di me, perché hanno melodie trascinanti e ritornelli che entrano in testa senza chiedere permesso. Ma il momento del disco che può più colpire è Motherboard, strumentale puro: una produzione che cresce lentamente, diventa liquida e oscura, poi si riapre come una rivelazione. È il brano più cinematografico del disco, quello che devia di più dall'impianto funk e che dimostra quanto i Daft Punk fossero capaci di andare oltre il genere che stavano celebrando.

Per questo, anche per chi non ama la dance o il funk, RAM vale l'ascolto. Non perché sia obbligatorio piegarsi al suo impianto — ma perché dentro ci trovi anche altro.

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euforico malinconico

Miglior traccia: Get Lucky

Hits: Get Lucky, Giorgio by Moroder, Motherboard

84
Tier 3° · Rank 169°
Cover di Spettri
163°

Spettri (2025)

Sanlevigo

Rock Indie Rock Alternative Rock

Spettri è il secondo album dei Sanlevigo, band romana ancora poco conosciuta e sostanzialmente agli esordi.

Un disco notevole, che richiama una tradizione di indie e alternative rock — con echi dei Verdena — ma con una propria originalità nelle melodie e un tocco di modernità grazie a momenti più prettamente elettronici.

Con uno sguardo disilluso racconta la decadenza della società contemporanea senza mai scivolare nella retorica.

Diversi brani meritano attenzione per le scelte melodiche e la struttura delle composizioni — su tutti Idoli e Monotonia.

Un lavoro che, per chi segue lo stato attuale del rock italiano, vale assolutamente la pena scoprire.

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malinconico

Miglior traccia: Idoli

Hits: Idoli

88
Tier 3° · Rank 141°
Cover di Banco del Mutuo Soccorso
164°

Banco del Mutuo Soccorso (1972) ✰

Banco del Mutuo Soccorso

Rock Progressive Rock

Il disco di debutto del Banco del Mutuo Soccorso è forse il miglior album del progressive rock italiano. Si apre con una citazione dall'Orlando Furioso e quell'atmosfera a tratti medievaleggiante — mista ad una certa tensione narrativa — non abbandona mai il disco — è il fil rouge che tiene insieme una musica che altrimenti rischierebbe di disperdere in mille direzioni.

Rispetto ad altri dischi del genere, colpisce la presenza delle chitarre più distorte e aggressive del solito, e una batteria che in certi brani diventa l'elemento portante: in R.I.P. il ritmo è costante e definito per gran parte del brano, una colonna vertebrale intorno a cui tutto il resto — chitarre, tastiere, flauti, il resto della strumentazione — costruisce e varia la propria voce.

Il punto più alto è Il Giardino del Mago, suite monumentale che occupa quasi metà disco: onirica, stratificata, capace di sorprendere ad ogni ascolto. Capolavoro del genere.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: R.I.P. (Requiescant In Pace)

Hits: R.I.P., Il Giardino del Mago

98
Tier 1° · Rank 57°
Cover di Sunbather
165°

Sunbather (2013) ✰

Deafheaven

Metal Black Metal Blackgaze Post-Metal

I puristi del black metal non ammetteranno mai che l'album più "sbagliato" per il genere — copertina rosa shocking, band di hipster californiani in camicia a quadri, zero corpse paint — sia in realtà uno dei migliori dischi metal degli ultimi vent'anni, e forse oltre. Il fastidio si è moltiplicato quando la stampa mainstream ha cominciato a incensarlo: Metacritic lo ha dichiarato il disco più recensito positivamente del 2013 in assoluto, in qualsiasi genere, e Rolling Stone lo ha inserito nella lista dei cento migliori album metal di sempre. Un disco di una band di ragazzi che sembrano poter riparare il tuo laptop, celebrato ovunque mentre i gruppi "aderenti" ai canoni estetici e sonori del genere restavano nell'ombra. Lo scandalo, insomma, era doppio.

I Deafheaven non hanno inventato il blackgaze, ma con Sunbather lo portano probabilmente alla sua massima espressione. È un disco catartico: lo capisci fin dalle prime note, quelle distorsioni che arrivano come una bassa marea e poi esplodono subito in blast beat e muri di suono che ti travolgono. È black metal, ma non c'è nulla di oscuro: il suono è luminoso, quasi solare, e lo scream di George Clarke non comunica violenza né minaccia — è fragile, carico di tristezza e rassegnazione, qualcosa di inaspettatamente umano in un contesto dove di solito si simula il demonio.

La title track è il cuore del disco: oltre dieci minuti in cui i momenti si susseguono e si superano a vicenda per intensità emotiva, melodie sognanti che cedono il posto a esplosioni furiose e poi tornano, ogni volta più cariche di senso.

È un disco da pelle d'oca. Non è immediato, soprattutto se non si è abituati a questo suono — ma se ci si apre e si cerca di entrarci dentro, rivela una bellezza rara. Difficile da trovare, e ancora più difficile da dimenticare.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Sunbather

Hits: Dream House, Sunbather, The Pecan Tree

100
Tier 1° · Rank 22°
Cover di Ecailles De Lune
166°

Ecailles De Lune (2010) ✰

Alcest

Metal Blackgaze Post-Metal Black Metal

Con Écailles de Lune il blackgaze smette di essere un esperimento e diventa un genere. Alcest — nella pratica il progetto del chitarrista e vocalist Neige — prende il muro di suono, i blast beat e l'aggressività viscerale del black metal e li fonde con le atmosfere sognanti e malinconiche dello shoegaze, con l'ombra lunga del dark ambient di Burzum sullo sfondo. Il risultato non è un compromesso tra i due mondi: è qualcosa di nuovo.

Il disco si apre con la suite in due parti della title track, quasi venti minuti che stabiliscono subito le regole del gioco — l'alternanza tra esplosioni di violenza sonora e derive eteree che ti lasciano sospeso. Ma il momento più rivelatore è Percées de Lumière: qui la melodia sognante e malinconica resta sempre in primo piano anche quando lo scream estremo di Neige entra in scena, e non ti aspetti che funzioni così bene. Chitarre distortissime che suonano melodiche, batteria che spinge senza schiacciare — è un contrasto che non ha niente a che fare con il black metal di maniera, fatto di blast beat e wall of sound fine a se stessi.

Il concept del disco — il viaggio di un uomo verso un'altra forma di esistenza, una realtà parallela da cui non si torna — non è solo un'idea scritta nel booklet. Lo senti, ma a una condizione: devi immergerti. Cuffie, ascolto attivo, nient'altro in sottofondo. Se lo metti in secondo piano, ti sfugge. Se ci entri dentro, è un'altra cosa.

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sognante spirituale malinconico

Miglior traccia: Percèes De Lumière

Hits: Ecailles de lune Pt. 1, Percèes De Lumière

100
Tier 1° · Rank 29°
Cover di Sworn to the Dark
167°

Sworn to the Dark (2007) ✰

Watain

Metal Black Metal

Un progetto che non fa rimpiangere gli anni d'oro del black metal svedese, di tradizione Dissection. Sworn to the Dark è uno dei vertici del black metal moderno, un disco che ha tutto quello che ci si aspetta dal genere ma lo esegue con una qualità difficile da trovare: chitarre distorte, muri di suono potenti, blast beat, e melodie che non stonano ma anzi rafforzano l'atmosfera oscura complessiva.

L'apertura con Legions of the Black Light è già una dichiarazione d'intenti: venti secondi di assolo distorto, poi un blast beat forsennato che non lascia dubbi su cosa stai ascoltando. Da lì il disco non allenta mai la presa, alternando l'aggressività quasi death di Storm of the Antichrist — con quella variazione continua tra esplosioni e passaggi più controllati — ai crescendo più atmosferici di The Light that Burns the Sun, fino all'esplosione finale della title track. In alcuni momenti sembra di stare al confine tra black e death metal, e non è una sensazione spiacevole.

La chiusura spetta a Stellarvore: un inizio quasi rituale, un'atmosfera densa e oscura che sembra anticipare qualcosa di maligno — e quando il pezzo entra davvero capisci che quella sensazione era fondata. È una conclusione degna dell'intero disco.

La cosa che colpisce, e che non è affatto scontata in questo tipo di musica, è che molte tracce si fanno ricordare anche per ritornelli che rimangono in testa. In un disco di metal estremo è quasi un paradosso, e invece funziona. Per chi ama il black metal o vuole capire dove è arrivato negli anni duemila, Sworn to the Dark è un ascolto imprescindibile.

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aggressivo angosciante spirituale

Miglior traccia: Storm of the Antichrist

Hits: Storm of the Antichrist, Stellarvore

100
Tier 1° · Rank 43°
Cover di Two Hunters
168°

Two Hunters (2007) ✰

Wolves in the Throne Room

Metal Black Metal Dark Ambient

Two Hunters è uno di quei dischi che ti portano letteralmente da qualche altra parte. Quattro tracce lunghe, niente fronzoli, niente pause: o ci sei dentro o non ci sei.

Wolves in the Throne Room vengono dal Pacific Northwest americano, e quella natura selvaggia e opprimente la senti in ogni secondo del disco. Non è solo un'immagine evocativa: ci sono momenti in cui le chitarre e la batteria spariscono del tutto, e rimangono synth che costruiscono atmosfere eteree, sospese, insieme a suoni ambientali veri e propri. Non è decorazione — è parte integrante della struttura del disco. E quando il black metal torna, torna con tutto il suo peso.

Cleansing è forse il momento più emblematico di questo equilibrio. Prima arriva la voce di Jessika Kenney — angelica, quasi liturgica, con un sapore che non appartiene al metal ma a qualcosa di più antico — e nelle sue note c'è già qualcosa che prepara alla tempesta, quasi un presagio. Poi la tempesta arriva davvero. È uno dei passaggi più efficaci dell'intero disco.

Si può ascoltare in molti modi, ma il modo giusto è dall'inizio alla fine, in un'unica sessione. È un album pensato come un percorso, e saltare da una traccia all'altra vuol dire perdersi il senso del viaggio. Per chi conosce poco il black metal atmosferico, è probabilmente uno dei migliori punti d'ingresso possibili. Per chi il genere lo frequenta già, è semplicemente uno dei dischi che hanno definito come suona questa musica nel nuovo millennio.

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sognante malinconico

Miglior traccia: Cleansing

Hits: Cleansing

98
Tier 1° · Rank 65°
Cover di Pain to Power
169°

Pain to Power (2025)

Maruja

Rock Post Rock Jazz Alternative

Dopo una serie di collaborazioni sparse e vari EP, Pain to Power è il vero debutto in studio dei Maruja, band inglese di Manchester.

Il progetto si muove su coordinate post-rock, ma con una particolarità forte: la componente melodica è affidata al sassofono di Joe Carroll — praticamente ubiquitario. Il sax riesce ad introdurre elementi jazz che contribuiscono a creare, in diversi momenti, un’atmosfera d’urgenza, quasi angosciante.

Un suono che si sposa molto bene con i testi e l’interpretazione del frontman Harry Wilkinson, che alterna rap e spoken word, portando in primo piano rabbia, sofferenza e anche riferimenti al contesto sociale attuale.

Nel complesso, un debutto molto interessante, intenso e con un’identità già piuttosto definita.

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angosciante

Miglior traccia: Bloodsport

82
Tier 4° · Rank 184°
Cover di I Feel The Everblack Festering Within Me
170°

I Feel The Everblack Festering Within Me (2025)

Lorna Shore

Metal Death Metal Deathcore Symphonic Deathcore

Dopo il successo di Pain Remains, i Lorna Shore si riconfermano con questo nuovo disco come una delle band deathcore più rilevanti del momento. Quello che torna a colpire è la performance vocale di Will Ramos: scream e growl che lo fanno suonare come un alieno sceso sulla terra giusto per deliziarci con una vocalità fuori dal comune.

La formula del disco a livello sonoro è abbastanza in linea con quella del predecessore — deathcore a regola d'arte — ma nella parte finale le sonorità virano a tratti verso un death metal più classico, il che aggiunge qualche sfumatura interessante.

I Feel the Everblack Festering Within Me è quindi un disco tutto sommato riuscito, ma non abbastanza da lasciare un segno indelebile: la scarsa originalità pesa.

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aggressivo

Miglior traccia: Death Can Take Me

Hits: Death Can Take Me

71
Tier 5° · Rank 248°
Cover di Crac!
171°

Crac! (1975) ✰

Area

Rock Progressive Rock

Crac! è stato sicuramente un progetto importante per gli Area in termini di popolarità — oltre ad avere dei testi fortemente politicizzati e di urgenza comunicativa — ma non è tra i loro dischi più riusciti né uno dei lavori prog italiani più memorabili.

A livello strumentale c'è una grande ricerca e un'ottima esecuzione — l'intro di La Mela di Odessa è costellata di suoni alieni e indecifrabili, su un testo alquanto curioso sul ruolo delle persone di colore — però la parte vocale ha un effetto Disney fin troppo marcato: voci che stonano con le atmosfere sperimentali, come se appartenessero a un altro disco. Per alcuni può essere la forza del disco, per altri un limite che può distogliere l'attenzione e ridimensionare l'impatto complessivo.

Vale l'ascolto, anche solo per motivi storici, ma gli Area hanno saputo fare di meglio.

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aggressivo angosciante

Miglior traccia: La Mela di Odessa

66
Tier 6° · Rank 276°
Cover di Felona E Sorona
172°

Felona E Sorona (1973) ✰

Le Orme

Rock Progressive Rock Art Rock

Felona e Sorona è un concept album sul dualismo della vita — luce e buio, giorno e notte, amore e tenebre — incarnato in due pianeti impersonificati in due donne. Un'idea ambiziosa che il disco riesce a tradurre in musica con una coerenza sorprendente.

La produzione alterna ritmi veloci a lenti, parti strumentali più classiche ad altre dove l'obiettivo è l'atmosfera pura — suoni eterei, cosmici, cinematografici alla 2001 Odissea nello Spazio — e il dualismo del concept si sente davvero, brano dopo brano.

L'Equilibrio è uno dei momenti più alti: synth che costruiscono una tensione spaziale quasi soffocante, poi un assolo di tastiera travolgente che cambia completamente il peso del brano. Sospesi nell'Incredibile sorprende in modo diverso — in un'atmosfera dal sapore galattico, è la batteria a prendersi la scena sul finale con un assolo inaspettato, strumento che nel prog rock di solito resta più in sottofondo.

Una produzione ricca e dinamica, perfettamente in tema con le ambizioni del progetto. Un capolavoro, senza troppi giri di parole.

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sognante misterioso

Miglior traccia: Sospesi Nell’Incredibile

Hits: Sospesi Nell’Incredibile, L’Equilibrio

100
Tier 1° · Rank 30°
Cover di The Epic
173°

The Epic (2015) ✰

Kamasi Washington

Jazz Spiritual Jazz Avant Jazz

Nel 2015 Kamasi Washington appare su To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar e il mondo fuori dal jazz inizia a fare il suo nome. Pochi mesi dopo esce The Epic — quasi tre ore di spiritual jazz distribuite in tre volumi — e diventa immediatamente chiaro che non si trattava di un semplice session man in attesa di un'occasione: era un gigante che aspettava il momento giusto.

Il disco è una costruzione collettiva di altissimo livello. Intorno al sax tenore di Washington c'è una formazione imponente — doppia batteria, doppio basso con Thundercat tra gli altri, fiati, archi, piano — e quella doppia batteria in particolare si sente: dà alla musica una densità fisica, quasi un peso corporeo, che non è solo jazz ma qualcosa di più antico e rituale. Le parti vocali, affidate principalmente a Patrice Quinn, compaiono con parsimonia ma sempre al punto giusto — voci che sembrano uscire da una chiesa, non da uno studio di registrazione.

The Rhythm Changes, che chiude il primo volume, è forse il momento più toccante del disco: la voce di Quinn suona come una coperta calda che ti avvolge, insieme al piano e alla produzione. È il tipo di brano che non ti aspetti in un disco di quasi tre ore, eppure è esattamente quello di cui hai bisogno quando arriva.

Quasi tre ore senza un momento sottotono — impresa rara, per chiunque. The Epic è uno di quei dischi che fanno sembrare il jazz non solo una tradizione da rispettare, ma qualcosa di vivo e necessario.

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trionfante spirituale

Miglior traccia: The Rhythm Change

Hits: The Rhythm Change, Re Run

90
Tier 2° · Rank 128°
Cover di PER SOLDI E PER AMORE
174°

PER SOLDI E PER AMORE (2025)

Ernia

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

PER SOLDI E PER AMORE è il quarto disco in studio di Ernia. Purtroppo replica gli stessi errori del progetto precedente: ottimi testi, davvero conscious e personali — come PER I LORO OCCHI, in cui affronta il rapporto con i genitori, o PERCHE’ insieme a Madame, lucida disamina di ciò che porta l'individuo ad alienarsi dalla società — ma che non sono sostenuti da una musicalità adeguata.

Il disco è interamente prodotto da Charlie Charles, che però lascia perplessi. Le produzioni risultano anonime, vuote e poco inventive — e il problema non è tanto il minimalismo in sé, quanto il fatto che in molti brani non reggono il peso dei testi, lasciando Ernia senza una base su cui appoggiarsi davvero. Nei brani più introspettivi funzionano meglio, ma sono appunto le eccezioni.

Anche il flow, rimasto molto uniforme rispetto ai lavori precedenti, non aiuta. Peccato, perché il contenuto c'è ed è forte.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: PER I LORO OCCHI

Hits: PER I LORO OCCHI, PERCHE’

67
Tier 6° · Rank 271°
Cover di OSTIL3
175°

OSTIL3 (2025)

333 Mob

Hip-Hop/Rap Trap

OSTIL3 è il primo album del collettivo 333 Mob, guidato dal producer Low Kidd. La formula non è nuova né particolarmente innovativa — produzioni trap/hardcore con i bassi potenti avvolti però in atmosfera cupe e oscure, abbastanza tipico del suono di Kidd — ma per un esordio collettivo la coesione è già un risultato.

Quasi tutti gli ospiti (Lazza, Salmo, Nitro, Nerissima, tra gli altri) consegnano strofe tipiche da banger, da ascoltare ad alto volume.

Un album dal suono compatto che funziona quando si cercano vibrazioni “trap”, ma che difficilmente rimane a lungo nelle cuffie.

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trionfante angosciante

Miglior traccia: NO UBER

62
Tier 6° · Rank 292°
Cover di The Film
176°

The Film (2025)

Sumac & Moor Mother

Rock Alternative Rock

The Film è un progetto nato dalla collaborazione tra la band post-metal Sumac e il musicista Moor Mother.

L’album si presenta quasi come un’unica lunga composizione strumentale, che si muove tra rock, momenti più hard rock e passaggi vicini all’heavy metal. Le parti vocali, più parlate che cantate, contribuiscono a creare un’atmosfera particolare, quasi teatrale.

È un lavoro sicuramente interessante per approccio e costruzione, ma che alla lunga non lascia molta voglia di essere riascoltato.

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Miglior traccia: Camera

77
Tier 4° · Rank 207°
Cover di Filosofem
177°

Filosofem (1996) ✰

Burzum

Metal Black Metal Norwegian Black Metal Dark Ambient

Filosofem è il quarto album di Burzum, progetto solista di Varg Vikernes — lo stesso che nel 1993 aveva ucciso Euronymous dei Mayhem. È un dato che va detto, perché ascoltare questo disco senza saperlo significa perdere una parte del peso specifico che si porta addosso.

Il disco esce nel 1996 ma era stato registrato nel marzo del 1993, pochi mesi prima dell'omicidio. E la storia della registrazione racconta già tutto sull'approccio: niente amplificatore, chitarra collegata allo stereo del fratello con un pedale fuzz, e il microfono peggiore reperibile. Una scelta deliberata, non una limitazione. Il risultato è una produzione lo-fi spinta all'estremo — più vicina all'ambient e al rumore che al metal tradizionale — eppure perfettamente coerente con quello che il disco vuole essere.

Perché Filosofem non è un disco black metal nel senso stretto: è qualcosa che si discosta dall'estetica della scena norvegese per abbracciare territori più rarefatti e ossessivi. I brani metal ci sono — Dunkelheit e Jesus Tod sono chitarre ronzanti e blast beat ipnotici — ma il centro di gravità del disco è altrove. La penultima traccia, Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität, è venticinque minuti di synth ambient che ripetono la stessa figura in maniera quasi rituale. Assurda, ipnotica, impossibile da ignorare: ti lascia dentro qualcosa che non sai bene come definire.

È probabilmente il punto più alto raggiunto da Burzum. Un disco scomodo da ogni punto di vista — e forse è proprio per questo che funziona.

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angosciante ipnotico misterioso

Miglior traccia: Gebrechlichkeit I

100
Tier 1° · Rank 48°
Cover di Zarathustra
178°

Zarathustra (1973) ✰

Museo Rosenbach

Rock Progressive Rock

Zarathustra del Museo Rosenbach prende ispirazione dall'opera di Nietzsche e non lo nasconde — è un disco con ambizioni filosofiche e sonore che pochi nel prog italiano hanno saputo eguagliare. Le suite strumentali sono ricche e stratificate, con tastiere e mellotron che costruiscono architetture sonore elaborate, ma quello che distingue davvero questo disco dagli altri del genere è una componente teatrale più spinta.

Superuomo lo dimostra fin dai primi secondi: il grido quasi liberatorio del cantante — ecco nasce in me, vivo il Superuomo — apre il brano con un'energia trionfale, poi la strumentale si annulla, quasi scompare, per ricominciare su una linea melodica diversa, come atti separati di uno stesso spettacolo. È un disco che non scorre semplicemente — si trasforma, cambia pelle, sorprende.

Non ebbe molto successo all'epoca, ingiustamente penalizzato dall'associazione a idee filofasciste per la presenza del busto di Mussolini in copertina. Una perla del prog italiano.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: Superuomo

Hits: L’Ultimo Uomo, Superuomo

92
Tier 2° · Rank 103°
Cover di Willoughby Tucker, I’ll Always Love You
179°

Willoughby Tucker, I’ll Always Love You (2025)

Ethel Cain

Folk Americana Slowcore

Willoughby Tucker, I’ll Always Love You è il secondo progetto ufficiale della cantautrice americana Ethel Cain.

Il titolo è già di per sé fortemente evocativo: il disco si configura come un prequel di Preacher’s Daughter e ruota attorno al primo amore liceale di Ethel, Willoughby.

Nonostante il tema possa far pensare a un racconto autobiografico adolescenziale, il progetto è tutt’altro che acerbo: è un lavoro maturo, intenso ed estremamente curato nei dettagli.

Le lunghe sezioni strumentali, che si muovono tra folk, slowcore e indie pop, contribuiscono a creare un’atmosfera cinematografica, capace di evocare paesaggi desertici e cieli grigi del Nebraska, mentre la voce eterea di Ethel Cain avvolge l’ascoltatore, trascinandolo in un’esperienza emotiva profonda.

È uno di quei dischi che danno il meglio se affrontati come un’opera unica, da ascoltare dall’inizio alla fine: oltre un’ora di musica che richiede attenzione, ma che ripaga pienamente il tempo che le si dedica.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Nettles

85
Tier 3° · Rank 162°
Cover di Storia di un minuto
180°

Storia di un minuto (1972) ✰

Premiata Forneria Marconi

Rock Progressive Rock

Storia di un Minuto, pubblicato nel 1972, è uno degli album fondamentali del prog italiano e della musica italiana in generale. La PFM costruisce un disco di rara complessità strutturale — rock, jazz, classica e folk che non si limitano a coesistere ma si intrecciano in architetture sonore elaborate, con un'ispirazione ai King Crimson che si sente forte soprattutto nella densità e nell'articolazione dei brani.

Quello che però distingue la PFM dai loro riferimenti è una vena melodica di primissimo livello: Impressioni di Settembre ha probabilmente una delle melodie più belle (e note) della musica italiana, capace di restare impressa al primo ascolto e di non stancare mai. La Carrozza di Hans, brano dal sound quasi medievale, conferma che non si tratta di un caso isolato — la componente melodica è il filo conduttore dell'intero disco, ciò che tiene insieme la complessità senza renderla mai fredda o accademica.

Capolavoro.

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euforico riflessivo malinconico

Miglior traccia: Impressioni di settembre

Hits: Impressioni di settembre, La carrozza di Hans

100
Tier 1° · Rank 42°
Cover di Mezzanine
181°

Mezzanine (1998) ✰

Massive Attack

Hip-Hop/Rap Trip Hop

Mezzanine esce nel 1998 ed è il terzo album dei Massive Attack — e probabilmente il loro lavoro più compiuto. Il trip hop c'è ancora, ma spinto verso territori più oscuri e fisicamente opprimenti: bassi pesantissimi, chitarre che arrivano dal post-punk e dall'industrial, campionamenti da Velvet Underground e Cure. Rispetto ai lavori precedenti del gruppo, è un disco più duro, più claustrofobico, costruito su atmosfere che ti entrano dentro lentamente.

Angel apre con un crescendo cinematografico che non ha fretta di arrivare da nessuna parte — liquido, sospeso, come se il suono stesse prendendo forma nell'aria. Inertia Creeps parte con una tensione da fuga, qualcosa che sembra voler scappare da se stesso, poi cambia passo e la voce entra a tagliare tutto. In mezzo a questo, Teardrop è la parentesi di luce dell'intero disco: la voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins porta qualcosa di quasi angelico che stona — nel senso migliore — con il peso del resto.

C'è una coerenza sonora che attraversa tutto il progetto senza mai cedere, e quella coerenza è anche la sua forza: non è un disco che si ascolta distrattamente, richiede attenzione e si prende il suo spazio.

Uno dei migliori album degli anni '90, e un punto di riferimento imprescindibile per tutta la scena alternative di fine decennio.

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angosciante sognante misterioso

Miglior traccia: Black Milk

Hits: Teardrop, Inertia Creeps, Black Milk

98
Tier 1° · Rank 55°
Cover di The Spin
182°

The Spin (2025)

Messa

Metal Doom Metal Darkwave Gothic Rock

The Spin è il quarto album in studio dei Messa, band italiana doom metal di assoluto valore. L’atmosfera del progetto è profondamente dark, quasi gotica, con una produzione che abbraccia sonorità darkwave senza mai perdere l’identità doom del gruppo.

La voce di Sara Bianchin è il fulcro emotivo del disco: intensa e angelica, si amalgama con naturalezza al tessuto sonoro circostante. Le melodie e i riff di chitarra mantengono un’anima tipicamente doom, ma la band non si ferma lì — in brani come Immolation e The Dress, spingono verso territori progressive e persino jazz, con risultati che sono veri e propri gioielli dell’album.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Immolation

Hits: Immolation, The Dress

95
Tier 2° · Rank 84°
Cover di Nemesis Divina
183°

Nemesis Divina (1996)

Satyricon

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Nemesis Divina esce nel 1996 ed è il terzo album dei Satyricon — nonché l'ultimo prima che la band virasse verso territori più industriali e commerciali. È un disco che va in una direzione diversa rispetto ai capisaldi della scena norvegese: meno grezzo e distruttivo di De Mysteriis Dom Sathanas, meno ideologicamente estremo di Transilvanian Hunger, ma non per questo meno riuscito. Semplicemente, è un altro tipo di black metal.

Lo si capisce già dall'apertura: The Dawn of a New Age parte con una tastiera che introduce un'atmosfera quasi cinematografica, poi esplode in un assalto di riff e blast beat che non lascia dubbi sul genere. Ma c'è qualcosa di più costruito, di più ambizioso rispetto alla scena precedente — una produzione che suona come una colonna sonora rispetto agli standard lo-fi dell'epoca, inserti sinfonici che aggiungono epicità senza togliere peso. Le strumentali sembrano a tratti svanire e riemergere, come porte che si aprono e si chiudono.

I testi celebrano la tradizione pagana e la natura nordica, e anche la copertina segna una rottura netta: niente foto amatoriali in bianco e nero, ma un'opera grafica ricca di colore e simbolismo, quasi fuori posto in un catalogo black metal del tempo.

Il centro del disco è Mother North — uno degli anthem più iconici dell'intero genere. Quello scream, quelle chitarre che si abbattono come un vento gelido del nord: è uno di quei brani che ti travolge prima che tu abbia il tempo di razionalizzare cosa stai ascoltando.
Uno dei lavori più significativi dei Satyricon e del black metal norvegese.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Mother North

Hits: Mother North

88
Tier 3° · Rank 144°
Cover di Baby
184°

Baby (2025) ✰

Dijon

R&B Soul Experimental Pop

Baby è il secondo album ufficiale del cantante R&B Dijon.

Fin dal primo ascolto si percepisce chiaramente come un progetto di forte sperimentazione: le tracce giocano moltissimo con tempi irregolari, ritmi spezzati e collage sonori fatti di campionamenti — attinti soprattutto dal mondo hip-hop — glitch e riverberi, con la voce che diventa essa stessa uno strumento, fondendosi con la strumentale.

Sullo sfondo, il tema intimo della paternità aggiunge profondità emotiva al tutto.

Non è un album che arriva al primo ascolto, proprio per la struttura volutamente complessa delle tracce — ma quando arriva, arriva davvero.

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Miglior traccia: Another Baby!

Hits: Another Baby!, Yamaha

89
Tier 3° · Rank 137°
Cover di Anima Latina
185°

Anima Latina (1974) ✰

Lucio Battisti

Rock Progressive Rock

Battisti è conosciuto dai più per le sue canzoni pop, ma la sua massima espressione artistica la raggiunge con Anima Latina, il suo nono disco e un vero capolavoro di sperimentazione.

Concepito dopo un viaggio in America Latina, è un lavoro scarno di testi, privo di ritornelli nel senso tradizionale, costruito attorno a lunghe suite strumentali dinamiche e ricche di contaminazioni — latine, ovviamente, ma anche progressive e psichedeliche. La struttura aperta dei brani lascia spazio a un respiro musicale raro nella canzone italiana dell'epoca.

Affascinante anche la scelta di trattare la voce quasi come uno strumento tra gli altri: Battisti la nasconde nell'mix, la sfuma, la lascia emergere solo a tratti — quasi a voler costringere l'ascoltatore a sforzarsi per afferrare le parole, trasformando l'ascolto in un atto attivo. Una scelta coraggiosa, che aggiunge un ulteriore livello di profondità a un disco già stratificato.

Uno dei migliori album italiani di sempre, senza discussione.

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euforico sognante

Miglior traccia: Due mondi

Hits: Due mondi, Anima latina

100
Tier 1° · Rank 27°
Cover di DOPAMINA
186°

DOPAMINA (2025)

Sick Luke

Hip-Hop/Rap Pop Trap

Occasione in gran parte mancata per questo secondo album ufficiale di Sick Luce. DOPAMINA suona slegato: la tracklist procede per salti bruschi di genere — dalla trap al pop alla Alfa — senza una direzione complessiva che tenga insieme i pezzi.

Paradossalmente, i momenti migliori arrivano dagli ospiti su cui si poteva avere meno aspettative. L'opening con Blanco e Simba è una accoppiata inaspettata che funziona proprio per il contrasto tra i due: è esattamente il tipo di cortocircuito che ci si aspetta da un producer album, dove le featuring dovrebbero generare qualcosa di inedito.

Stesso discorso per "Mayday" con Plaza, che insieme all'opening spinge su un ibrido pop/trap davvero originale e centrato. "Le Donne" con Tony Effe fa il suo mestiere senza infamia e senza lode. Il resto del disco, invece, fatica a lasciare il segno.

Progetto irregolare, con alcuni picchi reali ma troppo poco collante per reggere come album.

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giocoso euforico

Miglior traccia: OGNI SBAGLIO (feat. BLANCO & Simba La Rue)

Hits: OGNI SBAGLIO, MAYDAY

51
Tier 7° · Rank 320°
Cover di At the Heart of Winter
187°

At the Heart of Winter (1999)

Immortal

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Probabilmente i puristi del black metal norvegese hanno strizzato le orecchie quando hanno ascoltato At the Heart of Winter (1999). Non più soltanto un assalto di blast beat e muri di chitarre: gli Immortal introducono elementi di thrash metal, cambi di ritmo e aperture melodiche che rendono il disco più accessibile — senza che questo sia una resa, anzi.

C'è una ragione concreta dietro questo cambio di rotta: Demonaz, chitarrista storico della band, fu costretto ad abbandonare lo strumento per una tendinite cronica. Abbath prese in mano le chitarre portando il suo stile naturalmente più melodico, e il risultato è un disco che suona diverso da tutto quello che era venuto prima — più epico, più cinematografico, costruito su composizioni lunghe e cariche di tensione.

Ed è proprio quella tensione il cuore del disco. Withstand the Fall of Time apre con un muro di suono dove la batteria sembra quasi trattenuta, in sospeso — poi arriva la calma, e poi esplodono i blast beat in tutta la loro forza. Tragedies Blows at the Horizon funziona allo stesso modo: suono martellante, poi la quiete, una melodia che ovatta tutto, ti culla quasi — e poi rientra la furia, le chitarre distorte e lo scream di Abbath che travolgono. Brani costruiti su momenti di suspense che non ti aspetti in un disco black metal.

Un lavoro che ti trascina in un inverno gelido dal respiro quasi epico. Uno dei dischi più riusciti del genere.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Tragedies Blows at the Horizon

Hits: Tragedies Blows at the Horizon, Withstand the Fall of Time

100
Tier 1° · Rank 28°
Cover di Canerandagio Pt. 2
188°

Canerandagio Pt. 2 (2025)

Neffa

Hip-Hop/Rap

Canerandagio Pt. 2 è la seconda parte dell'omonimo progetto di Neffa, e si mantiene in linea con la prima — ma con un mood che, specialmente nella parte finale, si fa ancora più oscuro e notturno.

È il tipico disco che si sposa bene con certi momenti precisi: in macchina, di notte, di ritorno a casa. Rispetto alla prima parte c'è anche un approccio decisamente più tecnico da parte di Neffa, come in Santosubito/Rubik, un grandissimo esercizio di stile — scrivili, spingili sti beats, dischi lirici, impliciti, principi, gli inizi, incipit, riti mistici criptici. Tra le tracce più riuscite, la riflessione sul tempo in Domani con nayt.

Le criticità rimangono però quelle della prima parte: troppi featuring finiscono per togliere spazio a Neffa, che a tratti sembra quasi un ospite nel suo stesso disco, e il progetto nel complesso suona più come una playlist di brani — anche buoni — che come un lavoro dall'identità precisa.

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riflessivo misterioso

Miglior traccia: Domani (feat. Nayt)

Hits: Domani (feat. nayt)

68
Tier 6° · Rank 265°
Cover di A Matter Of Time
189°

A Matter Of Time (2025)

Laufey

Pop Cantautorato

A Matter of Time è un concept album della cantautrice islandese Laufey che racconta le emozioni di una giovane donna in divenire. Il disco tocca momenti davvero intimi e riusciti — su tutti Snow White, che affronta con sincerità il tema del bodyshaming e dell'accettazione di sé — ma alterna queste vette a brani più prevedibili, che scivolano nel pop standard senza lasciare il segno.

Le produzioni hanno un gusto retrò curato, tra archi leggeri e suggestioni jazz che a tratti richiamano l'atmosfera di Colazione da Tiffany, fino a sfiorare certi colori quasi disneyani.

È un disco che funziona bene per chi cerca esattamente queste vibrazioni, ma che raramente osa spingersi oltre il perimetro che si è costruito — e a un certo punto si avverte il soffitto.

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sensuale riflessivo

Miglior traccia: Snow White

52
Tier 7° · Rank 319°
Cover di Catechesis
190°

Catechesis (2025)

Patristic

Metal Death Metal Blackened Death Metal

Album di debutto per questa band death metal italiana, e che debutto: Catechesis si candida fin da subito come un instant classic del genere. Il livello è altissimo — i Patristic riescono a mescolare con equilibrio quasi perfetto momenti di death metal tecnico e aggressivo con atmosfere di chiara matrice black metal, senza che nulla suoni forzato o fuori posto. La batteria è uno dei punti di forza assoluti: cambi di ritmo e variazioni di velocità continui, mai fini a se stessi. L’album è freddo, immersivo, a tratti brutale — le tracce scorrono collegate l’una all’altra come un unico flusso oscuro. Non il massimo solo per qualche margine di miglioramento sul growl, ma siamo davvero su dettagli.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Catechesis I

95
Tier 2° · Rank 88°
Cover di DIE
191°

DIE (2015) ✰

iosonouncane

Folk Folktronica

DIE di Iosonouncane — nome d'arte di Iacopo Incani, sardo di Buggerru — è un'opera teatrale riportata in musica. Sei brani che scorrono l'uno nell'altro senza soluzione di continuità, sei atti di un concept marino: da una parte un uomo in mezzo alla burrasca, dall'altra la donna che lo attende a terra. Due voci, due prospettive, un'unica storia.

Dire che è un disco folk con l'elettronica è vero ma riduttivo — è anche noise, free-jazz, psichedelia, tradizione sarda rimescolata e decostruita. Quello che tiene tutto insieme è il modo in cui la voce di Incani e i cori non stanno sopra la musica: ci sono dentro, sono parte della produzione stessa, tessuto sonoro quanto gli strumenti. L'accostamento che viene fatto più spesso è con Anima Latina di Battisti — stesso modo di seppellire la voce nelle trame del suono, stesso rifiuto di qualsiasi facilità.

Buio è forse il momento più rivelatore del disco: una produzione quasi ipnotica nella sua ripetitività, e a un certo punto ti sembra di sentire davvero la sirena di una nave — non come effetto decorativo, ma come qualcosa che emerge naturalmente da quel tessuto sonoro. Il brano si chiama Buio ma è accecante nella sua luminosità, quasi abbagliante. È il tipo di contraddizione che solo la musica sa tenere insieme.

L'idea originale di Incani era di portare il disco in teatro prima ancora di pubblicarlo — e si sente. DIE non è un ascolto, è un'esperienza. Capolavoro.

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misterioso angosciante spirituale

Miglior traccia: Buio

Hits: Buio, Carne, Paesaggio

100
Tier 1° · Rank 17°
Cover di Giants & Monsters
192°

Giants & Monsters (2025)

Hellowen

Metal Power Metal

Gli Helloween sono giganti del power metal europeo, e Giants & Monsters — ben il diciassettesimo disco — dimostra che sanno ancora fare la cosa meglio di chiunque altro. Un album che scorre piacevolmente, con riff di chitarra eseguiti a regola d'arte e un equilibrio riuscito tra momenti power nel senso più classico del termine e aperture più hard rock.

Le voci di Andi Deris, Michael Kiske e Kai Hansen sono sempre pulite, dal tono epico come da tradizione. Arrivare al diciassettesimo disco senza perdere identità non è cosa da poco — e si sente.

Se si vuole un disco che rispetta le regole del genere e riporta ai tempi d'oro, questo è il posto giusto. Se si cerca sperimentazione, meglio guardare altrove.

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trionfante

Miglior traccia: We Can Be Gods

Hits: We Can Be Gods

62
Tier 6° · Rank 289°
Cover di Io Sono
193°

Io Sono (2020)

Olly

Hip-Hop/Rap Pop Cantautorato

Io sono è il primo EP solista ufficiale di Olly e suona perfettamente in linea con la scuola rap ligure di quel momento. Le produzioni di JVLI e YANOMI richiamano quelle di Andrews Right o Shune — stesso tipo di atmosfera, stesso approccio minimale e denso — e la rappata di Olly, emo e incazzata con la vita, con quella voce graffiata, ricorda molto quella di Disme, che di lì a un mese avrebbe pubblicato Malverde. Un parallelo che non sembra casuale: stessa aria, stesso mood, stessa Liguria.

Tra i brani che funzionano meglio c'è Paranoie: testo sincero, ritornello melodicamente riuscito, il tipo di pezzo che si porta dietro dopo l'ascolto. Il resto del progetto è dignitoso ma non lascia troppo il segno. Un esordio sufficiente, con il potenziale già visibile ma ancora da sviluppare.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Paranoie

58
Tier 7° · Rank 308°
Cover di In The Nightside Eclipse
194°

In The Nightside Eclipse (1994) ✰

Emperor

Metal Black Metal Norwegian Black Metal Symphonic Black Metal

In the Nightside Eclipse esce nel 1994, stesso anno di De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem — e già questo la dice lunga su quanto fosse fertile quel momento per il black metal norvegese. Ma se il disco dei Mayhem è un monolite di oscurità primordiale, quello degli Emperor è qualcosa di diverso: più stratificato, più ambizioso, costruito su una visione sonora precisa.

Non è solo il solito muro di chitarre gelide e produzione lo-fi. Le tastiere portano una dimensione sinfonica che trasforma il disco in qualcosa di epico, quasi mistico — e "mistico" non è una parola buttata lì. Basta ascoltare Inno a Satana: parte con un giro di chitarre riconoscibile, poi si apre in un muro di suono che ha qualcosa di luminoso, quasi ieratico, ben lontano dall'aggressione pura. Oppure The Majesty of the Night Sky, che si apre con uno scream demoniaco di quelli che ti rimangono in testa. È proprio questa scelta melodica e atmosferica che distingue il disco dalla concorrenza: non ti arriva solo la forza bruta, c'è una costruzione emotiva dietro.

Anche l'immaginario dei testi si discosta dal satanismo esplicito tipico della scena — l'unica eccezione è proprio Inno a Satana — per abbracciare qualcosa di più vicino al dark fantasy. Un'estetica coerente con la musica, che punta sull'evocazione più che sulla provocazione.

Uno dei migliori dischi dell'intera wave norvegese.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: The Majesty of the Night Sky

Hits: I Am Black Wizards, The Majesty of the Night Sky, Inno a Satana

100
Tier 1° · Rank 34°
Cover di Transilvanian Hunger
195°

Transilvanian Hunger (1994) ✰

Darkthrone

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Se De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem è il monolite oscuro della scena norvegese, Transilvanian Hunger dei Darkthrone è il suo lato più estremo e radicale. Stesso anno, 1994, ma un passo ulteriore verso il baratro: qui siamo all'apoteosi del lo-fi, un suono così grezzo e volutamente degradato da sembrare, ai primi ascolti, quasi solo rumore. Non è un difetto — è una dichiarazione d'intenti.

Fenriz registrò tutto da solo su un quattro piste in casa, e quella scelta si sente in ogni secondo: chitarre che tagliano come lame di ghiaccio, blast beat ipnotici, la voce di Nocturno Culto ridotta a un urlo congelato sepolto nel mix. Il minimalismo non è pigrizia — è ideologia. Rifiuto totale di tutto ciò che il metal era diventato negli anni precedenti: produzioni lucide, tecnicismi, concessioni al pubblico. Niente di tutto questo sopravvive qui.

È un disco difficile, forse il più difficile dell'intera scena norvegese. Richiede disponibilità e attenzione: se non ci si sintonizza, rimane rumore bianco gelido. Ma chi riesce ad entrarci trova qualcosa di coerente fino all'ossessione — il cuore ideologico ed estetico di quello che il retro copertina proclamava senza mezzi termini: True Norwegian Black Metal.

Insieme al lavoro dei Mayhem, è il disco che ha definito il genere più di qualsiasi altro. Un punto di riferimento obbligatorio per capire da dove viene il black metal e dove poteva arrivare.

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angosciante

Miglior traccia: Transilvanian Hunger

86
Tier 3° · Rank 159°
Cover di Yokai
196°

Yokai (2025)

Dropout Kings

Metal Nu Metal Rap Metal Trap Metal

I Dropout Kings sono una band nu metal/rap metal americana e Yokai è il loro terzo disco in studio. La formula richiama quella dei Linkin Park — alternanza tra parti cantate e rappate, chitarre pesanti e ritornelli accessibili — ma con una componente rap più spinta e un suono metal più aggressivo. Molte tracce sono orecchiabili grazie a melodie riuscite, come Baka o Black Sheep.

Il problema è una marcata disomogeneità di suono che disorientare e non lascia capire la direzione del disco: c'è il trap metal della title track, ma anche una First Day Out che suona come la sigla di una sitcom liceale americana.

Stesso discorso per i riferimenti al Giappone e alle frasi in giapponese disseminate nel disco: un tocco estetico che sembra fine a sé stesso, senza un intento preciso né una coerenza con il resto. È un disco che può lasciare perplessi.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: First Day Out

58
Tier 7° · Rank 307°
Cover di Joanita
197°

Joanita (2025)

Joan Thiele

Pop Rock Trip Hop

Joanita è il secondo album in studio di Joan Thiele. Si tratta anche del suo primo album interamente in italiano, e avercene di dischi pop di questo livello. Joan Thiele costruisce un pop cinematografico e personalissimo, in cui la chitarra — quasi onnipresente — conferisce alle produzioni un sapore “western” molto riconoscibile e piacevole. In alcune tracce emerge invece un approccio più trip-hop, a conferma di una varietà sonora ampia e ben gestita.

La sua voce, sempre lieve e spesso quasi sussurrata, aggiunge un tocco di raffinatezza che pervade l'intero progetto. Tra i quattordici brani figura anche Eco, il pezzo con cui ha partecipato al Festival di Sanremo 2025. I testi, personali e curati, completano il quadro di un'artista che sa esattamente cosa vuole dire e come dirlo. Un top album, senza discussioni.

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sensuale rilassato

Miglior traccia: Veleno

Hits: Tramonto, Dea

90
Tier 2° · Rank 131°
Cover di God Does Like Ugly
198°

God Does Like Ugly (2025)

JID

Hip-Hop/Rap Trap

God Does Like Ugly è il quarto album in studio del rapper americano JID, classe 1989.

Si tratta di un progetto solido e ben strutturato, che trova un buon equilibrio tra tracce più immediate e “banger” da club — legate alle sonorità trap tipiche di Atlanta — e brani che invece si muovono nella direzione dell’hip-hop più classico.

Il vero punto di forza del disco è senza dubbio la tecnica di JID: straordinario negli extra-beat, negli incastri e nei continui cambi di flow, dimostra ancora una volta di essere un rapper di altissimo livello. Da questo punto di vista, è semplicemente impressionante.

Probabilmente non è un album destinato a segnare un punto di svolta nell’evoluzione del genere, ma se si cerca del rap americano di qualità, ben prodotto e tecnicamente impeccabile, è sicuramente una scelta centrata.

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aggressivo

Miglior traccia: Gz

Hits: Knew Better, Gz

86
Tier 3° · Rank 158°
Cover di Alfredo 2
199°

Alfredo 2 (2025)

Freddie Gibbs & The Alchemist

Hip-Hop/Rap

Dopo il primo capitolo — che valse una nomination ai Grammy nel 2020 — Freddie Gibbs e The Alchemist tornano a collaborare nella serie Alfredo con un secondo episodio assolutamente all’altezza del precedente.

Le produzioni sono di altissimo livello dall’inizio alla fine: The Alchemist costruisce un suono estremamente curato e omogeneo, capace di dare al disco un’identità precisa, rendendolo un vero album e non una semplice raccolta di tracce.

Freddie Gibbs, dal canto suo, conferma una tecnica impressionante, che emerge soprattutto nei momenti in extrabeat, dove gioca con il tempo e con le metriche con grande naturalezza.

A impreziosire il tutto ci sono anche dettagli stilistici riusciti, come gli outro in giapponese: un vero tocco di classe che contribuisce a definire ulteriormente l’atmosfera del progetto.

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spirituale

Miglior traccia: Ensalada

86
Tier 3° · Rank 156°
Cover di In: Titolo
200°

In: Titolo (2025) ✰

Giulia Impache

Electronic Neo Psychedelia

In: Titolo è il primo disco della cantautrice torinese Giulia Impache. È un album complesso, di pura sperimentazione, portata anche all’estremo: distorsioni elettroniche, strutture poco lineari, pochi vocalizzi su basi psichedeliche e suoni difficilmente riconducibili a qualcosa di familiare.

Non è un ascolto immediato, anzi: è un disco difficile da metabolizzare e, per certi versi, anche da apprezzare fino in fondo. Però è proprio questo il punto di forza del progetto, che prova a spingersi oltre i confini dei generi.

È il tipo di lavoro che probabilmente non si lascia capire subito, ma che acquista senso (o almeno ci prova) con il tempo.

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giocoso misterioso

Miglior traccia: Ogni Cosa

79
Tier 4° · Rank 197°
Cover di Vanisher, Horizon Scraper
201°

Vanisher, Horizon Scraper (2025)

Quadeca

Alternative Experimental Hip-Hop Post Rock Chamber Pop Neo Psychedelia

Vanisher, Horizon Scraper è il quarto disco del musicista e youtuber americano Quadeca. Il progetto si presenta come un vero e proprio viaggio sonoro: narra le avventure di un marinaio in cerca di riparo dopo un'apocalisse, narrativa rafforzata da un cortometraggio recitato dallo stesso Quadeca e uscito insieme al disco.

Dal punto di vista meramente musicale è un lavoro molto ambizioso — un mix di folk, elettronica e neo-psichedelia, con incursioni nel pop e persino nell'hip-hop — un concentrato di sfaccettature diverse che però non frammentano mai il racconto, mantenendo l'esperienza di ascolto sorprendentemente omogenea.

L'unico difetto è forse la lunghezza, che in alcuni tratti rischia di appesantire. Probabilmente non è il disco da tenere in loop nelle cuffie, ma merita sicuramente più di un ascolto.

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sognante misterioso riflessivo

Miglior traccia: MONDAY

Hits: MONDAY, FORGONE

91
Tier 2° · Rank 117°
Cover di Superfly
202°

Superfly (1972) ✰

Curtis Mayfield

Soul Psychedelic Soul Funk Soundtrack

Superfly di Curtis Mayfield, colonna sonora dell'omonimo film del 1972, è un soul concept album pionieristico che si affianca a What's Going On di Marvin Gaye come uno dei documenti più lucidi e spietati sulla società americana dell'epoca — la povertà, l'amore, l'abuso di droga visti dall'interno. Un album no skip, con produzioni soul/funk di rara qualità.

Pusherman colpisce fin dall'intro: percussioni minimali, poi la voce di Curtis che entra con una delicatezza disarmante, quasi in contrasto con quello che sta raccontando. Altra traccia memorabile è No Thing On Me (Cocaine Song) — la strumentale è rilassata, quasi sospesa, ma le parole non lasciano scampo: The oppressed seem to have suffered the most / In every continent coast to coast / Now our lives are in the hands of the pusherman.

Da ascoltare.

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malinconico sensuale riflessivo

Miglior traccia: No Thing On Me (Cocaine Song)

Hits: No Thing On Me (Cocaine Song)

95
Tier 1° · Rank 81°
Cover di Mainstream
203°

Mainstream (2015)

Calcutta

Pop Indie Pop

Mainstream è sicuramente un disco importante per lo sviluppo dell'indie pop italiano — quando esce nel 2015 apre una stagione intera, e il merito storico è innegabile. Il problema è che riascoltarlo oggi è un'altra cosa.

Il marchio di fabbrica di Calcutta è quella formula ironia-malinconia che all'epoca sembrava fresca: testi fatti di immagini quotidiane leggermente storte, né poetiche né banali. Funziona, per un po'. Ma nel corso del disco la formula si ripete senza variare abbastanza, e brani come Limonata e Frosinone — tra i più celebrati — finiscono per assomigliarsi più di quanto dovrebbero. Certe immagini che al primo ascolto sembravano originali, come quel "ma tu giri l'insalata / e non ce la fai più", con il tempo rivelano i limiti di un approccio che punta tutto sull'effetto di straniamento senza costruire molto altro intorno. Era il nuovo indie pop italiano, e si sentiva — nel bene e nel male.

Le produzioni a tratti elettroniche sono interessanti e rappresentano uno dei tentativi più riusciti del disco di andare oltre la chitarra acustica, anche se non sempre centrano il bersaglio.

I brani più forti — Gaetano, Del Verde, Cosa mi manchi a fare — reggono come ascolti singoli e rimangono il motivo principale per tornare al disco. Ma come esperienza complessiva, Mainstream è un album che ha avuto più senso nel momento in cui è uscito che non oggi. Bene, ma non abbastanza da invecchiare benissimo.

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malinconico giocoso

Miglior traccia: Frosinone

70
Tier 5° · Rank 256°
Cover di Bellaria
204°

Bellaria (2018)

Vegas Jones

Hip-Hop/Rap Trap

Bellaria è il primo vero salto mainstream di Vegas Jones, e si sente subito che il ragazzo sa rappare. Tecnicamente è superiore a gran parte della scena trap del momento — rime costruite, flow impeccabile, un controllo del ritmo che non è roba da dare per scontata.

Il disco suona benissimo, e il merito è anche delle produzioni west-coast di Boston George e soci: basi che ti trasportano su una spiaggia californiana anche se fuori piove a Cinisello. Malibu è la hit che apre il mondo di Vegas Jones a un pubblico più largo, ma il disco regge dall'inizio alla fine — Cristo, Yankee Candle, la title track sono tutte tracce che funzionano.

L'unica riserva, e Vegas Jones probabilmente lo sa, è che le parole scivolano via. Non è questione di autocelebrazione o di temi scontati — è che i testi non ti portano da nessuna parte in particolare, non colpiscono, non rimangono.

Ascolti, ti godi il flow, e dopo non ti ricordi cosa ha detto. Per un certo tipo di rap è un peccato veniale; per un disco che suona così bene, ogni tanto ti viene voglia di qualcosa in più. Ma Bellaria non pretende di essere altro, e nella misura in cui non lo pretende, fa esattamente quello che deve fare.

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malinconico euforico

Miglior traccia: Bellaria

Hits: Bellaria, Malibu, Yankee Candle, Cristo

74
Tier 4° · Rank 225°
Cover di L’arca di Noè
205°

L’arca di Noè (1982)

Franco Battiato

Pop

L'Arca di Noè arriva nel 1982 sulla scia del successo clamoroso di La Voce del Padrone, e già dal primo ascolto è chiaro che Battiato non ha nessuna intenzione di ripetere la stessa formula. L'approccio dance e le melodie immediate del disco precedente lasciano spazio a qualcosa di più rarefatto, più ermetico: testi filosofici e spirituali, una scrittura volutamente ostica, un suono che usa l'elettronica non per far muovere ma per creare atmosfere sospese e a tratti cupe.

È un disco che si apprezza più con la testa che con la pancia. Le riflessioni si stratificano — sul tempo, sull'esodo, sulla guerra fredda — ma senza mai trovare una formula accessibile che le veicoli. È Battiato nel suo lato più concettuale, quello che preferisce costruire un mondo sonoro coerente piuttosto che scrivere canzoni che restano in testa.

In questo contesto, Voglio Vederti Danzare suona quasi come un ospite inatteso. Melodia immediata, ritornello che rimane, ritmo che riporta in parte l'elettronica del disco precedente — ma anche qui Battiato non si concede del tutto, lasciando riferimenti alla filosofia orientale e all’esoterismo: “Voglio vederti danzare/ Come i dervisches tourners / Che girano sulle spine dorsali/ O al suono di cavigliere del Katakali”.

Rispetto a La Voce del Padrone, è un passo indietro in termini di impatto immediato — ma è un disco onesto, che non cerca di replicare un successo irripetibile. Per chi vuole avvicinarsi a Battiato, non è da qui che si comincia. Per chi lo conosce già, è un tassello necessario.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: Voglio Vederti Danzare

Hits: Voglio Vederti Danzare

87
Tier 3° · Rank 153°
Cover di MM..FOOD
206°

MM..FOOD (2004) ✰

MF DOOM

Hip-Hop/Rap Undergroup Rap

MM..FOOD è il secondo album di MF DOOM sotto quel nome — e già il titolo dice tutto: è un anagramma di MF DOOM, e il cibo è sia il tema letterale che la metafora portante dell'intero disco. Ogni brano ruota attorno a un riferimento culinario che nasconde un secondo livello di lettura — il rap, la società, i rapporti tra colleghi. Un concept costruito con una coerenza totale, dall'artwork alle liriche agli sketch.

Musicalmente è un disco che non fa sconti: zero ritornelli banalmente catchy, solo rap serrato con incastri studiati su produzioni che fanno uso abbondante di sample e stralci di serie animate degli anni '70 e '80 — perfettamente coerenti con l'immaginario da supercattivo mascherato che DOOM aveva costruito attorno a sé.

Rapp Snitch Knishes è il momento che incarna tutto questo meglio di qualsiasi altro: un riff di chitarra iconico che si sposa perfettamente con il flow di DOOM e quello di Mr. Fantastik, due voci che si incastrano come ingranaggi.

Il disco è tecnicamente sopraffino — gli incastri ritmici e il liricismo denso richiedono attenzione, ma ne vale la pena ad ogni ascolto. Un capolavoro dell'hip hop underground, rimasto intatto nel tempo.

Bomba.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: Rapp Snitch Knishes

Hits: Rapp Snitch Knishes

98
Tier 1° · Rank 64°
Cover di La Fine Dei Vent’anni
207°

La Fine Dei Vent’anni (2016)

Motta

Rock Indie Rock Alternative Rock

La fine dei vent'anni è il disco d'esordio solista di Francesco Motta, cantautore toscano con alle spalle anni di militanza nella band Criminal Jokers, prima di intraprendere la carriera di solista che lo ha portato anche a Sanremo nell’edizione del 2019. Un curriculum tutt'altro che improvvisato, insomma, e si sente in questo disco: la produzione di Riccardo Sinigallia leviga tutto con cura, i testi sono pensati e sentiti, con una riflessione sincera e lucida sul tema del passaggio all’età adulta. La title track in particolare ha quella qualità malinconica e diretta che funziona.

Eppure, alla fine, il disco non mi ha convinto del tutto. Musicalmente non ho trovato l'appiglio giusto: nessuna melodia che rimane, nessun arrangiamento che lascia il segno. La voce di Motta è particolare — per certi aspetti timbrici ricorda alla lontana quella di Damiano dei Maneskin — ma da sola non basta a tenere tutto in piedi quando le canzoni non decollano. È un disco che si muove a metà tra indie pop e rock senza mai sbilanciarsi davvero, e forse è proprio questa compostezza a tenerlo a distanza.

Un buon disco, probabilmente, per chi cerca un cantautorato italiano solido e contemporaneo. Ma non uno di quelli che ti cambiano la prospettiva.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: La Fine Dei Vent’anni

65
Tier 6° · Rank 283°
Cover di Scialla Semper
208°

Scialla Semper (2019)

Massimo Pericolo

Hip-Hop/Rap Conscious Rap Hardcore Hip-Hop Emodrill

Scialla Semper è uno degli album d'esordio più forti del rap italiano post 2016. Il titolo non è casuale: Scialla Semper era il nome dell'operazione antidroga che nel 2014 portò all'arresto di Massimo Pericolo e di altre trenta persone. Ribaltarlo come titolo del proprio disco d'esordio è già di per sé una dichiarazione — rivincita, con il proprio successo, a un sistema che ti aveva già giudicato.

In un momento dominato dalla vuotezza estetica della trap, Massimo Pericolo si fa spazio raccontando le frustrazioni e il senso di vuoto di un ragazzo di provincia uscito dal carcere dopo aver scontato una pena per spaccio di sostanze leggere. Non c'è nulla di costruito: l'urgenza è reale, e si sente. Il rap è spiccio, diretto, senza pose — e in quel 2019 suonava come qualcosa che mancava da tempo.

Le produzioni di Phra Crookers e Nic Sarno non sono il punto forte del disco, ma assolvono bene al loro compito: un suono sporco, quasi grezzo, che Massimo Pericolo stesso definisce "emo-drill" — un ibrido tra la durezza della drill e una vena più intima e malinconica. È il tappeto giusto per il tipo di racconto che vuole fare. Sabbie d'oro, Amici e la title track sono le tracce più intense, quelle in cui il peso specifico delle liriche si sente di più. Ma il disco stupisce anche nei momenti più duri e aggressivi, come Ansia con Ugo Borghetti — uno dei featuring più riusciti. Totoro, presente nella riedizione Emodrill Repack, è un'altra gemma da non perdere.

Un piccolo grande disco, che ha aperto una crepa nel rap italiano e ci ha ricordato che l'urgenza espressiva, quando è vera, non ha bisogno di altro.

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aggressivo malinconico angosciante

Miglior traccia: Amici

Hits: Sabbie D’oro, Amici, Totoro

91
Tier 2° · Rank 114°
Cover di A Void Within Existence
209°

A Void Within Existence (2025)

Abigail Williams

Metal Black Metal

A Void Within Existence è il sesto disco in studio degli Abigail Williams, band americana che nel tempo si è allontanata dalle radici symphonic black metal verso un suono più atmosferico e post.

Fino a Still Nights il disco spinge forte: chitarre compatte, blast beat vigorosi, un wall of sound grezzo ma rifinito che segue una scia black metal più tradizionale. Nelle ultime tracce la band vira verso sonorità più sinfoniche e melodiche, con risultati discreti ma meno incisivi.

Tecnicamente non c'è nulla da eccepire, ma è la performance vocale il punto più debole: lo scream non spicca per originalità né per riconoscibilità, e in un genere dove la voce può fare la differenza, questa piattezza si fa sentire. Un disco solido ma non memorabile.

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aggressivo angosciante

Miglior traccia: Talk To Your Sleep

57
Tier 7° · Rank 309°
Cover di Is This It
210°

Is This It (2001)

The Strokes

Indie Rock Garage Rock

Is This It esce nel 2001, in pieno dominio del nu metal — Limp Bizkit, Slipknot, Korn sulle classifiche rock/metal. Gli Strokes arrivano da New York con tutt'altro in testa: garage rock e Velvet Underground, un suono volutamente grezzo e analogico che guarda indietro agli anni '70 piuttosto che al presente. In quel contesto, il disco suonava come una risposta precisa a qualcosa che stava stancando.

La produzione è essenziale, quasi ostentatamente povera di sovrastrutture — pochi strumenti, registrazione live, nessun trucco in studio. La voce di Julian Casablancas è filtrata e distorta, come se arrivasse da una radio lontana, e contribuisce a quell'atmosfera da club newyorkese di periferia. Someday è il momento più immediato: un ritornello che entra in testa quasi subito e non se ne va.

Il problema è che quella stessa essenzialità, portata avanti per tutto il disco, rischia di diventare uniformità. Le basi di batteria si assomigliano molto da una traccia all'altra — Someday e New York City Cops condividono quasi lo stesso ritmo — e quell'omogeneità, a seconda di chi ascolta, può risultare coerenza stilistica o semplicemente ripetizione.

Un disco che ha avuto un peso storico innegabile — ha aperto la strada al garage rock revival dei primi 2000 e si sente nelle impronte di mezza generazione di band successive — ma che oggi può mostrare più di qualche crepa.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: Someday

74
Tier 4° · Rank 224°
Cover di Neffa e I Messaggeri della Dopa
211°

Neffa e I Messaggeri della Dopa (1996) ✰

Neffa

Hip-Hop/Rap Funk

Neffa e i Messaggeri della Dopa esce nel 1996, primo disco solista di Neffa dopo l'esperienza Sangue Misto. Il titolo è già un omaggio dichiarato agli Art Blakey & the Jazz Messengers, e la musica segue coerentemente: produzioni jazz-rap con campionamenti da Herbie Hancock, Miles Davis e James Brown, un sound decisamente black che all'epoca suonava come qualcosa di diverso da tutto il resto del rap italiano.

Il disco funziona come collettivo — 18 featuring, la scena tutta raccolta intorno a Neffa — e liricamente sia lui che gli ospiti reggono bene, con una tecnica solida e un'identità precisa. Aspettando il sole, con il ritornello di Giuliano Palma, resta il momento più accessibile e anche quello che aprì le porte della radio al rap italiano per la prima volta.

Il problema è che quella matrice jazz-rap minimale, per quanto distintiva nel contesto dell'epoca, oggi accusa il peso degli anni. Le produzioni grezze che allora erano una scelta stilistica adesso suonano semplicemente datate, e quell'estetica — affascinante nella sua purezza — non ha la stessa presa di ascolti più recenti. Non è un difetto del disco in sé, è il limite di un suono così figlio del suo tempo.

Un documento importante per capire le radici dell'hip hop italiano, ma probabilmente non un ascolto per tutti oggi.

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rilassato riflessivo

Miglior traccia: Aspettando il Sole

77
Tier 4° · Rank 214°
Cover di Back to Black
212°

Back to Black (2006) ✰

Amy Winehouse

R&B Soul Jazz

Back to Black esce nel 2006, in pieno dominio del pop patinato. Amy Winehouse arriva con tutt'altro: un sound che guarda indietro di quarant'anni, soul e girl groups anni '60 riportati in vita con una fedeltà quasi anacronistica — le produzioni di Mark Ronson e Salaam Remi, la band di Sharon Jones & The Dap-Kings a fare da spina dorsale. In quel contesto suonava fuori tempo, e proprio per questo era impossibile ignorarlo.

È un disco intensamente intimo, dove Amy mette a nudo le proprie fragilità e trasforma la delusione amorosa in musica con una sincerità che non lascia scampo. Non tutte le tracce reggono allo stesso modo — c'è qualche momento meno a fuoco — ma nelle più riuscite la sua voce arriva con una forza e un'emozione tali da rendere quasi superflua ogni produzione.

You Know I'm No Good è forse il caso più lampante: quel basso, quelle fiammate di ottoni, e poi lei che entra e si prende tutto lo spazio. Rehab e la title track sono ormai nell'immaginario collettivo e non hanno bisogno di presentazioni.

Un disco che colpisce per sincerità e intensità, da ascoltare almeno una volta.

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malinconico sensuale riflessivo

Miglior traccia: Back to Black

Hits: Back To Black, You Know I’m No Good

93
Tier 2° · Rank 97°
Cover di My Beautiful Dark Twisted Fantasy
213°

My Beautiful Dark Twisted Fantasy (2010) ✰

Kanye West

Hip-Hop/Rap Progressive Rap

My Beautiful Dark Twisted Fantasy nasce da una caduta. Dopo il caso Taylor Swift agli MTV VMA del 2009 — il microfono strappato, la gogna mediatica, il ritiro volontario alle Hawaii — Kanye torna con quello che lui stesso ha definito una scusa a rovescio: non mi dispiace, vi dimostro di cosa sono capace. Il risultato è un disco enorme, rutilante, quasi eccessivo per definizione.

Complesso e sperimentale, con un'ambizione che tocca il prog nel modo in cui le strutture si espandono e le produzioni si stratificano, MBDTF ha al centro un dualismo preciso: gli eccessi, i desideri proibiti, la caduta — tutto ciò che fa di Kanye un "mostro" — sono anche la sorgente della sua arte. Non è autoindulgenza, è autobiografia.

Ci sono momenti che restano impressi. Dark Fantasy apre il disco con un'intro narrata da Nicki Minaj, voce quasi diabolica che lascia il passo a un coro gospel e a una produzione che riprende i colori caldi di The College Dropout. Power è diventata una hit globale con un intro che sembrava impossibile da rendere così memorabile e un sample di 21st Century Schizoid Man dei King Crimson. E poi c'è Runaway: una singola nota ripetuta al pianoforte, e Kanye riesce a renderla iconica, eterna. È il tipo di intuizione che o hai o non hai.

Il problema è che con tanti featuring il disco non mantiene sempre lo stesso livello. Brani come Gorgeous o So Appalled non aggiungono granché, e in generale la presenza degli ospiti diluisce più che arricchire — con le eccezioni giuste: Pusha T su Runaway e lo show di Nicki Minaj su Monster sono un'altra storia.

Rimane un disco straordinario, e per molti il suo capolavoro assoluto. Personalmente, resto convinto che The College Dropout sia ancora il suo vertice — e aggiungo una cosa che potrebbe sorprendere: Donda, con meno sperimentazione ma più emozione, per me gli sta sopra anche questo. MBDTF è grandioso, ma la grandiosità a volte copre qualcosa invece di rivelarlo.

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trionfante riflessivo spirituale

Miglior traccia: Power

Hits: Power, Runaway, Dark Fantasy

92
Tier 2° · Rank 105°
Cover di Schegge
214°

Schegge (2025)

Giorgio Poi

Pop Indie Pop Cantautorato

Giorgio Poi è senza dubbio uno dei migliori cantautori della scena indie-pop contemporanea. Gommapiuma aveva già fissato uno standard molto alto, grazie a brani emotivamente intensi e riusciti come Giorni Felici. Con Schegge compie però un passo ulteriore.

Dal punto di vista musicale, il disco presenta produzioni più sperimentali, che fondono il suono dell’indie pop più tradizionale con una componente elettronica più spinta, quasi new wave. Anche sul piano lirico si percepisce un’evoluzione: Poi sembra essersi liberato di una certa “retorica del quotidiano” che in passato rischiava di risultare un po’ forzata — ti ho vista al banco degli affettati, per dirne una — a favore di una scrittura più astratta e sospesa.

Il disco decolla particolarmente dopo l’interludio schegge, diventando sempre più intenso e sperimentale nel suono.

In definitiva, Schegge è un ottimo disco, uno di quelli che cresce ascolto dopo ascolto. Che sia il capolavoro definitivo di Giorgio Poi?

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sognante riflessivo

Miglior traccia: non c’è vita sopra i 3000 kelvin

Hits: giochi di gambe, non c’è vita sopra i 3000 kelvin

89
Tier 3° · Rank 138°
Cover di Black Radio
215°

Black Radio (2012) ✰

Robert Glasper Experiment

Jazz R&B Soul

Black Radio è un disco che ammetto di aver ascoltato poco, e probabilmente non gli ho reso giustizia. È il progetto del pianista jazz Robert Glasper con la sua band elettrica, il Robert Glasper Experiment: un lavoro che invita un roster di ospiti dalla scena R&B, soul e hip-hop — Erykah Badu, Yasiin Bey, Lupe Fiasco, tra gli altri — a cantare e rappare su produzioni che mescolano jazz, neo-soul e hip-hop. Ha vinto il Grammy come Best R&B Album nel 2013, ed è considerato uno dei dischi che ha aperto una strada nuova per il jazz contemporaneo.

Il suono è raffinato, le tracce scivolano leggere — e devo ammettere che l'ho vissuto soprattutto come musica da sottofondo. Potrebbe essere un mio limite d'ascolto più che un difetto del disco. Però è anche vero che certi album funzionano proprio così, e non è necessariamente una colpa.

Ci sono però momenti che bucano anche l'ascolto distratto. La title track Black Radio con Yasiin Bey è uno di questi: il suo flow è qualcosa di preciso e magnetico, difficile da ignorare. E poi c'è la cover di Smells Like Teen Spirit: qualcosa di quasi irriconoscibile, etereo, come se fosse arrivata da un altro pianeta. Vale da sola l'ascolto.

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sensuale riflessivo

Miglior traccia: Black Radio

88
Tier 3° · Rank 145°
Cover di EUSEXUA
216°

EUSEXUA (2025)

FKA twigs

Pop Avant-Pop Dance Techno

Eusexua è un neologismo coniato da FKA Twigs stessa: per lei indica una sensazione di euforia estrema successiva all'atto sessuale, qualcosa che trascende la natura umana. E con questo album riesce pienamente a trasmettere quella sensazione.

Techno, elettronica in continua evoluzione, accenni di drum and bass: EUSEXUA, terzo disco in studio della Barnett, è un lavoro dalle diverse sfumature — tra il sensuale, l'intimo e l'erotico — reso tale dall'intensità della voce di FKA Twigs e dalle sue linee melodiche.

C'è qualche traccia meno riuscita delle altre che incrina leggermente la solidità del progetto, ma nel complesso è un disco pop d'avanguardia davvero interessante.

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sensuale

Miglior traccia: Striptease

Hits: Striptease

89
Tier 2° · Rank 132°
Cover di Enter The Wu-Tang (36 Chambers)
217°

Enter The Wu-Tang (36 Chambers) (1993) ✰

Wu-Tang Clan

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop

Enter the Wu-Tang (36 Chambers) esce nel novembre 1993, in pieno dominio del G-funk californiano di Dr. Dre. Il Wu-Tang arriva da Staten Island — il borough più dimenticato di New York — e suona come una risposta diretta e volutamente anti-commerciale a tutto quello che girava in radio: niente melodie patinate, niente ritornelli catchy, solo boom bap minimale e nove MC che si passano il microfono a colpi di rime e punchline.

Rispetto all’altra gemme del genere, Illmatic, che uscirà pochi mesi dopo, questo è un disco più grezzo e più aggressivo — i flow sono meno melodici, meno levigati, e l'energia collettiva prevale sulla tecnica individuale. Il collante è RZA, che costruisce i beat campionando soul anni '70 e inserendo dialoghi dai film di arti marziali che il gruppo divorava — da lì l'immaginario Shaolin, i nomi d'arte, tutta l'estetica. Non è folklore decorativo: è un'identità precisa e coerente che non assomigliava a niente di quello che esisteva all'epoca.

Wu-Tang Clan Ain't Nuthin' ta F' Wit ha un inizio ansiogeno che ti aggancia prima ancora che arrivi il primo verso — e chi segue il rap italiano non può non riconoscervi il beat ripreso da Fabri Fibra nel dissing con Vacca, a conferma di quanto questo suono abbia attraversato generazioni e oceani. C.R.E.A.M. e Method Man fanno il resto.

Una pietra miliare dell'hip hop americano, e uno dei dischi che ha ridisegnato i confini della East Coast.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Wu-Tang Clan Ain’t Nuthing ta F’Wit

Hits: Wu-Tang Clan Ain’t Nuthing ta F’Wit, C.R.E.A.M.

84
Tier 4° · Rank 174°
Cover di Prisoner 709
218°

Prisoner 709 (2017)

Caparezza

Hip-Hop/Rap Alternative Rap Conscious Rap

Nessun dubbio sul fatto che Caparezza sia un liricista fuori categoria. Prisoner 709 lo conferma: sedici tracce con testi ispirati, densi, che spaziano dalla crisi d'identità all'acufene che lo ha tormentato dal 2015 — quella "prigione mentale" da cui il disco prende il nome e la forma. Un album maturo, con una costruzione tematica solida e una produzione tutt'altro che banale.

Il problema, almeno per chi scrive, è un altro. La voce di Caparezza e il suo modo di rappare sono una di quelle cose che o ami o odi: un flusso molto riconoscibile, quasi ipnotico, ma anche tendenzialmente ripetitivo. Quando quel flow trova una valvola di sfogo in un ritornello melodico che spacca, tutto funziona. Quando invece rimane su sé stesso, senza un gancio che alleggerisca o spezzi il ritmo, il disco perde presa — e su Prisoner 709 succede più spesso di quanto si vorrebbe. I ritornelli, nella maggior parte dei brani, non lasciano il segno.

Le eccezioni ci sono, e vanno cercate. Una Chiave riesce a essere insieme autobiografica e orecchiabile, con quella spinta emotiva che manca altrove. Ti Fa Stare Bene, la più radiofonica, fa esattamente quello che dovrebbero fare i brani migliori di Caparezza: usa la leggerezza come cavallo di Troia per dire qualcosa di vero. Peccato che il resto del disco non raggiunga spesso quella stessa sintesi.

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angosciante riflessivo giocoso

Miglior traccia: Una Chiave

Hits: Una Chiave

72
Tier 5° · Rank 235°
Cover di BELOVED
219°

BELOVED (2025)

GIVEON

R&B

BELOVED è il secondo disco dell'artista R&B americano GIVEON. Si muove sulle sonorità R&B e soul più classiche del genere, con un tocco retrò nelle produzioni, senza mai osare troppo.

La voce è calda e melodica, ma il disco scorre dall'inizio alla fine in modo talmente uniforme da diventare monotono. Potenzialità inespresse.

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sensuale

Miglior traccia: BACKUP PLAN

59
Tier 6° · Rank 306°
Cover di Slipknot
220°

Slipknot (1999) ✰

Slipknot

Metal Nu Metal Rap Metal

Slipknot esce nel 1999 ed è il disco di debutto della band iowa­na — nove membri, ognuno con una maschera e un numero, tute da lavoro insanguinate. Non è solo un'estetica: è parte integrante del suono, un'identità disturbante che si sente in ogni traccia e che li ha resi immediatamente riconoscibili nel panorama nu metal dell'epoca.

Il nu metal era già un genere in fermento — heavy metal, influenze rap, suoni industriali — ma gli Slipknot ci portano qualcosa di più aggressivo e meno commerciale della media. Mood violento, testi che parlano di alienazione e rabbia repressa, una produzione volutamente grezza che non ammorbidisce niente.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente (SiC), che parte con un muro di suono che non lascia scampo fin dalle prime note. Tattered & Torn costruisce un'atmosfera ansiogena da film horror, con suoni distorti che sembrano sirene. Wait and Bleed è il momento più accessibile del disco — approccio melodico nel canto, l'unica concessione a qualcosa di più radiofonico — e non è un caso che sia diventata la traccia più conosciuta.
Il fattore visivo — le maschere grottesche, le tute, l'immaginario da incubo — non è separabile dalla musica: si carica di quel suono e lo amplifica, creando qualcosa che va oltre il semplice ascolto.

Un disco fondamentale per capire il metal di fine anni '90 e l'evoluzione del genere nel decennio successivo.

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aggressivo

Miglior traccia: (Sic)

Hits: (Sic), Tattered & Torn

91
Tier 2° · Rank 121°
Cover di FAME
221°

FAME (2025)

Jake La Furia & Night Skinny

Hip-Hop/Rap

Non si capisce di cosa abbia "fame" Jake La Furia. Rappa bene, tecnicamente non si discute, ma per dodici tracce dice sostanzialmente la stessa cosa: strada, armi, droga, il solito repertorio del rap duro italiano, senza uno spunto di storytelling originale né un contenuto che lasci il segno.

Un disco che gira in tondo su se stesso, stancante proprio perché non si prende mai il rischio di dire qualcosa di diverso. Nelle ultime due tracce si intravede finalmente un minimo di profondità — ma arriva troppo tardi per cambiare il giudizio complessivo.

Le produzioni di Night Skinny non aiutano: tutte appiattite sullo stesso schema, con sample che invece di aggiungere spessore sembrano buttati lì senza una vera visione. Un disco che delude proprio perché le premesse ci sarebbero.

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Miglior traccia: Generazioni

35
Tier 8° · Rank 332°
Cover di Il suicidio dei samurai
222°

Il suicidio dei samurai (2004) ✰

Verdena

Rock Alternative Rock

Il Suicidio dei Samurai è una pietra miliare del rock alternativo italiano. Terzo album dei Verdena — trio bergamasco composto da Alberto Ferrari, dalla sorella Luca alla batteria e da Roberta Sammarelli al basso — è anche il primo prodotto interamente da Alberto Ferrari in autonomia, registrato nel loro studio ricavato da un ex-pollaio nella provincia di Bergamo. Quella dimensione appartata, quasi claustrofobica, si sente nel suono.

Il disco mescola grunge e rock psichedelico con una carica emotiva che cresce ad ogni ascolto. I testi sono spesso criptici, quasi ermetici, ma con la voce di Alberto arrivano comunque — diretti, viscerale, senza bisogno di essere compresi del tutto per essere sentiti.

Tutte le tracce sanno di dire qualcosa a loro modo, ma tra tutte vale la pena citarne qualcuna che sa andare oltre. Glamodrama è una mini-suite che cambia pelle a metà — come canta Alberto stesso — parte lenta e sinistra, poi deflagra in un crescendo ansiogeno di rara intensità. Mina brucia letteralmente l'aria: il voce e strumentale che costruiscono una tensione che non si scarica mai del tutto, si accumula e rimane addosso. Far Fisa ha un ritmo più incalzante ma quella stessa tensione di fondo non molla mai — forse è il brano più immediato del disco ma non il più semplice.

Il fatto che nel mainstream e nella cultura popolare rock italiana questo disco non venga quasi mai citato dice molto sulla tradizione rock del paese. I Verdena hanno fatto qualcosa che poche band italiane hanno saputo fare — un rock che non si scusa di essere tale — e sono rimasti nell'ombra lo stesso. Un'ingiustizia che almeno chi se ne intende sa riconoscere.

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angosciante malinconico sognante

Miglior traccia: Mina

Hits: Glamodrama, Mina, Balanite

100
Tier 1° · Rank 18°
Cover di Sinatra
223°

Sinatra (2018)

Guè

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Trap

Con Gentleman Guè aveva già iniziato ad avvicinarsi alla trap della nuova generazione, rimanendo però ancora in parte ancorato al suo background. Sinatra è il passo successivo — nel senso peggiore. È il disco in cui quella virata diventa definitiva e il risultato è deludente: produzioni trap spesso anonime, e quando esce dalla trap non riesce a trovare un suono che si distingua. Un disco che suona di plastica usa e getta, senza quasi nulla da dire e senza la personalità per dirlo comunque.

Gli skip sono tanti e vengono facili: Babysitter, Hotel, Sobrio — pseudo-canzoni d'amore senz'arte né parte, il tipo di brano che un rapper del calibro di Guè non avrebbe dovuto nemmeno registrare. Il tentativo di campionare Oro di Mango in Bling Bling ha una sua logica sulla carta, ma il risultato non convince. Modalità Aereo con Marracash e Luchè si salva, ma più per il peso specifico dei tre nomi messi insieme che per meriti propri — quando hai quelle tre voci sullo stesso brano è difficile fare un disastro.

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sensuale euforico

Miglior traccia: Modalità Aereo (feat. Luchè & Marracash)

31
Tier 8° · Rank 335°
Cover di Gentleman
224°

Gentleman (2017)

Guè

Hip-Hop/Rap Trap Gangsta Rap

Dopo Vero, disco con un peso specifico ben diverso, Guè decide di togliersi il cappotto e fare un disco di banger. Scelta legittima, e in fondo lui è uno dei pochi della vecchia guardia che può permettersela: le punchline restano affilate, il flow non tradisce, e su basi trap non sfigura come molti suoi coetanei avrebbero fatto.

Il punto è che Gentleman non ambisce a essere altro, e si vede. Scorre bene, è disinvolto, fa il suo lavoro — ma è un disco che oggi non avresti motivo di rimettere su. Rispetto a Santeria, dove la trap era un ingrediente tra tanti in un progetto più vario e iconico, qui è il registro dominante dall'inizio alla fine, e l'effetto è quello di una playlist ben curata ma difficilmente memorabile.

Le hit però ci sono: Relaxxx con Marracash è il momento più alto, flow e produzione che si incastrano come si deve. Lamborghini con Sfera — prima grande collaborazione tra i due — è diventata virale con una certa ragione. Poi Trinità, Scarafaggio. Roba da mettere su ad alto volume e non pensarci troppo. Gentleman lo sa benissimo, e non si scusa.

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euforico

Miglior traccia: Relaxx (feat. Marracash)

Hits: Relaxx (feat. Marracash)

60
Tier 6° · Rank 301°
Cover di Vero
225°

Vero (2015)

Guè

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap

Chi mi conosce sa che Guè non è mai stato uno dei miei rapper preferiti. Ottimo punchliner — forse il migliore d'Italia — e quasi sempre accompagnato da produzioni all'altezza, ma c'è una certa ripetitività tematica nella sua discografia: soldi, lusso, autocelebrazione. Il personaggio è sempre quello, e a lungo andare stanca.

Detto questo, Vero è probabilmente il suo disco solista più riuscito, quello in cui riesce a trovare un equilibrio che altrove fatica a tenere.
Arriva nel 2015 con un dettaglio non da poco: è il primo disco di un rapper italiano distribuito dalla Def Jam Recordings — la storica etichetta americana di Jay-Z e Kanye. Un riconoscimento che dice qualcosa sul posto che Guè aveva conquistato nella scena, e che la cover sintetizza perfettamente: lui seduto su un trono, tutti al suo servizio. Un'immagine che non lascia spazio a interpretazioni.

Le Bimbe Piangono e Mollami sono diventate iconiche soprattutto per i ritornelli — quella capacità di costruire hook che rimangono in testa è una delle cose che Guè sa fare meglio quando è in forma. Ma i momenti più intensi del disco sono altrove: ad esempio Eravamo Re è tra i brani più sentiti, quello in cui abbassa le difese. E poi c'è Squalo — mood cupo, sound più vicino alla trap che all'hip-hop classico — che anticipa una direzione che esploderà nei dischi successivi. Nel 2015 era ancora un segnale debole, ma si sentiva già.

Per la sua carriera è stato un disco importante. E per chi come me fatica a entrare nel mondo di Guè, Vero è probabilmente il punto di accesso migliore.

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trionfante giocoso riflessivo

Miglior traccia: Squalo

78
Tier 4° · Rank 206°
Cover di GVESVS
226°

GVESVS (2021)

Guè

Hip-Hop/Rap

Probabilmente non c'è alcun nesso tra il vedere Guè con la corona di spine in copertina, il titolo Guesus, e il contenuto del disco — o forse voleva dirci che è il Messia del Rap. In ogni caso, il marketing è stato geniale: regalare ai top ascoltatori mensili una statuetta di lui nei panni di Gesù è una mossa che pochi si sarebbero sognati. Non facciamoci troppo questa domanda e godiamoci il disco.

Che fa il suo dovere, senza troppe pretese e senza deludere. Lo stile è quello inconfondibile di Guè — flow controllato, produzioni al passo con i tempi — ma rispetto ad altri suoi lavori qui l'elemento R&B è più presente del solito, e non suona forzato. Veleno è forse il momento più radiofonico: ritornello catchy, costruzione solida, il tipo di brano che non stufa. Dall'altra parte della bilancia ci sono Sponsor e Blitz, più duri, più immediati nel colpire. Il disco sa muoversi tra questi registri senza perdere coerenza.

Non è un lavoro che stravolge la sua discografia o porta novità particolari al rap italiano, ma negli ultimi anni Guè ha costruito qualcosa di preciso: una cifra stilistica riconoscibile, un prodotto che ogni volta viene servito in salse diverse ma sempre con la stessa qualità di base. Guesus non fa eccezione. Chi cerca sperimentazione è meglio che guardi altrove; chi vuole un disco mainstream fatto da uno dei pesi massimi del genere, qui trova esattamente quello che cercava.

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aggressivo sensuale

Miglior traccia: Veleno

70
Tier 5° · Rank 250°
Cover di DNA
227°

DNA (2020)

Ghali

Hip-Hop/Rap Pop Rap Elettropop

Album era stata una novità importante per il rap italiano. Con DNA, Ghali si riconferma — ma non fa un passo in avanti deciso. Le qualità ci sono e sono riconoscibili: le melodie, un flow caratteristico, la capacità di costruire hit che stanno a metà tra rap e pop. Good Times e Boogieman lo dimostrano, e stanno entrambe sullo stesso livello — pezzi che funzionano, che rimangono in testa, che fanno quello che devono fare. Il problema è che intorno a questi momenti c'è una sfilza di tracce che ascolti una volta e dimentichi.

DNA è un disco con più pop del precedente, ma quella virata non sempre convince: troppo spesso si ha la sensazione di un equilibrio cercato e non trovato, di pezzi che scivolano via senza lasciare nulla.

L'eccezione più bella è Barcellona: un brano d'amore cantato dalla prospettiva della partner, con un ribaltamento nella seconda strofa — più rap, meno melodica — che spezza il ritmo nel modo giusto. C'è un sapore nostalgico che regge dall'inizio alla fine, e un ritornello che è forse il migliore dell'intero disco.

Alla fine DNA è un lavoro onesto, ma onesto nel senso più limitante del termine. Fa bene alcune cose, non sbaglia clamorosamente, e non rischia quasi mai.

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euforico riflessivo

Miglior traccia: Barcellona

Hits: Barcellona

53
Tier 7° · Rank 318°
Cover di Lonely People With Power
228°

Lonely People With Power (2025) ✰

Deafheaven

Metal Black Metal Blackgaze

Questa band era già riuscita a sconvolgere tutti nel 2013 con l'uscita di un disco quasi "rivoluzionario" come Sunbather. Negli ultimi anni, i Deafheaven avevano però abbandonato quel suono propriamente black a favore di sonorità più shoegaze, con un cantato ripulito dagli scream delle origini. Lonely People With Power ribalta tutto, e non è azzardato dire che sia il loro lavoro più riuscito.

In sostanza hanno preso tutti gli elementi che funzionavano nei dischi precedenti e li hanno fusi, tornando allo scream e conferendo al suono una componente black metal ancora più marcata. Il risultato è un lavoro di maturità incredibile: le atmosfere sognanti e post-rock del passato vengono riprese, ma le melodie sono sommerse sotto chitarre distorte, batterie potenti e una forza sonora devastante. L'effetto complessivo è catartico: muri di suono che si abbattono e si aprono in momenti di struggente intensità emotiva.

Lonely People With Power raggiunge picchi incredibili: nella progressione sonora degli ultimi due minuti di Doberman, nell'attacco di Amethyst o in Revelator, una delle tracce black metal più potenti degli ultimi anni. George Clarke è qui in stato di grazia, il suo scream un grido disperato che amplifica i temi del disco: solitudine, dolore e potere distruttivo. Un album che scuote, travolge e resta dentro. Capolavoro assoluto.

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sognante malinconico

Miglior traccia: Amethyst

Hits: Doberman, The Garden Route, Magnolia, Revelator, Amethyst

100
Tier 1° · Rank 1°
Cover di DON’T TAP THE GLASS
229°

DON’T TAP THE GLASS (2025)

Tyler The Creator

Hip-Hop/Rap Dance House

DON’T TAP THE GLASS è il nono disco in studio del rapper americano Tyler the Creator. Come dichiarato da Tyler stesso, niente concept, niente psicologia: il concept è la forma — rap su basi house, techno e dance, fatto per ballare e divertirsi.

A rendere il disco riconoscibilmente club-oriented è soprattutto il funk e un suono hip-house, che spinge in molti brani. Spensierato, certo, ma non privo di soluzioni interessanti. Tra le migliori tracce, Sugar On My Tongue — con un ritornello super catchy su una base che richiama l’elettronica anni’80 — o la title track con un beat switch inaspettato.

Anche in termini di flow, Tyler sembra letteralmente lanciare le parole sulle base, con un rappata fluida e disinvolta.

Non è un disco che rimarrà negli annali come i suoi lavori più ambiziosi, ma ogni tanto la spensieratezza è esattamente quello di cui si ha bisogno.

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giocoso

Miglior traccia: Sugar on My Tongue

Hits: Sugar on My Tongue, Ring Ring Ring, Don’t Tap The Glass/Tweakin

70
Tier 5° · Rank 252°
Cover di Flowers Are Blooming In Antarctica
230°

Flowers Are Blooming In Antarctica (2025)

Laura Agnusdei

Jazz Contemporary Jazz

Flowers Are Blooming In Antarctica è un album della compositrice e sassofonista italiana Laura Agnusdei. Il titolo — paradossale quanto evocativo — rispecchia perfettamente quello che c'è dentro: uno dei progetti musicalmente più stranianti che si possano incontrare. Un disco concepito come meditazione sul rapporto tra l'uomo e il pianeta, sulla fascinazione per le forme di vita non umane e sui conflitti ecologici in corso, tradotti in musica con una libertà inventiva rara.

Nella prima parte sembra di essere catapultati in un mondo alieno — una foresta abitata da creature indefinibili, in cui il sax viene usato quasi a riprodurne i versi e i movimenti. L'opener Ittiolalia introduce subito un motivo che torna più volte nel disco, ibridando vocalizzazione animale e umana, con risultati tanto disorientanti quanto affascinanti.

Con Oasi Bar si torna bruscamente nel nostro mondo: un bar mediorientale, un'atmosfera tesa, qualcosa che sembra sul punto di esplodere. Il contrasto è netto e funziona benissimo.

L'album mescola jazz spirituale ed elettronica con una coerenza sorprendente. Molto interessante.

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euforico

Miglior traccia: P.P.R.N

Hits: P.P.R.N.

90
Tier 2° · Rank 129°
Cover di Mattoni
231°

Mattoni (2019)

Night Skinny

Hip-Hop/Rap Trap

Un buon disco, Mattoni — con il giusto mix di banger trap e momenti rap più attenti alle parole. Night Skinny, producer molisano al suo quinto album in studio dopo il già solido Pezzi del 2017, riunisce qui 26 artisti della scena italiana costruendo qualcosa che funziona come fotografia di un momento, ma che fatica ad andare oltre.

Le produzioni sono il suo marchio: trap cupa con elementi melodici di tastiera e piano che creano il sottofondo, 808 presenti senza essere invadenti. Suonano bene, c'è varietà, non annoia. Il problema è che non stupiscono. Night Skinny sa tenere insieme voci diverse con coerenza, ma non porta gli artisti in territori inesplorati — e si sente. Ascoltando Mattoni ricevi esattamente quello che ti aspetti, fatto discretamente bene. Altri producer italiani sanno sorprenderti di più. Ne è un esempio l'apertura: Street Advisor con Noyz Narcos, Marracash e Capo Plaza, e Saluti con Guè, Fabri Fibra e Rkomi sono esercizi di stile che funzionano sul momento ma non rimangono. Ci torni raramente.

Il disco però trova il suo punto più alto proprio dove abbassa la voce: Attraverso Me con il solo Luchè è il brano più introspettivo del progetto, un pezzo che starebbe tranquillamente su un suo disco solista e che dimostra cosa succede quando Night Skinny lascia spazio invece di riempirlo. .Rosso con Madame e Rkomi funziona bene come coppia, due personalità che si bilanciano senza sovrastarsi. E la title track finale — posse cut da dieci nomi, Noyz, Achille Lauro, Lazza, Ernia e altri — chiude il disco con la giusta dose di rumore.

Un disco che vale un ascolto, ma che difficilmente ti chiama a tornare.

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aggressivo riflessivo

Miglior traccia: Attraverso me (feat. Luchè)

Hits: Attraverso me (feat. Luché)

65
Tier 6° · Rank 282°
Cover di DAY69: Graduation Day
232°

DAY69: Graduation Day (2018)

6ix9ine

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Trap

DAY69: Graduation Day è un disco che non chiede permesso. 6ix9ine rappa — se vogliamo chiamarlo così — urlando sulla base, aggressivo dall'inizio alla fine, con un immaginario che è tutto un paradosso: violenza gangsta pura avvolta in colori sgargianti, capelli arcobaleno, un'estetica da cartone animato sopra una musica che non ha niente di innocente. Il personaggio e la musica si alimentano a vicenda, e separare i due non ha molto senso — tanto più che nel 2018, anno di uscita del disco, 6ix9ine veniva arrestato, confermando che quello che rappava non era solo un'immagine.

I momenti migliori sono GUMMO, BILLY, KOODA: beat potenti e cupi, dove il suo modo di urlare sulla base non è un difetto ma il punto — tutta la violenza arriva dritta, senza mediazioni. Sono brani che fanno quello che devono fare e lo fanno bene.

Il problema è che dodici tracce di fila con lo stesso registro diventano rapidamente ripetitive. Alcuni brani sono skip facili non perché siano brutti in assoluto, ma perché quando il volume e l'aggressività sono costanti dall'inizio alla fine, la dinamica sparisce e l'ascolto si appiattisce. L'unica eccezione arriva in chiusura con GOTTI, che abbassa i giri, toglie le urla e lascia respirare il disco — ma siamo all'ultimo brano, e il sollievo arriva quando è quasi finita. DAY69 funziona meglio a dosi — tre brani di fila ti demoliscono, dodici di fila ti anestetizzano.

Hardcore rap, non per tutti, e non ha nessuna intenzione di esserlo.

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aggressivo

Miglior traccia: BILLY

Hits: BILLY, GUMMO, GOTTI

56
Tier 7° · Rank 312°
Cover di Sfera Ebbasta
233°

Sfera Ebbasta (2016) ✰

Sfera Ebbasta

Hip-Hop/Rap Trap

Il paragone può sembrare eccessivo, ma regge: Sfera Ebbasta sta alla trap italiana come Tradimento stava al rap. Fibra nel 2006 aveva portato il rap nel mainstream vero, dominato la scena per anni e aperto la strada a una generazione. Sfera nel 2016 fa la stessa cosa con la trap: sfonda le porte del mercato, scala le classifiche, e diventa il punto di riferimento da cui i rapper più giovani — volenti o nolenti — non possono prescindere.

XDVR era già un fenomeno, ma era ancora roba da web. Questo è il disco che porta tutto alla luce del sole, con un suono più patinato e addolcito rispetto all'esordio — meno crudo, più costruito. La differenza si sente bene mettendo a confronto Ciny e BRNBQ: la prima è celebrazione delle origini, pura e diretta; la seconda copre lo stesso territorio ma con un'amarezza diversa, più consapevole. Charlie Charles consolida qui il suo marchio di fabbrica: sonorità trap che strizzano l'occhio al mercato senza perdere identità.

Il disco ha diverse hit che sono entrate stabilmente nel repertorio della trap italiana: Equilibrio, Figli di Papà, BRNBQ e ovviamente Visiera a Becco. Quattro pezzi che raccontano altrettanti registri dello stesso disco — e questa varietà, tenuta insieme da un suono coerente, è probabilmente uno dei motivi per cui l'album è diventato culto.

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trionfante angosciante malinconico

Miglior traccia: Visiera a Becco

Hits: Visiera a Becco, Figli di Papà, Equilibrio

87
Tier 3° · Rank 152°
Cover di Brava
234°

Brava (2019)

Priestess

Hip-Hop/Rap Trap

Priestess è una delle voci più sottovalutate del rap femminile italiano, e lo diciamo senza riserve: per flow e rime può stare tranquillamente alla pari con molti colleghi maschi, e spesso li supera. Peccato che Brava, il suo disco d'esordio uscito nel 2019 per la Tanta Roba di Guè Pequeno, non riesca a sfruttare appieno questo potenziale.

Il concept è interessante: quattordici tracce costruite attorno a figure femminili — Eva, Crudelia, Alice, Fata Morgana, Brigitte — dove ogni donna è uno specchio di un pezzo della sua storia. L'idea c'è, ma la realizzazione suona spesso piatta. Il disco si muove nella trap senza mai uscirne davvero, e al di là della tecnica — che è genuina — arriva poco. Non c'è un momento che ti sorprende, non c'è una scelta produttiva che non ti aspetti. Funziona, ma non basta.

I brani più riusciti sono quelli in cui la formula si assesta invece di cercare di fare troppo: Crudelia e Brigitte sanno distinguersi metricamente e melodicamente, e hanno quella spinta giusta per fare quello che devono fare — adatti a sfondare i bassi della macchina, senza pretese eccessive. Il resto del disco scivola via senza lasciare molto.

Tutto sommato un esordio che dice più su quello che Priestess potrebbe fare che su quello che ha fatto. Magari stupirà in futuro.

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sensuale riflessivo

Miglior traccia: Crudelia

44
Tier 8° · Rank 326°
Cover di Scary Monster and Nice Sprites
235°

Scary Monster and Nice Sprites (2010)

Skrillex

Electronic Dubstep Brostep

La prima volta che senti Rock 'n' Roll (Will Take You to the Mountain) o la title track, la reazione immediata è una sola: ma cosa sto sentendo? È un suono disorientante, macchinoso, come parti metalliche che stridono tra loro — eppure in qualche modo riesce a diventare melodico, a rimanere impresso, a farti venire voglia di riascoltarlo.

Con questo EP Skrillex non inventa la dubstep, ma la trasforma in qualcosa di nuovo e di suo: quello che i puristi del genere avrebbero presto ribattezzato "brostep", una versione più aggressiva e americanizzata della dubstep britannica, costruita su drop devastanti e bassi che sembrano motori in avaria. È questa versione del genere — spettacolare, immediata, quasi mostruosa — che nel giro di pochissimo tempo conquista il mainstream globale.

I brani che reggono meglio il tempo sono quelli dove il contrasto tra violenza sonora e melodia funziona al massimo: la title track, Rock 'n' Roll, e Kill Everybody, che tra l'altro è diventata una delle sue hit più riconoscibili. Il tutto prodotto su un laptop nell'appartamento di Skrillex — un dettaglio che dice molto su quanto il suono sia questione di visione, non di mezzi.

L'EP è il punto di partenza di un percorso che porterà Skrillex a imporsi come uno dei producer più influenti del decennio, con brani come First of the Year (Equinox) e Bangarang a consolidare quello che qui viene seminato. Ma è già tutto qui, in questi pochi brani alieni e irresistibili.

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aggressivo euforico giocoso

Miglior traccia: Rock 'n' Roll (Will Take You to the Mountain)

Hits: Rock 'n' Roll (Will Take You to the Mountain), Scary Monster & Nice Sprites

89
Tier 2° · Rank 136°
Cover di Zzala
236°

Zzala (2017)

Lazza

Hip-Hop/Rap Trap

Tra gli album di debutto della generazione del 2016, Zzala è uno dei migliori. Lazza si impone subito come un punchliner di razza, con una tecnica e un flow già maturi e soprattutto già riconoscibili: la sua voce suona affranta, quasi rassegnata, come se portasse il peso di qualcosa che non si dice del tutto — e quella tensione tra il non detto e la barra che esplode è spesso il punto in cui il disco funziona meglio. Sai che in testa ho sempre due piani / Fra', come se fossi un bus di Londra: poche parole, immagine immediata, tutto il personaggio in una riga.

Non è un disco di storytelling o di contenuti particolari — e non vuole esserlo. È un disco che si ascolta per sentire del rap fatto bene, con dentro quella voglia di rivalsa che traspare quasi ovunque, a volte come ambizione dichiarata, a volte come qualcosa di già conquistato e ancora non del tutto creduto.

Le produzioni di Low Kidd sono parte fondamentale dell'equazione: bassi spinti, atmosfere cupe e oscure, un suono che nel panorama trap dell'epoca suonava diverso dagli altri. Non è un abbinamento casuale — quella pesantezza sonora si sposa perfettamente con la voce di Lazza, la valorizza invece di schiacciarla. Voce e beat parlano la stessa lingua, e si sente.

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riflessivo

Miglior traccia: Origami

Hits: Origami, Ouverture, Silenzio, Lario

82
Tier 4° · Rank 183°
Cover di CAN’T RUSH GREATNESS
237°

CAN’T RUSH GREATNESS (2025)

Central Cee

Hip-Hop/Rap Drill

Central Cee è sulla scena rap UK ed europea ormai da anni — mixtape, singoli e featuring — ma solo ora arriva con un progetto ufficiale. Già dalla prima traccia, No Introduction, si capisce che non c'è effettivamente bisogno di alcuna presentazione. Dentro ci trovi esattamente quello che ti aspetti: UK drill allo stato puro, il suo marchio di fabbrica.

Se piace il genere e piace il flow di Central Cee — inglese, scattoso, volutamente ossessivo nella sua ripetitività — CANT’ RUSH GREATNESS è un disco perfetto. Se si soffre la drill, diventa presto noioso.

Tra tutte le tracce, quelle che lasciano il segno di più sono GBP con 21 Savage, su sonorità più trap e con un ritornello diventato viralissimo in UK, e Ten insieme a Skepta, altro peso massimo della scena inglese.

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aggressivo euforico

Miglior traccia: GBP

Hits: GBP

60
Tier 6° · Rank 300°
Cover di Midnight Marauders
238°

Midnight Marauders (1993) ✰

A Tribe Called Quest

Hip-Hop/Rap Jazz Rap

Midnight Marauders è il terzo album degli A Tribe Called Quest, uscito nel 1993, e per molti il punto più alto della loro discografia. Va detto che l'ho ascoltato poco e il mio è più un giudizio razionale che emotivo — ma tra i due dischi, lo preferisco a The Low End Theory.

Il motivo è nelle produzioni. Q-Tip lavora con un suono più levigato rispetto a TLET: i campioni jazz sono più caldi, più luminosi, e il risultato è un flusso rap che scorre in modo più fluido e immediato. Quella lucentezza in più rende il disco più accessibile senza tradire l'essenza del jazz rap della golden age newyorkese.

E rispetto a TLET, qui i momenti che si staccano dal flusso ci sono. Electric Relaxation ha un groove immediato e ipnotico. Midnight costruisce un'atmosfera notturna densa che rimane addosso. Non ci sono ritornelli catchy né melodie nel senso tradizionale, ma questi pezzi sanno farsi ricordare anche senza di essi.

Un disco per puristi, nel senso migliore del termine — rifinito, coerente, che cresce con gli ascolti. Con più tempo di ascolto probabilmente rivela ancora altro.

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riflessivo euforico giocoso

Miglior traccia: Electric Relaxation

91
Tier 2° · Rank 113°
Cover di De Mysteriis Dom Satanas
239°

De Mysteriis Dom Satanas (1994) ✰

Mayhem

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

De Mysteriis Dom Sathanas è una pietra miliare del black metal norvegese — e non è un'etichetta che si usa a cuor leggero. Siamo nel 1994, al culmine di una scena nata per essere l'antitesi di tutto ciò che il metal era diventato: produzioni lo-fi, estetica nichilista, nessuna concessione. Il punto di partenza era letteralmente un sottoscala — Helvete, il negozio di vinili di Euronymous a Oslo — e da lì era partita una corrente sotterranea destinata a ridisegnare i confini del genere.

Il disco non è di facile ascolto, e non cerca di esserlo. I blast beat di Hellhammer e le chitarre di Euronymous costruiscono un muro sonoro grezzo e glaciale, ma è la voce di Attila Csihar a fare la differenza. Non è il tipico scream del black metal nordico: è qualcosa di più strano e perturbante, quasi liturgico, con cadenze che ricordano un rito in latino. È lui a dare alla title track quella dimensione oscura e cerimoniale che la rende probabilmente il momento più satanicamente convincente dell'intero genere — non per brutalità, ma per atmosfera.

Non mancano momenti più diretti: Freezing Moon ha un assolo capace di travolgere anche chi non è abituato a certe sonorità. Ma il disco nel complesso richiede tempo e disponibilità.

Ne valeva la pena. Negli anni successivi quella scena avrebbe prodotto i lavori di Satyricon, Immortal, Gorgoroth, e poi si sarebbe ramificata in direzioni sempre più atmosferiche dimostrando che il seme piantato qui poteva crescere in mille forme diverse. De Mysteriis Dom Sathanas è dove tutto comincia.

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angosciante spirituale misterioso

Miglior traccia: Freezing Moon

Hits: Freezing Moon, De Mysteriis Dom Satanas

91
Tier 2° · Rank 123°
Cover di Ok Computer
240°

Ok Computer (1997) ✰

Radiohead

Rock Alternative Rock Art Rock

OK Computer esce nel 1997, quando il Britpop di Oasis e Blur domina le classifiche britanniche e il rock alternativo sembra essersi stabilizzato su formule collaudate. I Radiohead vanno prendono tutt’altra direzione: chitarre, bassi e batteria ci sono ancora, ma affiancati da suoni digitali che all'epoca sembravano provenire da qualche macchina aliena — elettronica fredda, glitch, texture sintetiche che si insinuano ovunque senza mai prendere il sopravvento.

La voce è quella di Thom Yorke, e i testi parlano di alienazione tecnologica, consumismo, paranoia — con una lucidità che col tempo è sembrata sempre più profetica. Ascoltarlo oggi, nell'era degli smartphone e della sorveglianza digitale, fa un effetto strano: sembra scritto adesso. Karma Police è il momento più toccante del disco — melodia malinconica e rassegnata, quasi da ballata. No Surprises è un'altra storia altrettanto nota: il carillon è l'elemento distintivo, ma il mood malinconico si percepisce fin dalla prima nota — non c'è niente di leggero, nonostante l'apparenza.

Non è un disco che ti travolge al primo ascolto, ma cresce con gli ascolti — e davanti a certi brani è impossibile restare indifferenti, anche se il rock alternativo non è il tuo genere di riferimento.
Uno dei dischi più significativi degli anni '90.

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angosciante riflessivo malinconico

Miglior traccia: Karma Police

Hits: Let Down, No Surprises, Karma Police

93
Tier 2° · Rank 101°
Cover di Magic, Alive!
241°

Magic, Alive! (2025)

McKinley Dixon

Hip-Hop/Rap Jazz Rap

Magic, Alive! è il quarto disco in studio del rapper e cantante americano McKinley Dixon, uno dei nomi più forti del jazz rap del momento. Il disco è un concept album incentrato sulla “magia” e sulle esperienze personali: racconta la storia di tre amici che cercano di riportare in vita un loro amico defunto attraverso un rituale, toccando quindi temi legati alla vita e alla morte.

Dal punto di vista lirico è sicuramente un progetto fortissimo. Musicalmente si muove su produzioni classiche del jazz rap.

È un disco pensato soprattutto per gli amanti del genere e del conoscious hip-hop americano, o comunque di quel tipo di rap che non punta tanto sulla melodia o sul tecnicismo estremo del flow — anche se qui il livello resta comunque alto.

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spirituale riflessivo

Miglior traccia: Recitatif

74
Tier 5° · Rank 227°
Cover di F*CK U SKRILLEX YOU THINK UR ANDY WARHOL BUT UR NOT!<3
242°

F*CK U SKRILLEX YOU THINK UR ANDY WARHOL BUT UR NOT!<3 (2025)

Skrillex

Electronic Dubstep Drum&Bass

La scelta del titolo è geniale: FUCK U SKRILLEX YOU THINK UR ANDY WARHOL BUT UR NOT! <3 è una tag lasciata su un muro probabilmente da un fan deluso, che Skrillex fotografa e piazza in copertina — un gesto di autoironia che dice già molto sull'attitudine del disco.

Quello che troviamo dentro è una lunga successione di pezzi brevi, spesso collegati in multitraccia, dove si mescolano sonorità electro e dance con dubstep e drum & bass — come in ANDY o VOLTAGE. Ed è proprio qui che emerge il limite: quando il disco recupera le sonorità che hanno reso Skrillex una figura centrale nella storia della musica elettronica — il sound di Scary Monsters and Nice Sprites, per intenderci — funziona ancora benissimo e porta con sé quella nostalgia dei momenti migliori. Le tracce che virano altrove, invece, scorrono nel disco senza lasciare il segno, quasi senza accorgersene.

Per chi non ha seguito da vicino la sua evoluzione, la sensazione è che Skrillex abbia già dato il meglio e che il suo mondo sia rimasto lì, nell'epoca d'oro della dubstep.

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giocoso

Miglior traccia: ANDY

57
Tier 7° · Rank 311°
Cover di Album
243°

Album (2017)

Ghali

Hip-Hop/Rap Trap Pop Rap

Nella prima ondata trap italiana, Album di Ghali è uno di quei dischi che non si possono non menzionare. Si sorregge su due pilastri fondamentali che si tengono a vicenda: le produzioni di Charlie Charles e il flow di Ghali.
Charlie Charles costruisce attorno a lui un sound immediatamente riconoscibile — trap, ma con elementi arabeggianti che richiamano le sue origini tunisine, capace di cedere il passo a sonorità più pop quando serve senza mai perdere coerenza. Non è un equilibrio scontato, e il produttore lo gestisce con una scioltezza che si sente.

Ghali dal canto suo aveva già dimostrato con una serie di singoli di avere qualcosa che in Italia non si era ancora sentito: variazioni di tono continue, parole arabe usate a scopo metrico, un modo di stare sulla base che sembrava inventarsi le regole mentre le applicava. Ninna Nanna, Habibi, Happy Days, Pizza Kebab sono diventate alcune delle sue hit più note e resistono all'usura.

Ma il disco vale anche nelle tracce rimaste più ancorate all'album, lontane dal mainstream. Liberté su tutte: una canzone per una ragazza — fidanzata, amica, forse nemmeno lui lo sa con precisione — che riesce a parlare d'amore senza nessuna delle patine retoriche della canzone d'amore italiana. Più giovane, più vera, più immediata: Quante stelle, quanti soli / Fuori sereno e dentro tu piovi / Ma quand'è che stiamo soli?

È ancora un disco acerbo in alcuni momenti, e si sente. Ma per un esordio, l'identità è già tutta lì — e quell'identità era qualcosa di nuovo.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Libertè

Hits: Libertè, Pizza Kebab, Habibi

78
Tier 4° · Rank 203°
Cover di Famoso
244°

Famoso (2020)

Sfera Ebbasta

Hip-Hop/Rap Pop Rap Trap

Sfera Ebbasta è diventato Famoso e la mancanza di fame che lo aveva portato a fare XDVR qui si sente tutta.

Il disco è piatto, costruito principalmente per la radio e per gli streaming, con melodie banali e testi che in certi momenti raggiungono livelli imbarazzanti. In Macarena"vieni qui e baila morena / ho preso una scarpa di Margiela" — si ha la netta sensazione che non ci fosse nulla da dire e che le parole servissero solo a riempire lo spazio. In Abracadabra il trittico "nati con nada / vestiti Prada / abracadabra" è un campionario di immaginario già visto mille volte, senza una punchline che valga la pena ricordare. In Tik Tok si arriva addirittura al "fanno bu-bu-bu / tu fai bla-bla-bla / faccio skrrt-skrrt": mumble rap allo stato puro, che in un pezzo può anche funzionare come texture, ma qui è praticamente una costante. E il problema è che i beat non sono abbastanza potenti e travolgenti da giustificare testi così vuoti — quando la produzione non trascina, le parole restano lì, esposte.

L'unica novità sulla carta sono i featuring internazionali — Future, J Balvin, Offset, Diplo — ma nella pratica non aggiungono nulla. Servono per fare hype, esistono sulla locandina più che nel disco.

Famoso è un album che sa benissimo di essere famoso, e forse è proprio questo il problema.

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euforico sensuale

Miglior traccia: 6 AM

28
Tier 8° · Rank 336°
Cover di Santeria
245°

Santeria (2016) ✰

Marracash & Guè

Hip-Hop/Rap

Santeria è l'album che setta lo standard di come andrebbero fatti i joint album nel rap italiano, almeno per chi vuole stare nel mainstream. Marracash e Guè dimostrano qui per la prima volta di saper rappare anche su strumentali nuove, che strizzano l'occhio alla trap — Charlie Charles firma alcune delle basi più efficaci del disco — pur venendo da una generazione che si è formata su tutt'altro. Non è un inseguimento delle mode: quando la tecnica è solida, il contesto cambia ma la sostanza regge.

Il disco è vario senza essere dispersivo: ogni traccia ha una sua identità precisa. C'è la trap secca di Salvador Dalì, il momento più conscious di Nulla Accade, la hit estiva di Insta Love. Tre pezzi che potrebbero stare su tre dischi diversi, e invece stanno tutti e tre qui, e funzionano.

Un album diventato culto, perfettamente nello stile di due big del rap italiano — e che ha dimostrato che due nomi grossi possono fare un disco insieme senza che nessuno dei due sembri ospite a casa dell'altro.

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trionfante giocoso

Miglior traccia: Salvador Dalì

Hits: Nulla Accade, Salvador Dalì

84
Tier 4° · Rank 178°
Cover di Mr. Fini
246°

Mr. Fini (2020)

Guè

Hip-Hop/Rap

Con Guè ormai è quasi una costante: un disco all'anno, da anni. E viene naturale chiedersi se uno dei pesi massimi del rap italiano riesca a mantenere una qualità elevata con una produzione così prolifica. La risposta è ovviamente personale, ma ogni tanto un disco spicca sugli altri — e Mr. Fini è uno di quelli.

Dentro ci troviamo sempre Guè, le sue punchline, il suo rap, ma in alcune tracce con qualcosa di più. Il Tipo è l'esempio migliore: costruisce una figura misteriosa che richiama l'immaginario de Il Divo di Sorrentino, con una vena autobiografica appena celata che la rende più interessante di un semplice pezzo da boss. I momenti introspettivi non sono molti, ma quando arrivano pesano — Tardissimo con Mahmood e Marracash è il contrasto netto con il resto del disco: l'atmosfera si abbassa, si fa più intima, e la scelta di Mahmood in quel contesto è perfetta. I banger ci sono e funzionano — Cyborg con Geolier, Ti Levo le Collane con Paky — ma con un replay value destinato a calare dopo qualche ascolto. Niente di nuovo per questo tipo di pezzi, ma nel quadro generale reggono.

Mr. Fini non rivoluziona niente, però fa bene quello che si propone di fare — e in una discografia così densa, non è poco.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Il Tipo

Hits: Il Tipo

73
Tier 5° · Rank 231°
Cover di PADRE FIGLIO E SPIRITO
247°

PADRE FIGLIO E SPIRITO (2020)

FSK Satellite

Hip-Hop/Rap Trap Electronic Hardstyle

PADRE FIGLIO E SPIRITO va preso per quello che vuole essere: un disco puramente trap, senza pretese liriche, tutto direzionato verso l'immaginario del gruppo. E su queste basi, funziona fino a un certo punto — meno del primo, che aveva dalla sua l'effetto novità e risultava più interessante proprio per quello.

Il punto di forza restano le produzioni di Greg Willen, fresche e tutt'altro che scontate: rispetto alla trap del momento, Willen si prende libertà inaspettate, con incursioni nell'elettronico che arrivano fino all'hardstyle e all'hardcore. Il momento più evidente è DUE E ZERO, con un drop che non avrebbe sfigurato in un evento del genere. Su queste basi Taxi B è il membro che ci sta meglio — lo scream, l'uso della voce come elemento quasi aggressivo, si sposa con certi picchi delle produzioni in modo che gli altri due non riescono a replicare. Il resto del gruppo convince meno, e senza la spinta delle basi di Willen il disco faticherebbe a stare in piedi.

Sufficiente, ma con la sensazione che il meglio degli FSK lo si fosse già sentito.

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aggressivo euforico

Miglior traccia: DUE E ZERO

60
Tier 6° · Rank 299°
Cover di Balloonerism
248°

Balloonerism (2025) ✰

Mac Miller

Hip-Hop/Rap Psychedelic Hip-Hop Jazz Rap

Questo è il secondo album postumo di Mac Miller, nonché il settimo della sua discografia. Era un progetto che Mac stava pianificando da tempo e a cui aveva dato un significato importante; anche per questo, e dopo la circolazione di materiale non ufficiale online, la famiglia ha deciso di pubblicarlo.

Ne esce un lavoro davvero molto bello, costruito su produzioni malinconiche e psichedeliche, in cui la voce di Mac sembra quasi sospesa, come in un flusso di coscienza continuo e personale.

La fusione tra cloud rap, jazz e psichedelia (con qualche richiamo rock) dà al disco un’identità precisa e molto coerente.

Nel complesso, un progetto che suona intimo e completo, perfettamente in linea con la direzione artistica che Mac Miller stava portando avanti.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Funny Papers

Hits: Funny Papers, Tomorrow Will Never Know

76
Tier 4° · Rank 218°
Cover di Let’s Get It On
249°

Let’s Get It On (1973)

Marvin Gaye

R&B Soul

Let's Get It On è un altro piccolo capolavoro di Marvin Gaye. Rispetto a What's Going On è un disco dall'ascolto più rilassato, meno impegnato e complesso — ma non per questo superficiale.

È un inno alla libertà sessuale, alla celebrazione dell'amore senza tabù, e lo dichiara senza pudore dall'inizio alla fine. Il groove è il motore del disco: ti mette in moto, ti trascina, e brani come la title track e Keep Gettin' It On — costruita quasi interamente sull'ossessiva ripetizione del titolo — incarnano perfettamente questo spirito.

Ma Let's Get It On sa anche rallentare: Distant Lover e You Sure Love to Ball hanno un mood più armonioso, arrangiamenti che cullano e ovattano, avvolgenti come una coperta. Le sonorità sfiorano il pop in certi ritornelli più immediati, ma il disco rimane profondamente ancorato alla tradizione soul e Motown.

Caldo, sensuale e avvolgente come solo Marvin Gaye — con quella voce — riusciva a concepire.

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sensuale

Miglior traccia: Let’s Get It On

Hits: Let’s Get It On, Distant Lover

98
Tier 1° · Rank 60°
Cover di Grace
250°

Grace (1994) ✰

Jeff Buckley

Rock Alternative Rock

Nel 1994, mentre il grunge dominava le classifiche e l'immaginario rock, Jeff Buckley pubblica Grace — un disco che va esattamente nella direzione opposta. Niente distorsioni aggressive, niente estetica del disagio: al centro c'è una voce pulita, cristallina, di una bellezza quasi fastidiosa.

È proprio la voce lo strumento principale, e Buckley lo sa bene. La title track lo dimostra subito: parte come una ballata intima e si apre in qualcosa di quasi orchestrale, con Buckley che sale di registro con una naturalezza disarmante. La cover di Hallelujah di Leonard Cohen fa il resto — una versione che nel tempo ha finito per oscurare l'originale nell'immaginario collettivo, e non è un caso.

Le produzioni rock hanno quel giusto grado di sofisticazione che non schiaccia mai la voce: chitarre, arrangiamenti, dinamiche costruite per lasciare spazio. I testi ruotano attorno al tema dell'amore e della separazione — Last Goodbye è una storia di addio definitivo, la title track di un distacco temporaneo che pesa lo stesso — ma con una qualità poetica che li salva dal sentimentalismo facile.

Grace è rimasto l'unico album in studio di Buckley, e forse anche per questo ha il peso specifico che ha. Un disco che non ha cercato di inseguire il suo tempo — e che il suo tempo, meritatamente, ha finito per inseguire lui.

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malinconico sensuale

Miglior traccia: Grace

95
Tier 2° · Rank 86°
Cover di To Pimp A Butterfly
251°

To Pimp A Butterfly (2015) ✰

Kendrick Lamar

Hip-Hop/Rap Jazz Rap Conscious Rap

Considerato da molti il miglior disco hip-hop del ventunesimo secolo. Personalmente preferisco GKMC — più narrativo, più immediato — ma questo non toglie nulla a quello che To Pimp a Butterfly riesce a fare, che è qualcosa di difficilmente catalogabile.

Kendrick chiama intorno a sé una squadra di musicisti di primo livello — Thundercat, Kamasi Washington, Flying Lotus, Terrace Martin, tra gli altri — e costruisce un disco che trascende il rap senza mai abbandonarlo: jazz, soul, funk, suoni orchestrali, spoken word. Il tutto sorretto da un concept preciso: il rapporto con la fama, l'identità come uomo nero in America, la responsabilità dell'artista verso la propria comunità. Non è un disco che si ascolta distrattamente.

Alright suona come un inno — e lo è diventato letteralmente, adottato dal movimento Black Lives Matter come colonna sonora delle proteste. King Kunta ha un flow scattoso e sincopato che funziona perfettamente sull'ossatura funk della base.

Ma i momenti che colpiscono di più sono spesso quelli meno ovvi. These Walls è un pezzo di puro soul — Anna Wise nel ritornello, Bilal e Thundercat che costruiscono il tessuto sonoro — e il flow di Kendrick ci si adagia sopra con una naturalezza disarmante. I invece parte come una cavalcata di rime serrate e poi, a metà brano, si apre su Kendrick in mezzo a una folla che parla — quasi un sermone — e lì capisci cos'è il disco nel suo cuore.

E poi c'è Mortal Man, la chiusura: è qui che si rivela finalmente nella sua interezza la poesia che Kendrick ha abbozzato traccia dopo traccia lungo tutto il disco — “I remember you was conflicted, misusing your influence…” — un filo che attraversa l'album in silenzio e che solo alla fine si compone in qualcosa di compiuto. Dopo la poesia, un dialogo immaginario con Tupac, ricostruito da frammenti di interviste reali. È un finale che non ti aspetti, e che cambia retroattivamente il senso di tutto quello che hai ascoltato prima.

Uno dei migliori dischi rap del secondo millennio, senza discussioni.

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riflessivo

Miglior traccia: These Walls

Hits: These Walls, Alright, Mortal Man

100
Tier 1° · Rank 24°
Cover di Let God Sort Em Out
252°

Let God Sort Em Out (2025) ✰

Clipse Pusha T & Malice

Hip-Hop/Rap

Il duo newyorkese torna dopo 16 anni con un progetto maestoso ed estremamente intenso sul piano emotivo. Il flow, le metriche e il mix sono perfetti. Le produzioni di Pharrell Williams curate e dettagliate, con campionamenti azzeccati. Sia banger che brani impegnati ed intensi.

Tra i brani più di impatto vanno citati l’apertura, The Birds Don’t Sing — sul tema della malattia e scomparsa dei propri cari,un brano da pelle d’oca — e la hit So Be It, con delle contaminazionei “medio-orientali” nella produzione che ne elevano il sound.

Let God Sort Em Out è uno dei progetti rap oltreoceano migliore degli ultimi anni.

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trionfante riflessivo

Miglior traccia: The Birds Don’t Sing

Hits: The Birds Don’t Sing, So Be It

96
Tier 1° · Rank 75°
Cover di Libertà negli occhi
253°

Libertà negli occhi (2025)

Niccolò Fabi

Folk Cantautorato

Libertà negli occhi è il tredicesimo disco in studio di Niccolò Fabi. È un lavoro dal mood soft, leggero nel suono ma sorretto da testi tutt’altro che banali, in cui il cantautore riflette, da una prospettiva adulta, sulla ricerca di un senso nel presente, spingendosi anche verso considerazioni dal respiro più universale, come in Acqua che scorre.

A livello sonoro, la linea portante è affidata alla chitarra, ma si percepisce anche una stratificazione di arrangiamenti che, in alcuni brani, contribuisce a creare un’atmosfera quasi “magica”.

Nel complesso è un buon disco, ideale se si vuole ascoltare cantautorato italiano — per di più firmato da uno dei “pezzi grossi” del genere — rivisitato però con una produzione sufficientemente moderna.

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sognante riflessivo

Miglior traccia: Acqua che scorre

Hits: Acqua che scorre

72
Tier 5° · Rank 237°
Cover di I Don’t Want to See You in Heaven
254°

I Don’t Want to See You in Heaven (2025)

The Callous Daoboys

Metal Mathcore Metalcore Nu Metal

I Don't Want to See You in Heaven è il terzo disco in studio dei Callous Daoboys, band americana di mathcore, ed è un lavoro riuscito praticamente sotto ogni punto di vista.

Carson Peace riesce a passare in modo del tutto naturale da ritornelli con melodie pop a strofe urlate — mix di growl hardcore e scream metalcore — senza che la cosa suoni mai forzata. Caotico, sì, ma con un caos che sembra avere una logica interna.

Le strumentali alternano ritmi lenti e veloci, passaggi aggressivi, cambi continui di velocità e intensità, in pieno stile mathcore. In alcune tracce la produzione si arricchisce anche di elementi insoliti per il genere, come synth, violini e sax.
Basta ascoltare Full Moon Guidance per capire la capacità di questa band di muoversi con disinvoltura su territori ibridi tra pop e metal.

In definitiva, uno dei dischi metal da ricordare per il 2025.

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aggressivo

Miglior traccia: Full Moon Guidance

Hits: Two-Headed Trout, Full Moon Guidance

91
Tier 2° · Rank 115°
Cover di post mortem
255°

post mortem (2025)

i cani

Rock Indie Pop Indietronica

post mortem è il quarto disco ufficiale de I Cani, arrivato dopo nove anni di assenza dalla scena. Qui non c’è ricerca del ritornello pop o della melodia facile: le produzioni sono cupe, a tratti quasi rituali, con la voce che si incastra perfettamente nei suoni.

I testi sono semplici sul piano letterale, ma vogliono arrivare dritti. C’è un mix di autocritica, spesso in chiave universale — “L’elemosina ai barboni / ma rimani sempre colpevole / quando mangio a cena fuori / io mi sento sempre colpevole” — e una critica a certi atteggiamenti perbenisti. A tratti forse un po’ (troppo) spostata su posizioni “comuniste”.

Nel complesso è un album sicuramente valido, anche se forse un po’ frammentato.

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riflessivo misterioso

Miglior traccia: io

76
Tier 4° · Rank 216°
Cover di Orgia Mistero
256°

Orgia Mistero (2025)

Neoprimitivi

Rock Kraut Rock Alternative Rock Ambient

Orgia Mistero è il primo disco ufficiale dei Neoprimitivi. E’ un debutto coraggioso per questa band che già dal nome — ispirato a un verso di Battiato in Shock in My Town (“di neo-primitivi / rozzi cibernetici, signori degli anelli”) — lascia intuire un immaginario ben preciso.

Si tratta infatti di un album quasi interamente strumentale, capace di catapultare l’ascoltatore in una dimensione spaziale, galattica. Le sonorità richiamano una produzione kraut rock molto affascinante, costruita su trame ipnotiche e ripetitive, mentre i pochi testi presenti restano essenziali e criptici, utilizzati più come elemento atmosferico che narrativo.

Per fare capire la direzione “anti-convenzionale” della band, la prima traccia, Sul globo d’argento, è una suite di 21 minuti — già pubblicata come primo singolo — qui occupa l’intero lato A del disco e diventa il fulcro concettuale e sonoro del progetto.

Nel complesso, Orgia Mistero è un esordio che punta tutto sull’atmosfera e sulla suggestione, più che sulla forma canzone tradizionale: un lavoro enigmatico, quasi rituale. Mistero, appunto.

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misterioso

Miglior traccia: La teiera nera

84
Tier 3° · Rank 168°
Cover di Turbe Giovanili
257°

Turbe Giovanili (2002) ✰

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

È veramente difficile pensare che l'autore di Turbe Giovanili sia lo stesso che pochi anni dopo avrebbe sfondato il mainstream con Mr. Simpatia e poi Tradimento, portando il rap italiano a un pubblico enorme usando l'arma della provocazione. Il Fibra di prima del successo era tutta un'altra storia: liricismo raffinato, produzione curata, un approccio quasi privato alla scrittura.
Il disco è prodotto quasi interamente da Neffa, e quella produzione jazz-malinconica è metà del valore del progetto — basi che respirano, che lasciano spazio alle parole senza mai sovrastarle.

Fibra racconta la provincia, la sua vita, gli aspetti quotidiani di un ragazzo che vive in una realtà ripetitiva e poco stimolante. Ma non è rap conscious che vuole trasmetterti a tutti i costi le proprie vicissitudini. Suona come qualcosa di molto più sincero, quasi come se stesse parlando tra sé e sé — e quella distanza dall'effetto è forse la cosa più rara.

Il disco è costellato di alcune delle sue tracce migliori, tracce che fondamentalmente non replicherà più. Citare solo Dalla A alla Zeta sarebbe ingiusto. Scattano le Indagini è culto già solo per l'intro — spontaneo e grezzo — ma le strofe che seguono sono tutt'altro che grezze: il fatto che non vuoi / un rapporto stazionario / lento dentro e / fuori orario / Diario di bordo colgo / l'accordo con l'Erbolario, eh? / Non mi capisci / compra un vocabolario. Di Fretta riesce con il beat e il flow scorrevole a trasferirti esattamente quella sensazione di urgenza — colmare il vuoto, il tempo, dargli un significato. E il beat che si ferma e crea quel vuoto. Per Averti Qui ha una metrica e un flow trascinanti, sorretti da una produzione raffinatissima con quegli scratch che anticipano le strofe: dedico il tempo allo studio / allo studio di che / allo studio delle rime / che più piacciono a te.

Turbe Giovanili è un momento massimo per Fibra. Ne avrà anche successivamente, soprattutto a livello commerciale — ma forse quel successo è dovuto proprio all'aver abbandonato questo approccio. Non perché non fosse valido, ma perché era per pochi.

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riflessivo rilassato

Miglior traccia: Per Averti Qui

Hits: Dalla A alla Zeta, Per Averti Qui, Luna Piena

100
Tier 1° · Rank 25°
Cover di Mi Fist
258°

Mi Fist (2003) ✰

Club Dogo

Hip-Hop/Rap Coca Rap

Mi Fist è il primo album ufficiale dei Club Dogo, uscito nel 2003, ed è una pietra miliare del rap italiano. In una scena che per molto tempo era rimasta ancorata al tecnicismo underground e con un occhio forse troppo attento a replicare certi suoni americani, i Club Dogo portano qualcosa di nuovo: la strada di Milano, raccontata senza filtri, con un suono che Don Joe costruisce su breakbeat e campionamenti internazionali che nessuno aveva ancora portato nel rap italiano di allora.

Il disco è costellato di alcune delle loro tracce migliori, che fondamentalmente non replicheranno più. Note Killer con un ritornello che fa esattamente quello che dice il titolo. Vida Loca che riesce a raccontare spietatamente bene cos'è la strada milanese, dominata dalla droga: la notte ha vittime e carnefici / sa dei traffici illeciti / dei tossici in deficit / e sa chi ne riscuote i debiti. E poi c'è Tana 2000, con l'extrabeat di Dargen D'Amico — quei secondi di pura follia rap che sono diventati culto.

Ma l'impronta distintiva del disco è fortemente trainata dalla performance di Jake. La pulizia tecnica, gli incastri, il flow che ha qui plasmano il suono del disco in un modo in cui, a questo livello, non ci tornerà più. Mi Fist va annoverato tra le gemme del genere in Italia — e buona parte del motivo è lui.

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aggressivo riflessivo

Miglior traccia: Kyobo ni tsuki

Hits: Vida Loca, Note Killer

100
Tier 1° · Rank 38°
Cover di A Casa Tutto Bene
259°

A Casa Tutto Bene (2017)

Brunori Sas

Pop Cantautorato

A Casa Tutto Bene è un disco che sa esattamente cosa vuole essere. Brunori non spreca una parola: ogni testo è costruito con una cura che si sente, eppure non pesa mai, non diventa esercizio intellettuale fine a se stesso. Rimane musica, rimane canzone.

La produzione di Taketo Gohara è parte integrante di questo equilibrio. Archi, synth, loop, drum machine — un ibrido che in mani meno attente potrebbe sembrare un accozzaglia, e invece tiene tutto insieme con coerenza. Il suono valorizza i testi invece di sovrastarli o sparire sotto di essi: voce e musica parlano la stessa lingua, e si sente.

I brani migliori sono quelli in cui Brunori riesce a fare le due cose insieme — colpire e far sorridere, o colpire e far male. Secondo me è un invito velato a guardare il mondo dal punto di vista degli altri, costruito sull'ironia di una serie di "secondo me" quasi antitetici: Secondo me non è che devi esagerare / con la lotta al capitale / ogni tanto ci puoi andare / pure al centro commerciale. Poi ci sono i momenti in cui l'ironia sparisce del tutto e rimane solo il peso delle cose: Ma l'hai capito che non serve a niente / mostrarti sorridente / agli occhi della gente / e che il dolore serve / proprio come serve la felicità. Lì Brunori tocca qualcosa di universale con una semplicità disarmante. Lamezia Milano alleggerisce la tensione con uno sguardo ironico sul divario tra provincia e metropoli, e funziona proprio perché arriva nel momento giusto.

Un disco riuscito, in cui forma e sostanza si sostengono a vicenda come raramente capita.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Lamezia Milano

Hits: La Verità, Secondo Me

85
Tier 3° · Rank 160°
Cover di Ovunque Proteggi
260°

Ovunque Proteggi (2006) ✰

Vinicio Capossela

Folk

Ovunque Proteggi esce nel 2006 e si aggiudica la Targa Tenco come Miglior Album dell'anno. Con questo disco Capossela costruisce qualcosa che è più un'opera teatrale che un album nel senso tradizionale: le canzoni sono spesso recitate più che cantate, il linguaggio è allegorico, metaforico, a tratti diabolico — un immaginario visionario e biblico che non concede facilità d'accesso.

Non è un disco per tutti gli ascolti e non è un disco che si lascia capire in fretta. Ma la sua complessità è chiaramente una scelta, non un difetto.

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spirituale misterioso

Miglior traccia: Dalla Parte di Spessotto

85
Tier 3° · Rank 165°
Cover di Manifesto
261°

Manifesto (2025)

Shablo

Soul Neo soul R&B Jazz Rap

Lost Manifesto è il quarto disco ufficiale del DJ e producer Shablo, arrivato dopo la partecipazione al 75° Festival di Sanremo con La Mia Parola.

È sicuramente da apprezzare la scelta di portare sul palco dell’Ariston un brano con sonorità R&B e richiami all’hip-hop delle origini, anche se, paradossalmente, è forse uno degli episodi meno interessanti del disco. Il progetto nel complesso suona infatti molto meglio.

L’intro può far pensare a un lavoro hip-hop più old school, ma già dopo pochi brani il disco si apre a sonorità R&B e neo soul, con qualche incursione nel jazz rap. Non mancano i momenti riusciti: la chiusura molto emotiva di Joshua in Asfalto, il pezzo con Rkomi, la collaborazione tra Gaia e Roy Woods, o la ballad Meglio Che Mai con Mimi sono tra i più convincenti.

Il punto più debole è forse nella natura stessa del progetto: più che un vero producer album, sembra a tratti un joint album tra Joshua e Tormento. Joshua è un artista interessante, ma in alcuni casi sembra inserito soprattutto per garantire la componente R&B, anche in tracce dove non sarebbe stato necessario — come nell’ultima strofa di Non Si Può.

Nel complesso resta comunque una delle uscite italiane più interessanti del 2025, soprattutto all’interno della scena rap/urban.

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sensuale giocoso rilassato

Miglior traccia: Asfalto

Hits: Asfalto

80
Tier 4° · Rank 195°
Cover di Nero a Metà
262°

Nero a Metà (1980) ✰

Pino Daniele

Blues Canzone Napoletana

Nero a metà è uno di quei dischi che non si spiegano facilmente, e forse è meglio così. Pino Daniele aveva 25 anni quando lo pubblicò, nel 1980, ed era già capace di fare una cosa che pochi riescono in tutta una carriera: prendere due mondi sonori lontanissimi e farli stare insieme come se non avessero mai vissuto separati.

Lo disse lui stesso: «Nero a metà è il fondere due realtà diverse, due linguaggi: la musica americana di un certo tipo e il nostro modo italiano di fare musica melodica.» Ed è esattamente quello che senti. Il blues, il soul, il groove americano — tutto filtrato attraverso il dialetto napoletano, quella lingua che porta con sé secoli di melodia e malinconia. Non è un esperimento, non è una fusione forzata: è qualcosa di naturale, quasi inevitabile. E il titolo non è solo un concetto musicale — è anche un omaggio a James Senese, il sassofonista del disco, figlio di un soldato americano e di una madre napoletana, nero a metà nel senso più letterale. Quella stessa doppia identità che attraversa l'intero album.

Il disco sa essere tante cose senza perdere coerenza. A me me piace 'o blues è puro groove, spensierata e ballabile, con un'energia che non ti aspetti. Voglio di più è l'opposto: raccolta, quasi sospesa, costruita su un crescendo di atmosfera che ti trascina dentro lentamente. E poi c'è Quanno Chiove, il preferito dello stesso Pino, che la descrisse come una delle sue prime canzoni d'amore. È il momento in cui tutto si spoglia: la voce si fa più nuda, il sax di Senese accompagna senza mai sovrastare, e quello che resta è una ballata di rara delicatezza, in bilico tra malinconia napoletana e sensibilità soul. Una canzone che non invecchia.

Pino Daniele è un unicum nella musica italiana — non ha paragoni, non ha imitatori credibili. Nero a metà è la prova più chiara di questo: un disco che suona come nessun altro, prima o dopo.

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malinconico sensuale giocoso

Miglior traccia: Quanno chiove

Hits: Quanno chiove, Voglio di più

100
Tier 1° · Rank 39°
Cover di il dolce ricordo della nostra disperata gioventù
263°

il dolce ricordo della nostra disperata gioventù (2025)

faccianuvola

Pop Indie Pop Indietronica Elettropop

faccianuvola è un nome da tenere d’occhio, perché potrebbe sorprendere piacevolmente nei prossimi anni. È un artista ancora poco conosciuto al grande pubblico, ma che merita sicuramente attenzione.

In questo disco dal titolo contrastante — il dolce ricordo della nostra disperata gioventù — riesce a costruire un’interessante combinazione di indie pop, produzioni elettroniche — a tratti vicine a certe sonorità alla DJ Matrix — e linee melodiche efficaci.

Non mancano alcuni momenti leggermente sottotono, ma nel complesso il progetto si regge bene grazie a diversi picchi qualitativi, soprattutto sul piano melodico. Tra questi spiccano verticale, intensa e caratterizzata da esplosioni electro/techno molto riuscite, e portami a ballare in primavera, che ha tutte le carte in regola per essere la vera hit estiva che ci meritiamo.

Il futuro di questo artistica è sicuramente promettente!

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sognante

Miglior traccia: Verticale

Hits: portami a ballare in primavera, verticale

85
Tier 3° · Rank 164°
Cover di Tsunami Sea
264°

Tsunami Sea (2025)

Spiritbox

Metal Metalcore

Tsunami Sea è il secondo disco ufficiale degli Spiritbox, band heavy-metal/metal-core canadese.

Il disco si muove su coordinate prettamente metalcore, con un contrasto che funziona: strofe più dure e ritornelli in cui la voce “pulita” della cantante Courtney LaPlante vira su tonalità quasi pop.

I testi ruotano attorno alla salute mentale, giocando sulla metafora del mare: qualcosa che può calmarti oppure travolgerti completamente. Anche la produzione, soprattutto nei momenti più elettronici, richiama questa idea di “liquidità”, dando al suono una certa coerenza e originalità.

Nel complesso, è veramente un ottimo album, diretto ma curato, che sa comunicare fin dai primi ascolti.

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sognante

Miglior traccia: Tsunami Sea

Hits: Tsunami Sea

84
Tier 4° · Rank 173°
Cover di Pizzicato
265°

Pizzicato (2017)

Izi

Hip-Hop/Rap Trap

Pizzicato è il disco che ha definitivamente consacrato Izi come una delle voci più riconoscibili del rap italiano post-2016. Non per la tecnica in senso stretto, non per gli incastri — ma per qualcosa di più difficile da spiegare e da replicare: una tensione interna al flow che non si allenta mai, come se rappare fosse per lui un modo di non implodere. Izi non grida mai, eppure si ha sempre la sensazione che stia gridando. C'è un coinvolgimento emotivo nel suo flow che non lascia spazio alla distanza, e in un genere dove l'attitudine fredda è spesso la norma, questa è una qualità rara.

Le produzioni reggono il peso: sonorità hip-hop e trap moderne ma curate, con beat che sanno quando spingere e quando lasciar respirare. Distrutto è forse il punto più alto del disco — sound potente, ritornello di impatto immediato, il tipo di canzone che ti rimane addosso. Wild Bandana con Tedua e Vaz Tè è diventata nel tempo un pezzo fondamentale della scena genovese, un documento di un momento preciso in cui la drilliguria stava trovando la sua identità. E la title track tiene fede al titolo: Izi pizzicato, nel senso che lui stesso ha dato alla parola — infastidito, trafitto, con qualcosa da togliersi di dosso.

Non è un disco perfetto, ma è un disco vero. E nel rap, spesso, è la cosa che conta di più.

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riflessivo angosciante

Miglior traccia: Distrutto

Hits: Wild Bandana, Distrutto

85
Tier 3° · Rank 163°
Cover di 23 6451
266°

23 6451 (2019) ✰

thasup

Hip-Hop/Rap Trap

Se si dovesse fare una lista degli artisti più interessanti e innovativi della scena italiana dal 2010 in poi, thasup sarebbe sicuramente tra i primi nomi. E non è un'esagerazione.

Davide Mattei inizia a farsi notare prima di tutto come produttore, lavorando già giovanissimo su dischi di rilievo — il momento che lo fa conoscere è Perdonami di Salmo, grazie alla vicinanza con la Machete crew. Ma è con 23 6451 — titolo in leet speak che nasconde la scritta "LE BASI", un nome che è già un manifesto ironico — che dimostra di essere qualcosa di più di un beatmaker di talento.
L'identità di thasup è un sistema coerente e riconoscibile in ogni sua parte: la voce filtrata che lo rende quasi un personaggio animato, l'immaginario cartoon nelle grafiche, la scelta di non mostrarsi mai in pubblico al posto del suo avatar. Non è un vezzo estetico ma una dichiarazione precisa su cosa sia la sua musica — un universo chiuso, con le sue regole, il suo linguaggio, la sua grafica. E i suoni lo confermano: qualcosa che sembrava uscito da un videogame mixato con bassi e produzioni trap che in Italia — ma anche in Europa — non aveva fatto nessuno prima.

Su questo disco thasup non sfigura nemmeno di fianco ai grandi nomi che porta con sé: Marracash, Salmo, Fabri Fibra, Gemitaiz — una lineup che su un esordio pesa, e che arriva perché il talento era già evidente a chi contava. Tantissime le tracce che rimangono: blun7 a swishland con quel ritornello diventato viralissimo, la più densa e introspettiva occh1 purpl3, oh 9od con Nayt, la destrutturata 5olo. Già anticipato da singoli come scuol4, il disco arriva con un'identità già fortissima e non tradisce le aspettative.

È un disco che stupisce perché i suoni che ci trovi li ha solo lui. Nessun altro punto di riferimento, nessun precedente a cui agganciarlo facilmente — e questa è forse la cosa più rara che un esordio possa offrire.

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giocoso malinconico

Miglior traccia: scuol4

Hits: scuol4, blun7 a swishland, 5olo, occh1 purpl3

92
Tier 2° · Rank 110°
Cover di Bugiardo
267°

Bugiardo (2007)

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap

Bugiardo nasce all'ombra di Tradimento e non riesce del tutto a uscirne. Fibra prova a cavalcare la stessa ondata — scrittura scomoda, volgarità come strumento, quel cinismo giocoso che sembrava sempre sul punto di farsi sul serio — ma qui la formula funziona a corrente alternata.

Quando funziona, funziona bene: Bugiardo con la sua intro poliziesca è diventato un brano iconico, La Soluzione ha un ritornello tra i più riusciti del suo repertorio, e In Italia con Gianna Nannini rimane una collaborazione che ha fatto storia, per quanto arrivata nell'edizione espansa del disco. Ma ci sono anche momenti, come Cattiverie o La Posta di Fibra, dove il registro cupo e aggressivo gira a vuoto: le immagini volgari e scomode sembrano esibite più che sentite, e senza quella carica autentica che in Tradimento teneva tutto in piedi, il risultato è qualcosa che suona più come esercizio di stile.

Le produzioni sono curate, forse più rifinite del precedente. Quelle di Tradimento avevano però qualcosa di sporco e urgente che qui manca. Più lucido non vuol dire necessariamente più forte.

Rimane un disco solido, con i suoi momenti, ma chiaramente un figlioccio di quell'era: non il Fibra migliore.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Bugiardo

Hits: Bugiardo, La Soluzione, In Italia

77
Tier 4° · Rank 212°
Cover di Guerra E Pace
268°

Guerra E Pace (2013)

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap

Con Guerra e Pace si inizia a intravedere un cambio di passo. È il disco in cui Fibra comincia a lavorare su una scrittura più essenziale, più "visiva" — meno densità metrica, un flow più raccontato, accenti forti sulle parole che diventano quasi martellate. Non è ancora la firma del Fibra post-Fenomeno, ma il germe è già qui.

Questo non significa che sia un disco semplice. Anzi, Guerra e Pace contiene alcuni dei suoi brani liricamente più alti. Bisogna Scrivere è uno di quei pezzi dove le parole sembrano scivolare sulla base con una naturalezza disarmante — “Esplode la testa come una camera d'aria / Araba Fenice / Mi domando: in Italia una ragazza araba è felice?” — immagini fulminee che si inseguono senza mai sembrare forzate. E poi c'è Panico, insieme a Neffa: uno dei brani più riusciti dell'intera sua carriera, con una scrittura criptica e densa di metafore — dove ad esempio la paura della cocaina e di ciò che può farti diventa la metafora perfetta del panico da pagina bianca, del vuoto che precede la scrittura — “Pagina senza testo e / punteggiatura / tu la chiami bianca, io la chiamo paura”. È il tipo di allegoria che funziona su più livelli contemporaneamente, e che richiede qualche ascolto per essere assimilata del tutto. Poi c'è A Me di Te, diventata iconica anche per ragioni extramusicali: la citazione infelice di Valerio Scanu nel testo è costata a Fibra una condanna per diffamazione e un risarcimento da diverse migliaia di euro.

Il problema del disco è che non mantiene questo livello dall'inizio alla fine. Brani come Nemico Pubblico o Raggi Laser suonano sottotono, con produzioni anonime che non aggiungono nulla — e con diciannove tracce il rischio di dispersione è alto. Il risultato finale assomiglia più a una playlist che a un progetto organico, e si sente.

Rimane comunque un disco che vale, soprattutto per i suoi vertici. E per chi segue Fibra nel tempo, è un documento interessante: il momento in cui il rapper di Senigallia comincia a capire che si può essere efficaci anche con meno.

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riflessivo aggressivo malinconico

Miglior traccia: Panico

Hits: Panico, Bisogna Scrivere, Dagli Sbagli Si Impara

78
Tier 4° · Rank 205°
Cover di Playlist
269°

Playlist (2018)

Salmo

Hip-Hop/Rap Rap Rock Trap Electronic

Il titolo non mente: Playlist è esattamente questo, una sequenza di brani che funzionano singolarmente ma non costruiscono un percorso. E per uno come Salmo — uno dei pochi rapper italiani capaci di muoversi su chitarre, batteria e dubstep senza sembrare fuori posto — scegliere di fare un disco di hit radio-friendly è una scelta precisa, non una mancanza. Il problema è che si sente.

I featuring sono azzeccati, le produzioni catchy, e la varietà non manca: si passa dai brani trionfanti come 90MIN alle incursioni trap di Cabriolet con Sfera, fino ai momenti più intimi come Lunedì e Il Cielo nella Stanza. Ma è proprio quella varietà a tradire l'assenza di una visione unitaria — sembra un campionario di ciò che Salmo sa fare, non una dichiarazione.

Dal punto di vista prettamente rap, il momento più alto rimane Stai Zitto con Fabri Fibra, e non è un caso. C'è una costruzione narrativa sottile: 90MIN si chiude con Salmo che ripete "novanta minuti di applausi", citazione diretta ad Applausi per Fibra, quasi ad annunciare quello che sta per arrivare. Quando Fibra entra nel brano successivo, il cerchio si chiude — il ragazzo che citava il maestro nel suo primo disco ora ci rappa sopra. Il picco emotivo è raggiunto invece alla fine, con Lunedì, brano malinconico e autobiografico che guarda il successo dal lato che nessuno celebra — la solitudine che si porta dietro. È il momento in cui Salmo abbassa la guardia più di qualsiasi altra traccia del disco.

Il disco è piacevole, melodicamente riuscito, e commercialmente ha senso. Ma Salmo stupisce quando fa cose che quasi nessun altro rapper italiano può fare — e qui si accontenta di fare cose che funzionano.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: STAI ZITTO (feat. Fabri Fibra)

Hits: STAI ZITTO ( feat. Fabri Fibra), IL CIELO NELLA STANZA (feat. NSTASIA), LUNEDI’

70
Tier 5° · Rank 253°
Cover di Don’t Panic
270°

Don’t Panic (2021)

Tedua

Hip-Hop/Rap Drill

Don't Panic nasce come una cosa sola con il suo cortometraggio: sette freestyle accompagnati da immagini di strade in fiamme, gironi urbani, una selva oscura che cita Dante senza nasconderlo. Tedua stesso l'ha definito un progetto ibrido, né EP né mixtape, ma “un mash-up di strofe troppo forti per restare nel computer e troppo freestyle per finire nell'album”. Quella definizione dice tutto: è musica che esiste in uno spazio intermedio, e funziona proprio per questo.

Sonoricamente si muove su territorio drill, e Tedua ci porta dentro flow che rimandano a Mowgli — non come regressione, ma come ritorno alla forma migliore, quella più sciolta e istintiva. Il corto amplifica tutto: quell'immaginario infernale, ardente, decadente diventa la cornice visiva perfetta per un suono che non cerca la costruzione dell'album ma la scarica diretta.

Per essere un progetto nato quasi per eccesso — roba troppo buona per restare nei file, troppo grezza per La Divina Commedia — scorre sorprendentemente bene, con picchi reali. Lo-Fi Drill su tutti: il beat affonda una chipmunk voice — il campione della sigla dell’anime Tokyo Ghoul — che impreziosisce la base e trasforma la traccia in qualcosa di più raffinato di quanto il contesto freestyle lascerebbe aspettare.

E qui sta il punto più scomodo: con il senno di poi, buona parte di Don't Panic regge — e in certi momenti supera — diversi brani del progetto ufficiale, sia per qualità del rap che per la tenuta dei beat. Non è una provocazione, è quello che si sente.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Lo-Fi Drill

Hits: Lo-Fi Drill

79
Tier 4° · Rank 198°
Cover di J
271°

J (2020)

Lazza

Hip-Hop/Rap Trap

J di Lazza è un mixtape trap senza troppe pretese: dieci brani, una sfilata di ospiti e tante punchline. Nulla di sconvolgente, nulla di memorabile — ma i pezzi da club fanno il loro lavoro egregiamente, e in certi contesti tirano giù il soffitto.

La lista degli featuring è lunga e impressionante sulla carta — Capo Plaza, tha Supreme, Guè, Tony Effe, Geolier, Gemitaiz — eppure alla fine non è quella a lasciare il segno. La sorpresa arriva da Rondodasosa, che all'epoca doveva ancora farsi un nome e se la cava meglio di molti nomi più blasonati presenti nel progetto.

La title track è l'highlight assoluto: Low Kidd costruisce una produzione dall'atmosfera quasi apocalittica, ampia, che occupa tutto lo spazio disponibile. Non potevano scegliere una apertura più azzeccata.

Per il resto, J è esattamente quello che sembra: un prodotto funzionale ma con poca voglia di stupire.

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euforico

Miglior traccia: J

57
Tier 7° · Rank 310°
Cover di Tradimento
272°

Tradimento (2006) ✰

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop

È il 2006 e il rap italiano è discograficamente quasi morto. Ha avuto il suo momento a cavallo del millennio, ma nei primi anni 2000 è sparito dalla radio e dalle major. In questo contesto, Fabri Fibra — già noto nell'underground, autore due anni prima di Mr. Simpatia — firma il suo primo progetto con una major e intitola il disco esattamente come l'accusa che gli arriva dalla scena: Tradimento.

Il paradosso è tutto qui: il disco più scorretto, più difficile da difendere davanti a un etichetta discografica, è quello che apre le porte del mainstream. Mr. Simpatia era nato senza aspettarsi nessuno dall'altra parte — e quella libertà si sentiva. Tradimento è costruito sulla stessa scia, lo stesso Fibra che vomita frustrazione e se la prende con tutto e tutti, ma con la consapevolezza di avere adesso un pubblico molto più ampio. L'addolcimento rispetto al predecessore c'è, ma è relativo.

Le produzioni di Big Fish — ex Sottotono, qui produttore di riferimento del disco — si discostano completamente dalle sonorità hip hop dominanti dell'epoca: groove ipnotici, ritmi martellanti, un suono che contribuisce a definire un'estetica nuova per il rap italiano. La formula di Applausi Per Fibra è semplicissima e chirurgica: ripetere ossessivamente il proprio nome finché non ti entra in testa. Quel ritornello lo conosce ancora oggi chiunque abbia vissuto quegli anni. Mal di Stomaco disegna con le rime fatti e situazioni scomode con una precisione da fare venire il vomito — letteralmente, per citarlo. Rap in Guerra e Su Le Mani portano una certa violenza lirica che ricorda da dove veniva Fibra.

Il momento più alto è Idee Stupide con Diego Mancino: riprende il filo di Momenti No da Mr. Simpatia e per la prima volta si intravedono gli spettri del personaggio privato, il rapporto difficile con i genitori, una vulnerabilità che Fibra spiegherà meglio nei dischi degli anni successivi. È il momento in cui il personaggio si incrina e si vede l'uomo dietro.

Tradimento è uno dei dischi più importanti del rap italiano — non nonostante le sue contraddizioni, ma grazie a esse. Ha ancora tutta la forza che aveva all'epoca.

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aggressivo angosciante

Miglior traccia: Idee Stupide

Hits: Idee Stupide, Applausi Per Fibra, Mal di Stomaco, Rap in Guerra

100
Tier 1° · Rank 12°
Cover di Taxi Driver
273°

Taxi Driver (2021)

Rkomi

Pop Pop Rap Urban

TAXI DRIVER è il disco della consacrazione commerciale di Rkomi — primo in classifica, disco più venduto del 2021 in Italia — e quello che segna un cambio di rotta netto rispetto alla sua identità precedente. L'attitudine rap rimane, ma viene incanalata in un progetto dalle sonorità più pop, urban e a tratti R&B, costruito attorno a un concept ispirato al film di Scorsese: Rkomi come tassista che porta ogni ospite in un territorio musicale diverso, a volte affine a lui, a volte del tutto nuovo. È un'immagine che funziona, e il disco la onora abbastanza.

Le tracce che spiccano davvero sono MARE CHE NON SEI con Gaia — R&B morbido, produzione avvolgente — e LUNA PIENA con Irama, dove le due voci si trovano bene su un beat di Shablo con quegli spunti estivi che sembrano fatti apposta per quel tipo di accoppiata. Sono i momenti in cui il cambio di direzione paga di più, perché suona convincente e non forzato.

Il problema arriva con la repack, che ha allungato il disco in modo ingiustificato. INSUPERABILE, portata a Sanremo, è probabilmente uno dei suoi pezzi peggiori: una vena rock che non gli appartiene, e si sente. Anche nella versione originale non mancano le cadute di tensione — NUOVO RANGE con Sfera Ebbasta è la hit più prevedibile del lotto, esattamente il tipo di collaborazione che il concept del disco prometteva di evitare.

Nel complesso TAXI DRIVER resta un buon disco, e dimostra che Rkomi sa muoversi fuori dal rap senza perdere credibilità. Ma è anche un progetto che funziona meglio quando non cerca il colpo grosso.

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malinconico rilassato

Miglior traccia: MARE CHE NON SEI

Hits: Mare Che Non Sei, Luna Piena

73
Tier 5° · Rank 230°
Cover di Malverde
274°

Malverde (2020)

Disme

Hip-Hop/Rap Trap

Malverde è un disco passato abbastanza in sordina nel rap mainstream, ma che meriterebbe ben altra attenzione. Il mood è cupo e rabbioso, con una rassegnazione che non è mai vera pace — è rabbia compressa, il tipo di malcontento che non si sfoga ma si accumula. Disme è incazzato con se stesso e con tutti, e lo si sente in ogni barra: flow serrato, voce graffiante e quasi rauca, perfettamente a proprio agio su produzioni — quasi interamente firmate Shune — che mantengono un suono omogeneo lungo tutto il progetto senza mai scivolare nella monotonia. Un'atmosfera coerente e densa.

Quella tensione tra rassegnazione e rabbia emerge con chiarezza in Cosa Non Va, il feat. con Tedua e uno dei momenti più alti del disco — "Sai che non cerco la felicità / Ma ti chiamavo e tu non c'eri, fra'". Entrambi i rapper sfoggiano flow calibrati sulla produzione minimal, e il risultato è una delle tracce più efficaci perché non ha bisogno di alzare la voce per pesare.

Anche nei momenti più pop, come Freddo o Errori, Disme non perde mai la propria identità: i ritornelli funzionano senza fare concessioni che stridano col resto. Forse tra i meno noti della scena drill ligure, ma Malverde dimostra che Disme è un nome da tenere d'occhio — e chi l'ha ignorato finora non ha più scuse.

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riflessivo angosciante malinconico

Miglior traccia: Freddo

Hits: Cosa Non Va, Invece No

83
Tier 4° · Rank 180°
Cover di MUSIC
275°

MUSIC (2025)

Playboi Carti

Hip-Hop/Rap Rage Trap

Playboi Carti è uno degli artisti più attesi negli Stati Uniti: assente con un progetto proprio dall'ultimo Whole Lotta Red del 2020, ma presente in diverse collaborazioni di successo — su tutte FEIN con Travis Scott. MUSIC si presenta come una lunghissima playlist di trenta brani per settantasette minuti totali, quasi a voler ripagare i fan dall'assenza — il che porta inevitabilmente con sé tanti potenziali skip.

Il sound è definito: dalla trap alla rage — quel filone di beat ipnotici e distorti che derivano dalla trap ma spingono verso sonorità hardcore — con produzioni che non lasciano spazio a compromessi. La forza del disco, però, si concentra in quattro o cinque tracce al massimo: quelle con i beat più acidi e particolari, dove Carti fa una delle cose per cui è diventato famoso, ovvero manipolare continuamente la voce fino a sembrare artisti diversi da sé stesso — un approccio che o si ama o si odia, ma che quando funziona è immediatamente riconoscibile.

Tra le tracce da citare: MOJO JOJO per il beat e l'intro di Kendrick, RATHER LIE con The Weeknd — accoppiata ormai collaudata — e COCAINE NOSE per il riff di chitarra loopato.

Con la metà dei brani rimossi, sarebbe stato un disco ben più valido.

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aggressivo giocoso trionfante

Miglior traccia: COCAINE NOSE

Hits: MOJO JOJO, COCAINE NOSE, RATHER LIE

69
Tier 6° · Rank 263°
Cover di Rockstar
276°

Rockstar (2018)

Sfera Ebbasta

Hip-Hop/Rap Pop Rap Trap

Rockstar è il disco della consacrazione definitiva di Sfera Ebbasta, e il motivo è semplice: per arrivarci, Sfera abbandona la trap cupa e viscerale dei lavori precedenti e vira verso sonorità più pop, più colorate, costruendo l'immaginario della nuova star italiana — un titolo conquistato sul campo. La scelta funziona perché arriva nel momento giusto: la celebrazione del successo ha senso quando il successo è ancora fresco, quando si sente che quei testi vengono da qualcuno che sta ancora realizzando dove è arrivato.

Il disco è pieno di hit che reggono: la title track, Ricchi x Sempre, e soprattutto Cupido con Quavo — una delle prime collaborazioni davvero riuscite tra un rapper italiano e un nome americano di quel peso nel mondo trap. Un momento che all'epoca valeva qualcosa. Per chi invece segue Sfera dagli albori, i momenti più identitari rimangono quelli ancorati alla trap delle origini — XNX e 20 Collane, dove si sente ancora il Sfera dei primi lavori prima che il pop prendesse il sopravvento.

C'è già qui un principio di quella formula che nei dischi successivi diventerà il problema principale: Famoso arriverà a replicare lo stesso schema senza averne più le ragioni, scimmiottando un'estetica che su Rockstar aveva ancora una sua logica. Ma questo disco, preso per quello che è, ha ancora abbastanza brani che reggono il peso del suo successo.

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trionfante malinconico euforico

Miglior traccia: Uber

Hits: Cupido (feat. Quavo), Ricchi x Sempre, Uber, Tran Tran

68
Tier 6° · Rank 270°
Cover di 17
277°

17 (2020)

Emis Killa & Jake La Furia

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Trap

17 è uno di quei dischi che riesce a sorprendere proprio chi non è un fan sfegatato né di Emis né di Jake — e parlando da quella posizione, l'effetto è stato inaspettato. Sono riusciti a mettere insieme qualcosa che funziona davvero: ottimo rap, flow solidi, produzioni che non reinventano niente ma che stanno esattamente dove devono stare. Niente di innovativo, ma tutto coerente con il tipo di approccio che i due hanno scelto — e alla fine è proprio questa coerenza a tenere il disco in piedi dall'inizio alla fine.

Si alternano momenti più leggeri e scazzati, come Malandrino o No Insta, a episodi più seri e personali come La mia prigione e Quello che non ho, e il cambio di registro funziona senza che il disco perda mai il filo. Probabilmente qui dentro ci sono le migliori strofe di entrambi — e per chi come me li aveva sempre tenuti a distanza, è una constatazione che pesa.

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aggressivo riflessivo

Miglior traccia: La mia prigione

Hits: La mia prigione, Quello che non ho

72
Tier 5° · Rank 238°
Cover di 60 Hz II
278°

60 Hz II (2025)

Dj Shocca

Hip-Hop/Rap

Dopo circa vent'anni dal primo 60 Hz — uno dei dischi culto dell'hip-hop italiano — Dj Shocca propone un nuovo capitolo. Intitolare un disco 60 Hz II porta con sé un significato ben preciso: la volontà di ricollegarsi esplicitamente a quel progetto. E come tutti i sequel di dischi riuscitissimi, questo si carica inevitabilmente di un peso in più: il confronto con il suo "padre".

Un confronto che il disco stesso alimenta fino alla fine, riproponendo le versioni II di pezzi fondamentali del primo lavoro — Rendez Vous Col Delirio, Notte Blu, Ghettoblaster — senza stravolgere le strumentali originali. Con questa operazione, Shocca dimostra di essere stato un visionario: quei pezzi funzionavano benissimo in un'epoca dell'hip-hop dominata dal boom bap, e funzionano ancora oggi. Ma la domanda sorge spontanea: ne avevamo davvero bisogno, o è più un'operazione nostalgia?

Dai brani nuovi emerge proprio la risposta, e non è del tutto incoraggiante. Le liriche sono fondamentalmente incentrate sul ricordo dei tempi d'oro del rap, con testi che faticano a reggere il confronto col primo disco — fatta eccezione per i contributi di Ghemon e Mistaman.

In conclusione, è sicuramente un disco che riporta al centro del genere il suono old-school, ma senza aggiungere nulla di nuovo. Forse, però, era proprio questo l'intento.

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giocoso riflessivo malinconico

Miglior traccia: Notte Blu II

67
Tier 6° · Rank 273°
Cover di DeBi TiRAR MaS FOTos
279°

DeBi TiRAR MaS FOTos (2025)

Bad Bunny

Latin

Dopo un disco poco convincente, in cui la latin trap aveva preso eccessivamente il sopravvento, Bad Bunny compie un'operazione totalmente diversa: decide di recuperare le proprie origini, la sua amata Puerto Rico, e confeziona un progetto dall'estetica e dal suono decisamente rinnovati.

Debí Tirar Más Fotos — un invito a scattare più foto, a immortalare i momenti che davvero contano — è un disco musicalmente ricco e riuscito. Niente trap: rimangono le influenze reggaeton, ma unite a sonorità della tradizione, in un connubio quasi perfetto.

Tante tracce destinate a diventare classici di repertorio, come l'apertura NUEVAYoL o la title track. Ma altrettanto interessanti sono i momenti più portoricani nell'essenza, come CAFÉ CON RON, insieme al gruppo locale Los Pleneros de la Cresta, un vero inno alla resistenza e all'identità dell'isola.

Un disco da ascoltare, cantare e ballare, possibilmente tutti insieme.

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sensuale

Miglior traccia: CAFè CON RON

Hits: CAFè CON RON, DtMF, NUEVAYoL, BAILE INVolVIDABLE

90
Tier 2° · Rank 130°
Cover di XDVR
280°

XDVR (2015) ✰

Sfera Ebbasta

Hip-Hop/Rap Trap

XDVR nasce dal niente: due ventenni di periferia, un computer, nessuna etichetta. Sfera Ebbasta e Charlie Charles, dopo essersi conosciuti in un McDonald’s dopo una serata, pubblicano il disco in free download nel giugno 2015, e nel giro di poco viene intercettato dall’etichetta Roccia Music che lo ripubblica a novembre. Da quel momento cambia qualcosa nel rap italiano.

Non è che la trap non esistesse prima in Italia — c'era già qualcuno che ci lavorava — ma XDVR porta quel suono a un livello successivo. Il mood cupo, compresso e ipnotico della trap americana arriva qui con una coerenza e una forza che mancava. Charlie Charles costruisce un universo sonoro omogeneo dall'inizio alla fine: bassi spinti, beat elettronici, e quel giro di piano che diventa la sua firma stilistica — ipnotico, riconoscibile, presente in modo diverso su ogni traccia. L'Auto-Tune su Sfera non è un effetto decorativo: è parte della voce, del suono, dell'identità del disco.

Liricamente non c'è liricismo colto, né vuole esserci. C'è la voglia di rivalsa di un ragazzo cresciuto a Cinisello Balsamo, il racconto del quartiere, dei palazzi, di una gioventù bruciata — raccontata senza filtri e senza ipocrisie. Ciny è diventata una delle sue hit più riconoscibili proprio per questo. Mercedes Nero, con Tedua e Izi, ha quel giro di piano ipnotico che non esce dalla testa. Ma i brani meno noti tengono il disco insieme altrettanto bene — Brutti Sogni, Zero, Trap Kings sono il lato più grezzo e urgente del progetto.

Uno spartiacque vero. Non perché fosse perfetto, ma perché era necessario.

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angosciante

Miglior traccia: Mercedes Nero

Hits: Mercedes Nero, Brutti sogni

90
Tier 2° · Rank 127°
Cover di Madame
281°

Madame (2021)

Madame

Hip-Hop/Rap Pop Rap

Madame è il disco di debutto ufficiale dell'artista vicentina, e conferma quello che i singoli anticipatori avevano già lasciato intuire: c'è un talento palese, una capacità di scrittura non comune nel rap italiano, emersa prepotentemente fin da giovanissima con pezzi come 17 o Sentimi.

Il disco però è una montagna russa. Ci sono momenti molto riusciti — vuoi per le melodie catchy del pop rap moderno, come Tu Mi Hai Capito con Sfera Ebbasta o Luna con Gaia, vuoi per la profondità di temi e scrittura, come in Clito o Vergogna — e momenti in cui il progetto perde un po' di fuoco, specialmente sul fronte delle produzioni.

Tra i picchi assoluti c'è Voce, brano autobiografico in cui Madame si rivolge alla propria voce come metafora dell'identità: presentato a Sanremo 2021, gli è valso la Targa Tenco.

Nel complesso un buon disco, acerbo in certi punti ma con lampi che confermano una delle voci più interessanti emerse dal rap italiano negli ultimi anni.

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sensuale giocoso

Miglior traccia: Voce

Hits: Baby, Voce

73
Tier 5° · Rank 228°
Cover di Currents
282°

Currents (2015) ✰

Tame Impala

Alternative Synth Pop Psychedelic Pop

Se si dovesse fare una lista dei dischi più interessanti degli ultimi anni, Currents non potrebbe mancare. È stato il mio punto d'ingresso nel mondo di Tame Impala — e non è un punto d'ingresso qualunque.

Tame Impala è il progetto solista di Kevin Parker, australiano di Perth: scrive, suona, produce e mixa tutto da solo. Currents è il suo terzo disco e anche la sua svolta più radicale — un abbandono quasi totale delle chitarre in favore di synth, elettronica e psichedelia sognante. Una scelta che all'epoca ha sorpreso i fan dei dischi precedenti, ma che col senno di poi sembra inevitabile.

Il risultato è un disco che suona esattamente come deve: coeso, personale, con un'identità sonora precisa che non si lascia catalogare facilmente. La forza di Currents è la somma delle sue melodie e dei suoi momenti di introspezione — Parker parla di trasformazione personale, di diventare qualcuno che non pensavi di diventare, e quella tensione si sente in ogni traccia. La voce, trattata e sognante, è parte integrante del suono, non un elemento separato.

The Less I Know the Better ha uno dei riff iniziali più immediati e riconoscibili del disco — ti cattura subito e non molla. Eventually lavora su un registro più malinconico, con un ritornello avvolgente che cresce fino a diventare quasi opprimente nel senso migliore. Ma il brano più ambizioso è Let It Happen, quasi otto minuti con una struttura che cresce e si trasforma, e un finale ipnotico che da solo vale l'ascolto.

È uno di quei dischi che rende ancora meglio se preso come esperienza totale, dall'inizio alla fine, senza saltare. Il tipo di disco che ti cambia l'umore.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Eventually

Hits: Eventually, The Less I Know The Better, Let It Happen

94
Tier 2° · Rank 93°
Cover di The College Dropout
283°

The College Dropout (2004) ✰

Kanye West

Hip-Hop/Rap

The College Dropout esce nel 2004 ed è un debutto clamoroso — non solo perché dimostra che Kanye sa rappare oltre che produrre, ma perché lo fa portando temi che nel rap dell'epoca non esistevano. Il gangsta rap dominava, e Kanye arriva con tutt'altro: la fede religiosa, la critica al sistema educativo, le ambizioni e le frustrazioni di chi viene dalla classe media nera. Una rottura netta, portata avanti con una sicurezza disarmante.

Il suono è la sua firma: campionamenti soul e gospel manipolati, voci accelerate fino a sembrare cartooneschi — il così detto chipmunk soul — drums che scattano come molle. Produzioni calde, immediate, difficili da dimenticare. Ed è proprio quella qualità produttiva a reggere il disco nel tempo. Suona bene oggi come allora.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente Jesus Walks, con il suo ritmo incalzante che sembra una marcia trionfale; New Workout Plan ti fa muovere per forza, un groove che non chiede permesso. E poi c'è Through the Wire, una delle migliori canzoni di Kanye di sempre: quella vocina del sample ti entra in testa, e quando parte il flow di Kanye sopra — registrato con la mascella fratturata, letteralmente — capisci che stai ascoltando qualcosa di speciale.

Considerando quello che farà dopo, si può dire che Kanye era già partito da un livello altissimo.

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riflessivo spirituale giocoso

Miglior traccia: Through The Wire

Hits: Through The Wire, Jesus Walks, Family Business

100
Tier 1° · Rank 23°
Cover di The Low End Theory
284°

The Low End Theory (1991) ✰

A Tribe Called Quest

Hip-Hop/Rap Jazz Rap

The Low End Theory è il secondo album degli A Tribe Called Quest, uscito nel 1991, ed è uno dei dischi fondamentali della golden age dell'hip-hop americano. Il titolo non è una metafora: il basso è letteralmente il protagonista sonoro del disco, e su Verses from the Abstract suona addirittura Ron Carter, il leggendario contrabbassista jazz. È quel tipo di dettaglio che dice tutto sull'approccio di Q-Tip alla produzione — campionamenti jazz usati non come ornamento ma come ossatura.

Il suono è minimale, diretto, quasi austero: niente stratificazioni eccessive, niente effetti in primo piano. È jazz rap nella sua forma più pura, e proprio per questo può sembrare datato a un ascolto contemporaneo — non perché abbia perso qualità, ma perché l'hip-hop di oggi è andato in direzioni molto diverse, e quella essenzialità può suonare lontana.

Ma quando funziona, funziona benissimo. Jazz (We've Got) ha un mood e una raffinatezza che si sentono dai primi secondi — quegli scratch iniziali sopra una base jazzata sono un momento di produzione quasi perfetto. E poi c'è Scenario, con Busta Rhymes — energia pura, uno di quegli hip-hop che ti fa muovere il collo.

Un classico da ascoltare almeno una volta, soprattutto per capire da dove viene gran parte di quello che è venuto dopo.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Scenario

Hits: Scenario, Jazz (We’ve Got), Check the Rhime

83
Tier 4° · Rank 182°
Cover di Mentre Los Angeles Brucia
285°

Mentre Los Angeles Brucia (2025)

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Mentre Los Angeles Brucia è l’undicesimo album in studio di Fabri Fibra e, a detta sua già dalla traccia di apertura, potrebbe essere anche l’ultimo pubblicato sotto major. Come spesso accade nella sua discografia, è un lavoro destinato a dividere. La scrittura, ormai da tempo più essenziale, potrà far storcere il naso a chi cerca il tecnicismo puro, ma non per questo risulta svuotata di contenuti. Anzi, rispetto a Caos, che dava l’impressione di una raccolta disomogenea di brani, qui emerge una coerenza molto più solida.

Il disco si sviluppa in due blocchi distinti, quasi ricalcando la struttura di Fenomeno. La prima parte è più leggera: c’è il singolo Milano Baby con Joan Thiele, qualche incursione in flow più moderni per lui come in Tossico, e un momento che richiama il vecchio spirito di Mr. Simpatia in Karma Ok.

È però nella seconda metà che il progetto trova la sua vera forza, virando verso toni più intensi e introspettivi, con un focus particolare sul tema della famiglia. Qui le tracce dialogano tra loro in modo molto più evidente: Tutto Andrà Bene tocca temi come bullismo e revenge porn, ma sembra soprattutto puntare il dito sull’incapacità dei genitori di riconoscere il disagio dei figli. Figlio è probabilmente il vertice emotivo del disco: una lettera immaginaria a un figlio che non esisterà mai, scritta senza filtri e proprio per questo profondamente sincera — “al figlio che mai avrò, tratta bene le ragazze… ricorda il karma è importante, non dare mai false speranze”.

Con Mio Padre la prospettiva si ribalta: Fibra si rivolge direttamente al padre scomparso, lasciando emergere frustrazione e rancore con una sincerità quasi adolescenziale, nel senso più autentico del termine. Anche Vivo, impreziosita da un campione straordinario di Andrea Laszlo De Simone, è tra i momenti migliori: un rap fatto di immagini semplici ma efficaci — “Tu restami vicino, ho già toccato il fondo / mentre abbasso il finestrino e sento l’aria sul mio volto / non ci sta nessuno in giro, come se fosse un sogno / tu sei Trinity, io Neo e tutto ci esplode intorno”.

Il disco si completa con alcune tracce bonus, escluse dalla tracklist principale ma comunque volute da Fibra. Tra queste spicca Invidia, in cui compie un gesto quasi anti-rap: ammettere apertamente di provare invidia per alcuni colleghi, il tutto su un beat che richiama l’epoca di Mr. SimpatiaTradimento.

A fare da collante c’è una produzione sempre solida, curata in gran parte insieme ai 2nd Roof, ormai una garanzia nel suo percorso.

Il vero punto di forza di Mentre Los Angeles Brucia resta però la sincerità: Fibra ha ancora qualcosa da dire, e soprattutto sente il bisogno di dirlo.

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malinconico euforico riflessivo

Miglior traccia: Figlio

Hits: Figlio, Invidia

91
Tier 2° · Rank 116°
Cover di Mowgli
286°

Mowgli (2018)

Tedua

Hip-Hop/Rap Trap Drill

Mowgli è quello che succede quando un rapper e un producer si muovono come un'unica testa: stessa visione, stessa direzione, zero compromessi. Era già successo con XDVR, il disco di Sfera con Charlie Charles, e risuccede qui con Tedua e Chris Nolan — due ragazzi che costruiscono un mondo sonoro preciso e ci abitano dentro per tutta la durata del disco.

Il concept non viene dichiarato esplicitamente, ma è lì: un ragazzo che sgomita tra Cogoleto e Milano, sospeso tra due realtà diverse con problemi poi non così diversi, che impara le regole di una giungla urbana navigandola a modo suo. Chris Nolan costruisce le basi su misura per quel racconto — trap, certo, ma con innesti che richiamano quella scena ligure nascente che in quegli anni stava trovando la sua identità sonora insieme a Izi e Vaz Tè, più elementi naturali, quasi ambientali, che tengono vivo il filo della metafora. E sopra ci metti il flow di Tedua, volutamente sghembo, che spezza la ritmica invece di assecondarlo — una scelta che o capisci subito o ti spiazza, ma che qui ha perfettamente senso.
Coraggiosissima poi la scelta di uscire senza un solo featuring: nessuno ospite, nessun appiglio commerciale. Solo Tedua a raccontare il suo mondo, dall'inizio alla fine.

I brani cult sono arrivati di conseguenza: La Legge del Più Forte che sintetizza l'essenza del disco meglio di qualsiasi descrizione, Vertigini che è il momento più pop senza tradire nulla, Burnout e Fashion Week che mettono in mostra le peculiarità ritmiche di Tedua nella loro forma più immediata. Ma anche i brani meno esposti sanno dire la loro — Cucciolo d'Uomo, Natura, Dune sono costruite con una cura sonora che non ti aspetti da un disco trap del 2018. Uno dei lavori più riusciti di quella prima scena, e non per caso.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: La legge del più forte

Hits: La legge del più forte, Vertigini, Rital, Fashion Week

93
Tier 2° · Rank 100°
Cover di Controcultura
287°

Controcultura (2010)

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap Political Rap Hip House

Controcultura è probabilmente il disco di Fibra più ricordato per le sue hit e meno per quello che c'è intorno. Un peccato, perché intorno c'è parecchio.
Arriva nel 2010, sesto album ufficiale, dopo Chi Vuole Essere Fabri Fibra? — un progetto può aver deluso qualcuno. Il rilancio funziona benissimo sul piano commerciale: Tranne Te è forse la prima vera hit pop-rap italiana nel senso contemporaneo del termine, con una produzione elettropop costruita per durare; Vip in Trip è una critica alla politica italiana nel suo stile più affilato; E poi c'è Le Donne — brano che fa un po' strano dopo dischi in cui le donne venivano dipinte nel modo peggiore possibile, e qui invece Fibra ribalta la prospettiva. Che sia una presa di coscienza o una mossa calcolata, resta un momento che si nota.

Ma ridurre Controcultura alle sue hit sarebbe un errore. Dentro ci sono brani dove Fibra torna a un tecnicismo lirico che aveva messo da parte, su produzioni meno aggressive e dal sound più elettronico: +-, la title track, e In Alto — una riflessione sul proprio successo, lucida e senza autocompiacimento. È il disco più politicizzato che abbia fatto: corruzione, scandali, massoneria, Nuovo Ordine Mondiale, un ritratto dell'Italia berlusconiana raccontato con il cinismo che gli è proprio.

Anche i featuring sono pochi e scelti bene. Marracash in Qualcuno Normale e Dargen D'Amico in Insensibile — il brano più leggero e giocoso del disco, che riprende il mood di Bugiardo senza scimmiottarlo. Niente riempitivi.

Fibra stesso ha ammesso che questo disco non lo ha impegnato quanto Tradimento o Bugiardo sul piano della scrittura. Eppure è quello che ha venduto di più. C'è qualcosa di paradossale in questo — e forse è proprio quello il punto: Controcultura è il disco in cui Fibra impara a fare tutto e due le cose, le hit e la sostanza, senza che una cancelli l'altra.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Vip in Trip

Hits: Vip In Trip, Tranne Te

88
Tier 3° · Rank 142°
Cover di SE DIO VUOLE
288°

SE DIO VUOLE (2025)

Sayf

Hip-Hop/Rap

Sayf è forse uno degli artisti/rapper emergenti meno scontati del momento, e questo EP — seppur breve — lo conferma. Tra racconti di vita personale e brani più leggeri, SE DIO VUOLE si presenta come un progetto rap lontano dal cliché del trapper contemporaneo, pur senza rinunciare a quella dose di spavalderia ed ego-trip che da sempre caratterizza il genere.

Nel suono si percepisce l’influenza della scena ligure — Sayf è di Rapallo — ma si tratta più di riferimenti che di vere e proprie imitazioni: l’originalità resta intatta. Il fatto, inoltre, che sia un trombettista aggiunge un ulteriore livello di spessore musicale al progetto. È un artista interessante da seguire nei prossimi sviluppi.

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giocoso

Miglior traccia: MARINÈ (feat. Kuremino & Sethu)

Hits: MARINÈ (feat. Kuremino & Sethu), FORTUNA (feat. 22simba)

72
Tier 5° · Rank 239°
Cover di Parasomnia
289°

Parasomnia (2025)

Dream Theather

Metal Progressive Metal

Parasomnia è il sedicesimo disco dei Dream Theater, una delle band più importanti del progressive metal, veri e propri giganti del genere.

Il progetto si presenta come una sorta di concept album legato alle esperienze paranormali nel sonno. Le atmosfere sono spesso ansiogene, a tratti oscure, quasi da film horror, ma la voce inconfondibile di LaBrie riesce comunque a emergere e a funzionare bene anche su queste sonorità.

Il disco dà ovviamente il meglio nei momenti di piena esplosione progressive, in tracce come Night Terror. Da una band con questa carriera alle spalle è difficile aspettarsi grandi innovazioni, ma i Dream Theater continuano a fare molto bene quello che sanno fare, e anche qui dimostrano di saper costruire alcune delle melodie più efficaci del genere.

Interessante anche qualche accenno nella produzione a sonorità più vicine al black metal: in certi passaggi sembra quasi di intravedere richiami a linee melodiche alla Freezing Moon dei Mayhem.

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angosciante

Miglior traccia: Night Terror

Hits: Night Terror

84
Tier 4° · Rank 175°
Cover di Gioventù Bruciata
290°

Gioventù Bruciata (2019)

Mahmood

R&B Urban Contemporary R&B Pop

Già da quest'album di debutto era chiaro che Mahmood era qualcosa di nuovo nel panorama musicale italiano, mainstream incluso. Gioventù Bruciata è forse uno dei primi dischi di questa portata a venire da un ragazzo italiano di origini arabe, e quei riferimenti culturali danno al progetto una caratteristica unica — nelle sonorità e nei testi. C'è un'intera traiettoria identitaria racchiusa in un verso come ma ora dimentichi i miei modi di fare da bambino / quando la notte confondevi sempre il Naviglio con il Nilo: Milano e il Medio Oriente che coesistono, si sfiorano, a volte si scontrano. Non è un elemento decorativo — è il centro di gravità del disco.

Le produzioni di Dardust e Charlie Charles costruiscono un sound rarefatto, sospeso tra R&B contemporaneo e urban: ritmi sincopati, texture elettroniche che non schiacciano mai la voce ma le lasciano spazio. E quella voce — riconoscibile da subito, capace di portare malinconia e calore nello stesso momento — è forse la caratteristica più immediata di Mahmood, quella che ti cattura prima ancora di entrare nei testi.

Il disco ha tracce importanti. Gioventù Bruciata, con cui aveva vinto Sanremo Giovani, è probabilmente uno dei suoi migliori brani di sempre: sviscera il rapporto con il padre con una precisione chirurgica, senza pietismo e senza esagerazione narrativa — difficile da fare su un tema così scivoloso. Il tema torna in Soldi, che gli ha valso la vittoria a Sanremo 2019 ed è di gran lunga il brano più esposto del disco, forse però il meno interessante sonoricamente, più vicino al pop di consumo che al resto del progetto. Ma è nelle tracce che non hanno sfondato le radio che si sente davvero cosa sa fare Mahmood. Asia Occidente costruisce una distanza emotiva con un'immagine sola — come se io fossi l'Asia e tu l'Occidente — che vale più di mille spiegazioni. Mai Figlio Unico ha una produzione che entra ed esce, bassi che appaiono e spariscono, suoni elettronici e ritmi sincopati su cui la voce si appoggia in modo quasi naturale: è il brano che forse più di tutti mostra dove Mahmood può arrivare quando non deve pensare alle classifiche.

Un esordio fortissimo, e in retrospettiva uno di quei dischi che annunciano un percorso lungo.

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malinconico riflessivo sensuale

Miglior traccia: Gioventù bruciata

Hits: Gioventù bruciata, Il Nilo nel Naviglio, Mai figlio unico

90
Tier 2° · Rank 126°
Cover di La Bella Musica
291°

La Bella Musica (2019)

Vegas Jones

Hip-Hop/Rap Trap

Se si dovesse stilare una lista dei dischi più sottovalutati del rap mainstream italiano, La Bella Musica non potrebbe mancare. A giocargli contro è stato il momento di uscita: novembre 2019, uno dei mesi più affollati della storia recente del genere, con l'esplosione di 23 6451 di tha Supreme e il ritorno monumentale di Marracash con Persona. In quel contesto, passarci sopra era fin troppo facile. Un peccato, perché non è un disco da meno.

In un momento dominato da progetti zeppi di featuring, Vegas Jones esce con qualcosa di compatto e coraggioso: un solo ospite in quattordici tracce, Fabri Fibra, e il peso del disco tutto sulle spalle. Le produzioni — affidate principalmente alla coppia Boston George e Joe Vain — pescano dall'immaginario trap con 808 presenti ma eleganti, spesso arricchiti da linee melodiche sottili — ad esempio il flauto sintetico in Presidenziale che alleggerisce senza togliere spessore. Il disco sa anche svuotarsi quando serve: l'intro al pianoforte della title track è uno dei momenti più disarmanti dell'intero progetto. Poi ci sono Supercar e Puertosol, che invece aprono le finestre e ti portano su una spiaggia californiana — ma è un sole filtrato, non l'euforia spensierata di certe sue uscite precedenti.

Anche la scrittura è cresciuta. Solido è una di quelle tracce che sa essere motivante senza risultare retorica — ti spinge a non farti abbattere con una naturalezza che in certi rapper suona forzata. La Bella Musica, la title track, è il cuore introspettivo del disco: nostalgia e malinconia che però non affondano — poi nell'ombra ho trovato un filo di luce, seguila / ora che hai una chance, usala. Chi alla fine ce l'ha fatta, lo sa riconoscere in quelle parole. Presidenziale con Fabri Fibra è invece la traccia più pomposa, nel senso migliore: due strofe metricamente eccellenti, un parallelismo tra la vita da artista e quella da presidente che funziona perché non si prende troppo sul serio.

È il miglior disco di Vegas Jones, e probabilmente uno dei più riusciti del rap italiano di quel periodo. Che sia rimasto nell'ombra dice più sul momento che su di lui.

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trionfante rilassato riflessivo

Miglior traccia: Solido

Hits: Solido, La Bella Musica, Presidenziale

90
Tier 2° · Rank 124°
Cover di Aletheia
292°

Aletheia (2019) ✰

Izi

Hip-Hop/Rap Conscious Rap Trap

Senza troppi giri di parole, Aletheia è uno dei dischi rap italiani migliori degli anni Dieci. Izi arrivava da una lunga assenza dopo Pizzicato: nel periodo tra i due dischi aveva attraversato una crisi personale e depressiva profonda — crisi epilettiche, isolamento, la necessità di imparare a farsi attraversare dal dolore invece di fingere che non esistesse. Quel processo di rielaborazione si sente in ogni traccia.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti: aletheia in greco antico significa "verità". È la verità che Izi stava cercando, ma non ha la pretesa di comunicarcela — forse perché non l'ha trovata del tutto. E questa tensione irrisolta è uno degli elementi più interessanti del disco. C'è persino un concept nascosto: undici tracce si chiudono ciascuna con una parola, e ricomposte nell'ordine giusto formano la frase "Ma possiamo comprendere quando un bambino ha paura del buio?". Non è un gioco fine a se stesso — è il modo in cui il disco ti chiede di essere ascoltato: con attenzione, più volte, cercando qualcosa.

Musicalmente, le produzioni richiamano la trap di quegli anni ma si sente che c'è cura a costruire un'atmosfera specifica, mistica e densa. Il merito è soprattutto di Davide Ice, produttore centrale del disco, affiancato da nomi come Tha Supreme, Charlie Charles, Mace e High Klassified, che tessono il suono giusto per accompagnare il flow scorrevole e dirompente di Izi. Molte tracce scorrono come un flusso di parole, concetti, pensieri a volte autobiografici — andavo in giro in bicicletta / sì da bambino mi piaceva l'aria fresca / perché respiravo e la sentivo in testa / come se avessi una finestra / e invece vivo in una cella — e a volte no, fino a momenti più confessionali come le tracce di chiusura Grande e Zorba. Fumo da solo è liricamente tra le più dense del disco; Uh, che peccato! dimostra che anche quando allenta il registro, l'approccio metrico e tecnico regge. E poi c'è la cover di Dolcenera di De André — un artista che secondo Izi è la voce di Dio — che un rapper genovese non poteva non omaggiare, e che riesce nell'impresa senza sembrare un sacrilegio.

È un disco a cui si torna, e ogni volta c'è qualcosa che non si era colto prima: un'immagine, una parola nascosta, un'inflessione del flow che cambia il senso di una strofa. Nel rap italiano degli anni Dieci, pochi dischi chiedono questo tipo di ascolto. Aletheia è uno di quelli.

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malinconico angosciante spirituale

Miglior traccia: Fumo da solo

Hits: Fumo da solo, Grande, Dolcenera, San Giorgio

98
Tier 1° · Rank 67°
Cover di OBE
293°

OBE (2021) ✰

Mace

Hip-Hop/Rap Indie Pop Electronic Urban

Mace ha un dono raro: sa portare gli artisti in territori che non sono i loro senza farli sembrare pesci fuor d'acqua. Il risultato è un producer album intenso, che avvolge nel suono e riesce a fare più cose insieme — energico e spirituale, pop e sperimentale, immediato e profondo — senza che nulla stoni, senza che nessuna voce sembri fuori posto. È un disco vario che non si disperde mai, tenuto insieme da una visione che Mace non perde di vista neanche per un secondo.

I momenti forti sono tanti e arrivano da direzioni diverse. LA CANZONE NOSTRA costruisce tensione con un beat che si svuota fino al silenzio, poi lascia esplodere un Blanco allora praticamente esordiente in un ritornello dal sapore universale. NON VIVO PIU’ SULLA TERRA porta Rkomi in un territorio introspettivo e ispirato come raramente — "sei ricco quando te ne accorgi / la verità è che stare immobili serve con le api d'accordo" — mentre la produzione sul finale deflagra in qualcosa di alieno. Poi c'è AYAHUASCA, il cuore pulsante del disco: ti trascina in un deserto messicano, dentro qualcosa che assomiglia a un rito sciamanico, con la voce di Colapesce che ti culla in modo ipnotico fino a farti smettere di ascoltare e cominciare semplicemente a sentirti portare altrove.

Ma il segno di un grande disco è anche quello che fa con i brani apparentemente minori. Per citarne alcuni, RAGAZZI DELLA NEBBIA mette insieme Irama e FSK Satellite — un'accoppiata che sulla carta non dovrebbe funzionare, e invece funziona benissimo. ACQUA con Madame e Rkomi scorre esattamente come suggerisce il titolo, con due flow che seguono la base di Mace come un fiume che trova sempre la strada.

OBE è un capolavoro. Punto.

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sognante misterioso sensuale

Miglior traccia: AYAHUASCA

Hits: AYAHUSCA, LA CANZONE NOSTRA, NON VIVO PIU’ SULLA TERRA

100
Tier 1° · Rank 20°
Cover di L’AMORE
294°

L’AMORE (2023) ✰

Madame

Pop Cantautorato

Ci sono dischi fatti per il mercato e dischi che nascono da un'idea, da un concetto, da qualcosa che vuole essere detto. L'Amore è assolutamente uno di questi. A un primo ascolto potrebbe sembrare un disco erotico, ma liquidarlo come volgare sarebbe riduttivo. Madame fa qui un'operazione ben precisa: dare voce a pensieri che ci hanno sfiorato almeno una volta, dare forma a storie considerate malate o socialmente inaccettabili. Tutto ruota attorno all'amore — palesemente dichiarato dalla copertina minimal rosso fuoco — e alle sue sfaccettature, come chiarisce fin dalle tracce di apertura.

In "Il Bene nel Male" canta dell'amore che può provare anche una prostituta, figura solitamente ridotta a merce e privata di umanità. In "Quanto Forte Ti Pensavo", traccia da pelle d'oca, esplora le sfumature più oscure del sentimento, quando una donna si innamora delle violenze subite — e agli uomini che ho amato ho confessato il mio segreto, e non ho detto mai chi fosse stato, ma che ancora lo volevo. Ma il disco non parla solo di amore fisico: c'è quello quasi progressivo e visionario di "Milagro", dedicata all'amica Matilde — sei il crepuscolo di agosto sul lago dopo il temporale — o quello di un marinaio per il mare, nonostante la sua forza e la sua violenza.

L'Amore è un disco dal respiro universale, espresso con una bellezza che sa essere affascinante e a tratti disturbante. Sa essere spietatamente diretto, quasi a rivendicare il diritto di usare lo stesso linguaggio concesso ai colleghi rapper maschi — chissà quanto ho scopato nella scorsa vacanza — e al tempo stesso straordinariamente poetico — mi farei vecchia solo per donarti il passato che ho. Due anime che coesistono in equilibrio perfetto, sostenute da un tappeto musicale eterogeneo, a tratti erotico e travolgente, a tratti calmo e dolce.

Con questo disco Madame dimostra definitivamente di essere una delle artiste più forti del momento.

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sensuale riflessivo giocoso

Miglior traccia: Come voglio l’amore

Hits: Per Il Tuo Bene, Come Voglio L’Amore, Quanto forte ti pensavo, Il bene nel male

100
Tier 1° · Rank 5°
Cover di Re Mida
295°

Re Mida (2019)

Lazza

Hip-Hop/Rap Trap

Re Mida è il disco in cui Lazza dimostra di essere un fuoriclasse nel rap game, prima di traghettare verso sonorità più pop e mainstream. Un dettaglio che dice già tutto su chi sia Jacopo Lazzarini: ha studiato pianoforte al conservatorio, e si sente — non come orpello, ma nella cura con cui le produzioni di Low Kidd costruiscono ogni pezzo, più variegate e riuscite rispetto a Zzala.

Il disco è ricco di hit che sanno distinguersi per flow, ritornelli melodici e soprattutto punchline taglienti — il tipo di rime che rimangono in testa non per la melodia ma per la precisione chirurgica con cui sono costruite: per 'sti qua sono Dio / ma per me sono io / perché fra la D è muta / come Django. L'entrata di Guè in Gucci Ski Mask è diventata iconica nel giro di pochi ascolti, mentre Netflix e Porto Cervo sono le hit più catchy, costruite per essere ascoltate in loop. Il disco sa però anche abbassare la guardia: Catrame con Tedua e Morto Mai sono i momenti emotivamente più intensi, quelli in cui Lazza smette di esibire il flow e lascia che siano i contenuti a parlare.

Ma anche le tracce che hanno sfondato meno il mainstream sanno il fatto loro. Cazal con Izi mette insieme due flow e rime studiate su un beat trap potente, senza che nessuno dei due sembri fuori posto. 24H è forse la traccia più riuscita concettualmente: parla della fretta, del tempo che non basta mai, nelle relazioni. e nel lavoro, e lo fa con un flow che accelera insieme al testo — uno di quei casi in cui la forma e il contenuto si tengono davvero.

Re Mida è un disco rap riuscito, il punto più alto di Lazza prima che la rincorsa al grande pubblico prendesse il sopravvento. Per chi ama le punchline e le rime taglienti, è quasi un documento.

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aggressivo euforico malinconico

Miglior traccia: Morto Mai

Hits: Morto Mai, Gucci Ski Mask, Cazal (feat. Izi), 24H

91
Tier 2° · Rank 122°
Cover di Mediterraneo
296°

Mediterraneo (2025)

Bresh

Pop Pop Rap Cantautorato

Col terzo disco ufficiale, Bresh porta a casa un lavoro che ha un'identità precisa fin dal titolo: Mediterraneo è un collegamento diretto a Genova, al mare, alle radici liguri dell'artista. E si sente — le produzioni riprendono la scia del cantautorato della sua terra, con suoni liquidi, ariosi, costruiti su arrangiamenti che evocano davvero il Mediterraneo. Ascoltando Capo Horn, ad esempio, ci si ritrova quasi a cavalcare le onde su una barca a vela: l'atmosfera è centrata e convincente.

Il problema è che il disco regge soprattutto sulle hit già consolidate nel suo repertorio — Guasto d'amore e Altamente Mia rubano la scena e fanno sembrare il resto del progetto un contorno. Le tracce nuove, con qualche eccezione, non aggiungono molto.

L'eccezione più netta è La Tana del Granchio, il brano portato al 75° Festival di Sanremo: il più intenso ed emotivo del disco, capace di colpire nonostante una scrittura volutamente sfumata, dai contorni indefiniti — la tana sono i nostri affetti? La nostra intimità? Non si capisce del tutto, e forse è proprio questo a renderlo interessante.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: La Tana del Granchio

Hits: La Tana del Granchio, Guasto d’Amore, Altamente Mia

54
Tier 7° · Rank 317°
Cover di Black on Both Sides
297°

Black on Both Sides (1999)

Mos Def

Hip-Hop/Rap

Black on Both Sides è uno dei dischi più riusciti dell'hip-hop americano, e il fatto che sia uscito nel 1999 lo rende ancora più significativo. Era il momento in cui il rap commerciale dominava, tra No Limit e Cash Money, e Mos Def andò deliberatamente dall'altra parte — verso qualcosa di più essenziale, più radicato, più New York.

Il disco trasuda East Coast da ogni solco. Le produzioni sono curate con una precisione che nell'hip-hop di quegli anni non era affatto scontata: il sample di Aretha Franklin in Ms. Fat Booty — quella voce che entra e ti fa muovere la testa prima ancora che Mos apra bocca — è un esempio perfetto di come si costruisce un beat partendo da materiale nobile senza seppellirlo. Brooklyn va ancora oltre: tre movimenti, tre beat diversi, ciascuno con la sua atmosfera, tenuti insieme dal filo del flow. DJ Premier firma Mathematics con il suo boom bap riconoscibile tra mille. È un disco fatto da qualcuno che conosce la storia del genere e la rispetta senza restarne prigioniero.

Mos Def su questo disco non è solo il rapper: suona basso, batteria, tastiere, e in Umi Says abbandona del tutto il microfono per cantare. È questo controllo totale sul materiale che si sente — ogni scelta sembra consapevole, niente è lasciato al caso.

Il flow è disinvolto, pulito, diretto. Non cerca mai di impressionare per forza, e forse è proprio questo che lo rende così godibile ancora oggi. Un disco per chi ama l'hip-hop east coast nella sua forma più pura — e una delle prove migliori di cosa il genere sappia fare quando è nelle mani giuste.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Brooklyn

Hits: Brooklyn, Ms. Fat Booty , Fear Not of Man

98
Tier 1° · Rank 58°
Cover di Thriller
298°

Thriller (1982) ✰

Michael Jackson

Pop R&B

Basterebbe dire che Beat It, Billie Jean e Thriller sono tutte e tre sullo stesso disco per capire di cosa si sta parlando. Ma Thriller — sesto album in studio di Michael Jackson, uscito nel 1982 — è molto più della somma delle sue hit.

Jackson arrivava da Off the Wall, già un disco eccellente, prodotto sempre con Quincy Jones. Con Thriller decise che non bastava fare un buon disco: voleva un album senza un brano debole, dove ogni traccia potesse essere un singolo. Un'ambizione quasi ridicola sulla carta, eppure riuscita.

Wanna Be Startin' Somethin', che apre il disco, ti mette in moto dal primo secondo con un ritmo funkeggiante che anticipa di qualche anno tutta quella musica tesa e sincopata che avrebbe riempito i polizieschi americani degli Ottanta. Billie Jean costruisce la sua tensione su un giro di basso ipnotico che non ti lascia. Beat It porta Eddie Van Halen a suonare un assolo di chitarra rock in un disco pop, e funziona. Sono scelte che avrebbero potuto sembrare forzate e invece suonano inevitabili — questo è il merito di Quincy Jones, capace di tenere insieme mondi sonori diversissimi con una produzione lucidissima.

L'impatto culturale del disco va però oltre la musica. Prima di Thriller, gli artisti neri faticavano ad ottenere spazio su MTV — Billie Jean fu il primo video di un artista Black ad avere heavy rotation sul canale, aprendo una porta che non si sarebbe più richiusa. Il video di Thriller, quattordici minuti diretti da John Landis con Jackson che balla con un'orda di zombie, trasformò il videoclip in qualcosa di più vicino al cinema che alla promozione discografica.

Con questo disco Michael Jackson non si è semplicemente consacrato: è diventato un fenomeno culturale globale di proporzioni irripetibili. L'album più venduto di tutti i tempi — oltre sessanta milioni di copie fisiche — ma soprattutto un disco che ha riscritto le regole di come la musica pop poteva suonare, essere vissuta e distribuita. Difficile immaginare qualcosa che si avvicini.

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euforico misterioso

Miglior traccia: Billie Jean

Hits: Thriller, Billie Jean, Beat It, Wanna Be Startin’ Somethin’

100
Tier 1° · Rank 11°
Cover di NON GUARDARE GIU’
299°

NON GUARDARE GIU’ (2025)

Tredici Pietro

Hip-Hop/Rap

NON GUARDARE GIU’ è il secondo disco ufficiale del rapper Tredici Pietro. Rispetto alle uscite rap dell'ultimo periodo, è sicuramente un album che va in una direzione diversa: meno ricerca forzata del banger o del pezzo da club, a favore di una maggiore originalità nelle produzioni, che mescolano hip-hop a sonorità urban pop.

Il disco è però un po' un'altalena: ci sono brani molto originali per struttura, come Morire o LikethisLikeThat, alternati a pezzi che suonano più anonimi. Rimane comunque un artista interessante e promettente da seguire.

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giocoso riflessivo

Miglior traccia: morire

Hits: morire

70
Tier 5° · Rank 251°
Cover di good Kid, M.a.a.d. City
300°

good Kid, M.a.a.d. City (2012) ✰

Kendrick Lamar

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Il primo capolavoro di Kendrick Lamar. Uscito nell’ottobre del 2012 come major label debut — con Dr. Dre e Top Dawg in veste di executive producer — l’album porta il sottotitolo “A Short Film by Kendrick Lamar”: un dettaglio non casuale, che dice tutto sull’approccio cinematografico e narrativo con cui è costruito. Kendrick ci racconta cosa significa essere un “good kid” in una Compton pazza, dove le insidie si nascondono dietro ogni angolo, e lo fa con un lirismo straordinario su produzioni hip-hop che sanno richiamare la tradizione della West Coast senza mai sembrare datate.

La struttura è quella di un concept album vero e proprio: una serie di tracce interconnesse, arricchite da skits e dialoghi, che seguono Kendrick lungo una notte travagliata nella sua città natale. Tra i momenti più iconici, Money Trees spicca per il suo ritornello ipnotico e sospeso nel tempo; Swimming Pools (Drank) affronta il tema dell’alcolismo con una profondità emotiva sorprendente, mascherata da un beat accessibile e radiofonico; le due tracce good kid e m.A.A.d city formano un dittico capace di condensare l’essenza dell’intero disco. E poi c’è Sing About Me, I’m Dying of Thirst: oltre sette minuti di riflessione sulla morte, raccontata attraverso voci e prospettive diverse, un brano che da solo basterebbe a consacrare Kendrick tra i più grandi liricisti del nuovo secolo.

Alla sua uscita, l’album venne eletto miglior disco del 2012 da testate come Pitchfork, BBC, Complex e New York Magazine — e non è difficile capire perché. A distanza di oltre dieci anni, good kid, m.A.A.d city suona ancora benissimo e, soprattutto, suona attuale.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: Swimming Pools

Hits: Swimming Pools, Money Trees, Sing About Me

100
Tier 1° · Rank 26°
Cover di Wish You Were Here
301°

Wish You Were Here (1975) ✰

Pink Floyd

Rock Progressive Rock

Wish You Were Here riprende le coordinate di The Dark Side of the Moon ma le porta altrove, verso qualcosa di più difficile da avvicinare. Là dove il disco precedente ti agganciava subito — gli orologi, i suoni ambientali, quella costruzione quasi cinematografica — qui il ritmo è più lento, più rarefatto, e ci vuole tempo per entrarci davvero.

La struttura stessa del disco lo dice chiaramente: Shine On You Crazy Diamond è divisa in due parti che aprono e chiudono l'album, incorniciando le tre tracce centrali come un abbraccio. È una suite di oltre venticinque minuti complessivi, costruita su lunghi sviluppi strumentali, melodie che si dilatano nel silenzio, e un assolo di chitarra sul finale che non esplode mai davvero — si limita ad accennare, e fa più effetto così. Tutta la critica all'industria musicale — condensata in Welcome to the Machine e Have a Cigar — è incastonata dentro questa architettura, quasi a voler dire che il tema della mercificazione è il corpo del disco, ma il cuore batte altrove.

E il cuore è la title track. In un album volutamente ostico, Wish You Were Here è l'unico momento di resa immediata: una chitarra acustica, pochi accordi, e una malinconia che arriva dritta. È la traccia più semplice del disco e forse proprio per questo la più devastante. È una lettera aperta a Syd Barrett, il fondatore della band, il cui crollo psicologico aveva segnato i Floyd anni prima — e il titolo, già da solo, dice quasi tutto. Quello che il titolo non dice lo racconta una storia entrata nella leggenda: durante le sessioni di registrazione, Barrett si presentò in studio irriconoscibile, fisicamente trasformato. Waters scoppiò a piangere quando capì chi aveva davanti. Pochi minuti dopo, Syd se ne andò.

Wish You Were Here è un altro capolavoro, forse il più intimo che i Pink Floyd abbiano mai fatto.

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malinconico riflessivo angosciante

Miglior traccia: Wish You Were Here

Hits: Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here

100
Tier 1° · Rank 44°
Cover di Journey in Satchidananda
302°

Journey in Satchidananda (1971) ✰

Alice Coltrane

Jazz

Journey in Satchidananda di Alice Coltrane, pubblicato nel 1971, è uno degli album più visionari della storia del jazz. Lontano da qualsiasi struttura tradizionale, fonde spiritual jazz, influenze indiane e sonorità meditative in un'esperienza che cresce progressivamente, elemento per elemento, fino a diventare qualcosa di difficile da descrivere a parole.

Non esplode mai — si costruisce, strato dopo strato, con una pazienza e una precisione che hanno qualcosa di rituale. L'arpa di Alice e il sax di Pharoah Sanders non si contendono mai la scena: si rafforzano a vicenda, si cercano, si trovano — il sax guida, l'arpa culla, e il flusso sonoro che ne emerge sembra sospeso fuori dal tempo.

Un disco che non si ascolta soltanto, si vive. Uno dei vertici assoluti del jazz.

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spirituale ipnotico sognante

Miglior traccia: Shiva-Loka

Hits: Shiva-Lola, Journey in Satchidananda

100
Tier 1° · Rank 35°
Cover di Innervisions
303°

Innervisions (1973) ✰

Stevie Wonder

Soul Funk

Innervisions è un capolavoro assoluto. Sintesi perfetta di soul, funk e jazz attraversata da melodie e ritornelli pop di una immediatezza disarmante — sofisticato e accessibile allo stesso tempo, profondo ma mai respingente.

Stevie Wonder, nel pieno della sua libertà creativa, costruisce un suono dominato da tastiere e sintetizzatori ma sempre radicato nel groove e nella tradizione black, con produzioni stratificate che scorrono con una fluidità sorprendente.

Higher Ground lo dimostra già nei primi due secondi: un groove che mette in moto istantaneamente, eppure il testo è tutto fuorché ballabile — Powers keep on lyin' / while your people keep on dyin'. Living for the City fa qualcosa di ancora più raro: trasforma una canzone in un racconto cinematografico, trascinando letteralmente tra le strade dell'America dei primi anni '70, mettendo in musica disuguaglianze sociali e razzismo con una forza narrativa ed emotiva impressionante. Il resto del disco si muove su territori più introspettivi e spirituali, dove riflessione personale e commento sociale si fondono senza soluzione di continuità.

Uno dei vertici della musica afroamericana — un disco che ancora oggi suona incredibilmente vivo.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: Living For The City

Hits: Living For The City, Higher Ground

98
Tier 1° · Rank 59°
Cover di Radical Pop
304°

Radical Pop (2025)

Bais

Pop Indie Pop

Bais è un mix di Battiato — per la tendenza a mescolare pop e sperimentazione con una certa eleganza — e indie pop contemporaneo. Con Radical Pop sembra aver spinto ulteriormente in quella direzione rispetto al precedente Disco Due: se quel disco suonava pop in modo più tradizionale, questo, nonostante il nome, si allontana dal pop puro e gioca con l'elettronica e l'alt rock in modo più marcato.

Nel complesso è un disco che si ascolta con piacere, con diverse tracce riuscite sul piano melodico — come Freddo Cane o E poi — ma anche altre che si dimenticano in fretta, troppo vicine a quell'indie italiano anonimo e già sentito che abbonda oggi.

Con Radical Pop Bais conferma di avere del potenziale, ma deve ancora trovare la dimensione giusta per esprimerlo fino in fondo.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Freddo Cane

Hits: E poi, Freddo Cane

60
Tier 6° · Rank 297°
Cover di NOI, LORO, GLI ALTRI
305°

NOI, LORO, GLI ALTRI (2021) ✰

Marracash

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Marracash rilascia NOI, LORO, GLI ALTRI a sorpresa, a due anni di distanza dal ritorno trionfale di Persona. Superarsi non era affatto facile — Persona, tolti magari un paio di brani più mainstream e qualche traccia evitabile, resta un ottimo album. E invece Marra ci riesce, tirando fuori probabilmente il suo progetto migliore.

Il concept riprende il filo di Persona ma lo espande verso qualcosa di più grande: non più solo l'identità dell'individuo, ma quella collettiva. La società frammentata in fazioni, ognuna con la propria verità, ognuna convinta di essere dalla parte giusta. Questo framework — noi, loro, gli altri — non rimane un'etichetta astratta: si ritrova nei testi, nelle storie, nel modo in cui Marra si muove tra l'autobiografico e il sociale senza che i due piani si pestino mai i piedi.

Perché Marra si racconta ancora più a fondo di prima, mettendo in rima le sue fragilità, la depressione, il bipolarismo. DUBBI è la traccia più intensa del disco, quella che umanizza l'artista in modo quasi spiazzante: nonostante il successo, i soldi, la fama e il riconoscimento, si mostra afflitto dagli stessi dolori che possono colpire chiunque. È un momento di onestà rara, nel rap italiano e non solo. Accanto a questo c'è NOI, che funziona in modo completamente diverso: uno storytelling preciso e controllato, un frammento di vita e di amicizia che ricorda per approccio Il Nostro Tempo di Status, ma con una maturità di scrittura ulteriore.

Il resto del disco regge su produzioni impeccabili, sample mai banali — fatta eccezione forse per ∞ LOVE, che però in quanto traccia più commerciale ha la sua ragione di esistere — e featuring scelti con una cura che si sente. Nessuna traccia è davvero skip. In un album di questa lunghezza, non è poco.

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riflessivo

Miglior traccia: DUBBI

Hits: DUBBI,

98
Tier 1° · Rank 50°
Cover di Persona
306°

Persona (2019) ✰

Marracash

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Persona esce nel 2019 dopo quattro anni di assenza dall'ultimo album solista, Status, e il motivo di questa lunga sparizione lo spiega il disco stesso. Marracash aveva attraversato un periodo di crisi personale e depressiva profonda — una relazione tossica, il distacco dai social, l'isolamento — e Persona è il risultato di quel processo di rielaborazione. Il titolo non è casuale: richiama l'omonimo film di Ingmar Bergman e il tema del doppio, della distanza tra chi si è e chi si mostra al mondo. Qui Marra decide di abbattere quella distanza, lasciando un pezzo di sé in ogni traccia — letteralmente, dato che ogni brano porta il nome di una parte del corpo a cui è dedicato.

Il brano che spiega il concept meglio di tutti è Crudelia – I nervi: la descrizione di una relazione tossica e manipolatrice, uno dei motivi principali dell'allontanamento dalla scena, raccontata senza filtri e senza retorica. È uno dei momenti più crudi del disco, e proprio per questo uno dei più riusciti. Intorno a lui, Marra dimostra di essere uno dei migliori liricisti del rap italiano — se non il migliore. Ogni parola è scelta con cura, le citazioni sono onnivore e mai a caso, le figure retoriche costruite con una precisione chirurgica: perché il successo / fra è come se metti / una lente di ingrandimento su un insetto. Le produzioni di Marz, quasi tutte da lode, tessono il suono giusto per ogni "brandello" del concept — varie, calibrate, mai interscambiabili.

Se c'è una criticità, sono i featuring: nove sono tanti, e non tutti convincono allo stesso modo. Mahmood, Tha Supreme e Sfera Ebbasta hanno senso nel concept, ma è difficile non pensare che abbiano senso anche perché nel 2019 erano i nomi più caldi della scena — e si sente. Da buttare e Greta Thunberg sono i momenti più sottotono del disco, tracce che potevano tranquillamente restare fuori senza intaccare la solidità del concept.

Le gemme, però, valgono tutto il resto. G.O.A.T. è una delle canzoni più sincere e sentite dell'intero disco — una riflessione sull'ansia, sull'autostima, sulla voglia di rialzarsi che non suona mai come un proclama ma come qualcosa di vissuto davvero. Tutto Questo Niente è invece una meditazione matura e disincantata sul successo e sul materialismo, con un sax che accompagna Marra in uno dei suoi momenti più profondi.

Persona entra dritto nella classifica dei migliori album del rap italiano. Punto.

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riflessivo angosciante

Miglior traccia: TUTTO QUESTO NIENTE - Gli occhi

Hits: TUTTO QUESTO NIENTE - Gli occhi, BODY PARTS - I denti, CRUDELIA - I nervi, G.O.A.T. - il cuore

94
Tier 2° · Rank 89°
Cover di Squallor
307°

Squallor (2015)

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap

Con Squallor Fibra prova a capire quanto pesa il marketing sulle vendite — e in particolare sulle sue: pubblica il disco senza promozione, senza avviso, con un semplice tweet. Il titolo l'aveva nominato quasi di sfuggita in una delle barre del dissing con Vacca, concluso poco prima.

È forse uno dei suoi dischi meno ispirati, non perché manchi di contenuti, ma perché è sconnesso — suona più come una lunga playlist che come un progetto organico. E la forza che il marketing non gli dà, Fibra prova a cercarla nella presenza di quasi tutta la scena rap dei grandi dell'epoca: Salmo, Guè, Marracash, Gemitaiz, MadMan.

Come sempre nel suo catalogo, i momenti interessanti non mancano, ancora di più in un disco lunghissimo come questo. Il rap nel mio paese è una critica velata alla scena rap dell'epoca — diventata celebre soprattutto per il dissing a Fedez — che in un disco con così tanti ospiti stride quasi. Sento Le Sirene è introspezione e narrazione della Milano drogata e violenta, su una produzione tetra. In Trainspotting c’è una sorta di climax lirico nelle strofe, intervallate da stralci di interviste, con sempre al centro il tema della droga e della musica come sostanza parallela. Ma anche Alieno — su un campione di Niggas in Paris - e Come Vasco che sono delle vere hit rap, dove Fibra sfoggia un flow rinnovato e elegante.

Le produzioni, tra l'altro, valgono la pena: ci sono firme americane di primo piano — Hit-Boy, Dot Da Genius, Amadeus — che hanno lavorato con Kanye, Drake, Travis Scott.

Per approccio il disco richiama i suoi primi lavori, ma con un mood meno giocoso e più cupo e opprimente. Lo “squallore” lo si ritrova nelle strofe, nei temi, nel racconto di una società persa. Forse la debolezza sta proprio nei brani con gli ospiti: sono quelli più deboli lato produzioni e tolgono spazio a Fibra, che invece nello squallore ci ha sempre sguazzato bene.

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angosciante trionfante rilassato

Miglior traccia: Sento le sirene

Hits: Come Vasco, Alieno, Sento le sirene, Il rap nel mio paese

75
Tier 4° · Rank 219°
Cover di Lato & Fabri Fibra
308°

Lato & Fabri Fibra (2004)

Uomini di Mare

Hip-Hop/Rap

Cinque tracce, brevissimo, ma clamoroso. Lato & Fabri Fibra — EP del 2004 ultimo progetto degli Uomini di Mare, il progetto con DJ Lato — è uno di quei dischi che sintetizza perfettamente il Fibra di mezzo, quello che sta tra Turbe Giovanili e Mr. Simpatia. Anticipa per certi versi l'approccio del secondo — che viene anche citato esplicitamente nell'EP, nel caso non fosse chiaro a chi stiamo alludendo — ma con un tono più giocoso, una scrittura più diretta e immediata, senza le estremizzazioni che caratterizzeranno quel disco.

Diverse tracce meritano menzione, ma tra queste sicuramente La cosa più facile, che tredici anni dopo tornerà sotto forma di Fenomeno — una delle hit più note di Fibra, costruita proprio sul ritornello di questo brano. E poi c'è La Mia Vita, probabilmente il momento più alto dell'EP e uno dei brani più belli dell'intera carriera di Fibra, almeno per chi lo segue da vicino: una riflessione personale su fatti di vita e fallimenti affrontata con una sottile autoironia, che lo porta a rivalutare affetti e situazioni con una maturità che sorprende per un progetto così compatto.

Un EP che vale tutto il tempo che ci vuole per trovarlo.

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giocoso riflessivo

Miglior traccia: La Mia Vita

Hits: La Mia Vita

92
Tier 2° · Rank 104°
Cover di Mr Simpatia
309°

Mr Simpatia (2004) ✰

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop

Mr. Simpatia è l'album che ha completamente cambiato il destino dell'hip-hop in Italia. Fibra aveva già pubblicato Turbe Giovanili con l'idea di sfondare, ma il disco era rimasto confinato negli argini strettissimi della scena underground. A 28 anni, disilluso, non ci credeva più. Così si era trasferito a Brighton, dove lavorava in una fabbrica di penne Parker, e scriveva rime sui foglietti di carta che aveva sottomano durante i turni. Quelle penne sono servite a qualcosa.

Il disco va totalmente contro i canoni del rap dell'epoca, ma anche contro il suo stile precedente. Non ci sono virtuosismi, non c'è tecnica sopraffina o incastri raffinati. Ci sono rime spesso semplici, un linguaggio quotidiano riempito delle parole più atroci che potesse trovare, per demolire tutto ciò che viene tradizionalmente considerato sacro nella società e nella cultura italiana: la famiglia, le relazioni, il lavoro, la religione.

L'ego trip qui è capovolto. Se oggi siamo abituati al cliché del rapper figo, con mille ragazze, successo e soldi, qui troviamo l'esatto opposto: Fibra è lo sfigato, intrappolato in relazioni tossiche, con un lavoro che lo opprime, che odia la Chiesa e le sue prediche, che disprezza la propria famiglia. Tutte le canzoni ruotano attorno a questi temi attraverso uno storytelling continuo e portato all'estremo, dove si inscenano stupri, violenze, sesso e le peggiori situazioni che una mente malata possa partorire. Ma in mezzo a questo racconto disturbante si nascondono tantissimi elementi di critica sociale, con riferimenti a fatti di cronaca dell'epoca — e probabilmente un rapporto difficile e frustrante con l'altro sesso che viene mascherato da una misoginia volutamente esagerata.

Il disco è costellato di alcune delle canzoni più iconiche di Fibra. Rap in Vena con uno dei ritornelli più famosi del rap nostrano — io me ne sbatto il cazzo / di un lavoro in città / io spruzzo rap in vena. Non Crollo che racconta tutta la sua frustrazione riuscendo comunque a essere ottimista. Momenti No, il punto più profondo emotivamente, l'unica traccia dove a parlare sembra davvero Fibra e non la maschera di Mr. Simpatia che si è messo dall'inizio — io sto nell'acqua in / questa vasca in cui / ci butto acceso un phon. Ma anche le tracce meno note sanno dire qualcosa, come la title track stessa, costruita sulla ripetizione ossessiva di strofe in -zione e in -arci: un suono duro, acido, disturbante che comunica perfettamente il contenuto — Qualunque canzone italiana punta a rattristarci / qualunque regista in Italia punta ad annoiarci.

Fabri Fibra voleva attirare l'attenzione con questo album, diventare scomodo, mettere in rima il lato più oscuro dell'essere umano. Ci è riuscito perfettamente — e lo ha fatto nel momento in cui aveva meno da perdere, che è spesso il momento in cui si fa la roba migliore.

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aggressivo giocoso angosciante

Miglior traccia: Venerdì 17

Hits: Non Crollo, Momenti No, Venerdì 17, Rap in Vena

100
Tier 1° · Rank 6°
Cover di Caos
310°

Caos (2022)

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap

Caos è il decimo album in studio di Fabri Fibra, pubblicato cinque anni dopo Fenomeno. Con quelle aspettative sulle spalle il disco lascia un po' l'amaro in bocca. Il problema principale è strutturale: sembra un tentativo di rimettere in scena tutte le versioni di sé, finendo per creare un effetto playlist, con brani scollegati sia sul piano lirico che su quello musicale.

I momenti migliori ci sono e si sentono. Noia con Marracash è probabilmente il picco del disco: i due riflettono sulla noia dei ricchi e sul rovescio della medaglia della popolarità, su una base che campiona Blue in Green di Miles Davis con grande eleganza. Cocaine con Guè e Salmo funziona come pseudo-freestyle: ritornello memorabile, armonica bellissima.

Dall'altro lato, tracce come Stelle, Pronti Al Peggio e Fumo Erba faticano a lasciare il segno, sia per i testi che per le produzioni. Un disco che, nonostante i lampi di qualità, non entra nella top 5 della sua discografia.

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euforico malinconico

Miglior traccia: Noia

Hits: Noia, Cocaine

67
Tier 6° · Rank 274°
Cover di Fenomeno
311°

Fenomeno (2017) ✰

Fabri Fibra

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

C'è un momento, verso la fine di Fenomeno, in cui Fabri Fibra smette di fare il rapper e diventa semplicemente un uomo che regola i conti con la propria famiglia. Tutto il disco esiste per renderti impreparato a quel momento.

Fenomeno è il miglior disco di Fibra dell'era post-Tradimento, e uno dei migliori album rap italiani degli anni Dieci. Non per nostalgia, non per tifo: perché è un disco costruito con una logica narrativa che pochi rapper italiani hanno mai avuto il coraggio — o la lucidità — di tentare.

Parte con una domanda scomoda, quella che probabilmente Fabrizio Tarducci si faceva da anni: “ha ancora senso rappare a quarant'anni? In Italia il rap è roba da ragazzini”, lo dice lui stesso nell'intro, senza filtri. E invece di schivare la domanda, decide di farne il fulcro di tutto. La risposta non arriva subito. Arriva per accumulo, brano dopo brano, come una confessione che si costruisce a rate.

La prima parte del disco è apparentemente leggera: l'ego-trip di Red Carpet, la title track ballabile e ironica, la produzione magistrale di Bassi Maestro su Money for Dope, gli affreschi sull'Italia dei social in Equilibrio. In mezzo c'è Stavo Pensando a Te — sulla carta una hit radiofonica, nella realtà una delle cose più malinconiche che Fibra abbia mai scritto. La solitudine, la mancanza di qualcosa che non si riesce nemmeno a nominare. Non è un tema da classifica. Eppure è diventata una canzone immortale.

Da Invece No in poi il disco cambia pelle. Il flow si fa più lento, scandito, come se ogni parola pesasse. Le produzioni diventano minimali, ovattate — synth sospesi, basi scarne, un'atmosfera quasi vaporosa che avvolge invece di aggredire. Le Vacanze usa il concetto di vacanza ad agosto come allegoria dell'adolescenza e di tutto quello che ti porti dietro: Con i grandi non mi ci vedevo, poi crescendo lo senti il veleno. Alle favole io non ci credo. Perché il male esiste davvero. Versi di una semplicità disarmante, messi esattamente al punto giusto — e che fanno più effetto di qualsiasi incastro tecnico.

Poi arrivano Nessun Aiuto e Ringrazio. Il fratello Nesli. La madre. Fibra si smonta pezzo per pezzo, senza rete, in pubblico. È il climax verso cui tutto il disco stava costruendo, la risposta alla domanda dell'intro: il senso di rappare a quarant'anni è arrivare abbastanza lontano da potersi permettere di dire la verità.

Non è un caso che sia il primo disco di Fibra senza il bollino "explicit content". Fibra non voleva scioccare nessuno. Voleva raccontarsi. E in questo senso è forse il disco più coraggioso della sua carriera — non perché urli, ma perché sussurra le cose che fanno più male.

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angosciante malinconico riflessivo

Miglior traccia: Invece no

Hits: Stavo Pensando A Te, Invece No, Le Vacanze, Ringrazio

98
Tier 1° · Rank 66°
Cover di Sotto il segno dei Pesci
312°

Sotto il segno dei Pesci (1978)

Antonello Venditti

Pop Cantautorato

Sotto il segno dei pesci esce nel 1978, uno degli anni più pesanti della Repubblica italiana — l'anno del rapimento Moro, della fine di ogni illusione collettiva. Ed è esattamente di questo che parla Venditti: di una generazione che aveva creduto in qualcosa, che aveva corso per le strade, discusso, sognato, e si ritrova adulta in un mondo che non ha scelto. La title track lo dice in modo diretto e malinconico, Sara lo fa con più delicatezza, raccontando storie personali che però suonano universali.

È il disco della svolta: fino ad allora Venditti era rimasto in una dimensione più di nicchia, più impegnata. Qui trova il modo di parlare a tutti senza rinunciare alla sostanza — e il successo commerciale arriva di conseguenza, con la title track che sale in vetta alle classifiche. Non è un compromesso, è una maturazione.
Musicalmente si muove nelle sonorità tipiche della canzone d'autore italiana, con melodie calde e costruzioni semplici che lasciano tutto lo spazio alla voce. E la voce di Venditti è davvero inconfondibile: c'è un calore particolare nel modo in cui sta sulla melodia, una capacità di piegarla senza forzarla che lo distingue dai suoi contemporanei — De Gregori, Dalla — pur condividendo con loro lo stesso mondo. Ti porta a Roma anche senza citarla mai esplicitamente, il che è forse la cosa più difficile da spiegare e quella che riesce meglio.

A distanza di quarant'anni, il disco suona ancora attuale. Segno che quelle storie di ideali traditi, di aspettative e disillusioni, non appartenevano solo a una generazione — appartengono a chiunque sia mai stato giovane.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Sotto il segno dei pesci

Hits: Sotto il segno dei pesci, Sara, Francesco

84
Tier 3° · Rank 171°
Cover di FURÈSTA
313°

FURÈSTA (2025)

La Niña

Folk Canzone Napoletana

Con FURÈSTA, La Nina si presenta in una veste nuova, personale e molto riconoscibile.

Musicalmente il disco è una commistione interessante tra balli popolari, folk e canzone napoletana, ma grazie alla sua voce, alle linee melodiche e alla costruzione dei ritornelli riesce comunque a mantenere un approccio molto “pop” — nel senso migliore del termine.

Il tutto è accompagnato da testi impegnati, che spaziano dalla denuncia della malavita fino a temi di empowerment femminile. Una scrittura che le è valsa anche la candidatura al Premio Tenco 2025.

Nel complesso, uno degli album italiani più rilevanti dell’anno, capace davvero di lasciare il segno in questo 2025.

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euforico

Miglior traccia: GUAPPARIA

Hits: FIGL DA TEMPESTA, GUAPPARÌA

84
Tier 4° · Rank 177°
Cover di La Buona Novella
314°

La Buona Novella (1970) ✰

Fabrizio De André

Folk

La Buona Novella è il quarto album di Fabrizio De André. Chi mi conosce sa che De André non è tra i miei cantautori preferiti e difficilmente rientra nei miei ascolti. Non è un disco semplice da digerire — e non solo per i contenuti.

È un concept album che racconta la storia di Gesù attraverso i personaggi a lui vicini, in primis Maria e Giuseppe, attingendo non dai Vangeli canonici ma da quelli Apocrifi, testi scritti sulla figura di Cristo ed esclusi dalla Bibbia perché considerati falsi. L'intenzione di De André è chiaramente allegorica: Gesù di Nazareth come simbolo di rivoluzione, il primo grande rivoluzionario della storia, raccontato in piena contestazione studentesca — il disco esce nel '69. La cosa più interessante è la scelta di dare voce ai personaggi secondari, quelli che la Bibbia lascia ai margini, quasi a sottolineare il peso che le persone comuni possono avere nella vita sociale e politica.

Musicalmente però il disco è barocco, denso di sonorità che rimandano al mondo ecclesiastico — alcuni brani come Laudate Dominum e Laudate Hominem sembrano veri e propri cantici — e per chi non è già dentro l'universo di De André può risultare pesante da seguire.

Va ascoltato almeno una volta per capire l'idea che ci sta dietro, ma difficilmente diventa un disco a cui si torna spesso.

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spirituale riflessivo

Miglior traccia: L’Infanzia di Maria

80
Tier 4° · Rank 193°
Cover di Nevermind
315°

Nevermind (1991) ✰

Nirvana

Rock Alternative Rock Grunge

Non bisogna essere amanti dell'alternative rock per riconoscere che Nevermind ha fatto la storia della musica. Esiste un prima e un dopo — gennaio 1992, quando questo disco scala le classifiche e scalza Dangerous di Michael Jackson dal numero uno della Billboard, dice già tutto su quello che stava succedendo.

I Nirvana non erano al loro esordio: Bleach era già uscito nel 1989, con un'estetica volutamente rozza e un suono lo-fi. Con Nevermind il produttore Butch Vig costruisce qualcosa di diverso — lucido, radiofonico, potente — e quella tensione tra la musica e il packaging è parte della storia del disco.

Ma il risultato è innegabile. Il grunge smette di essere una corrente underground ed entra in maniera prepotente nelle classifiche mondiali, spazzando via esteticamente e musicalmente la scena glam metal che aveva dominato fino a quel momento — non solo nel suono, ma nel modo di vestire, di muoversi, di stare sul palco.

Smells Like Teen Spirit è la canzone simbolo, e la storia dietro al titolo è quasi più bella della canzone stessa: un amica di Cobain, scrisse "Kurt smells like teen spirit" sul muro di casa sua dopo una serata insieme. Si riferiva a un deodorante per teenager dell'epoca — quello che usava l'allora fidanzata di Cobain — ma Kurt non sapeva dell'esistenza del prodotto e la interpretò come uno slogan rivoluzionario. Lo scoprì solo quando la canzone era già famosa in tutto il mondo. Quel malinteso è diventato uno degli inni generazionali più potenti della storia del rock.

E poi c'è Come as You Are — quel giro di basso iniziale ti cattura prima ancora che arrivi la voce, e da lì non molli più.

Un disco da ammirare più che da amare, forse, ma la sua importanza è fuori discussione.

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aggressivo angosciante giocoso

Miglior traccia: Smells Like Teen Spirit

Hits: Smells Like Teen Spirit

89
Tier 3° · Rank 139°
Cover di Dark Nights
316°

Dark Nights (2025)

Roy Woods

R&B Soul

Dark Nights non è il disco R&B più originale in circolazione: si affida a una formula già rodata — suono oscuro, bassi profondi — che richiama inevitabilmente The Weeknd. Al quinta disco, ci si potrebbe aspettare qualcosa di più coraggioso da Roy Woods.

Ciò detto, sa il fatto suo: i suoi vocalizzi e falsetti hanno una qualità melodica genuina, e brani come Stay With Me, You e What I Used to Get Into hanno ritornelli che restano in testa. Non un disco che reinventa nulla, ma abbastanza solido da meritare un ascolto.

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sensuale

Miglior traccia: What I Used to Get Into

Hits: What I Used to Get Into, You

66
Tier 6° · Rank 279°
Cover di Ranch
317°

Ranch (2025)

Salmo

Hip-Hop/Rap Rap Rock

Ranch è il settimo disco in studio di Salmo. L’artista sardo arrivava dal precedente Flop!, che effettivamente è stato un flop in termini di ascolti se confrontato con i numeri standard che un artista come lui riesce a muovere. Il motivo è che Flop! era un disco poco strutturato, senza una direzione precisa, nato in un momento creativo che Salmo stesso sapeva essere poco florido — da qui anche il nome, quasi anticipatorio.

Ranch ha tutt’altro sapore. La copertina e il tipo di marketing pre-release potevano far pensare a sonorità country, ma in realtà il disco raccoglie sostanzialmente tutte le sfaccettature che Salmo ha sperimentato nel corso della sua carriera. Una sorta di disco-sintesi, quasi a voler ristabilire cosa rappresenti oggi Salmo nel rap game.

Si passa infatti da tracce pop/rock come SINCERO, a brani più marcatamente rap come NEUROLOGIA — che riprende il filone “alla Fibra”, di cui Salmo è in qualche modo “figlioccio” artistico — fino a momenti electro/hardcore come FUORI CONTROLLO insieme ad Agnelli. Non mancano poi diversi episodi dal mood più introspettivo, come CRUDELE, in cui Salmo racconta retroscena non proprio piacevoli sulla sua famiglia, così come nelle tracce finali del disco.

Nel complesso, il disco non suona male e presenta diversi momenti interessanti, ma non mancano alcuni punti deboli: su tutti un concept poco sviluppato — con una connessione tra i brani piuttosto debole — e una produzione che si mantiene nella media dei dischi rap italiani contemporanei, almeno tra i big.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: SINCERO

71
Tier 5° · Rank 241°
Cover di In The Court of the King Crimson
318°

In The Court of the King Crimson (1969) ✰

King Crimson

Rock Progressive Rock

Ci sono dischi che ti cambiano davvero il modo in cui percepisci la musica — In the Court of the Crimson King è uno di quelli. Pubblicato nel 1969, è difficile non considerarlo il punto di origine del progressive rock: una visione del rock totalmente non convenzionale, in cui chitarre distorte e ritmi serrati convivono con armonie jazzistiche e architetture mutuate dalla musica classica. Lunghe suite costruite con pazienza, che preparano l'ascoltatore a esplosioni di stravaganza musicale e assoli di rara eccentricità.

Il disco si apre con 21st Century Schizoid Man — probabilmente il mostro in copertina è proprio lui, quell'uomo schizofrenico del titolo — un brano che dopo cinquant'anni non ha perso un grammo della sua forza, grazie a un riff portante che si imprime nella memoria al primo ascolto. Seguono I Talk to the Wind e Epitaph, due momenti di intensa bellezza melodica che bilanciano perfettamente la carica della traccia d'apertura. Moonchild è un capitolo a parte: minimalismo ipnotico portato all'estremo, quasi psichedelico nella sua capacità di sospendere il tempo. Il disco si chiude con la title track, che riprende i temi melodici delle prime tracce restituendo al tutto una sensazione di circolarità quasi inevitabile. A legare tutto insieme, testi enigmatici e volutamente indecifrabili che aggiungono un ulteriore strato di mistero.

In the Court of the Crimson King è un capolavoro che non invecchia. Un disco che a ogni ascolto rivela qualcosa di nuovo, che non ti stanchi mai di assaporare.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: I Talk to the Wind

Hits: 21st Century Schizoid Man, I Talk to the Wind, Epitaph, Moonchild

100
Tier 1° · Rank 4°
Cover di This is Elodie
319°

This is Elodie (2020)

Elodie

Pop Urban

This Is Elodie è il terzo album in studio della cantante romana, e non è azzardato dire che è il disco in cui Elodie ha iniziato a diventare interessante nel panorama pop italiano. Arriva dopo la partecipazione a Sanremo 2020 con Andromeda, pezzo che anticipa la sua futura deriva elettropop — quella che diventerà la sua cifra stilistica nei lavori successivi.

Il disco ha momenti genuinamente riusciti. Margarita con Marracash è la hit più forte, e funziona. Lupi Mannari è il tipo di canzone che non fa rumore ma fa il suo lavoro: melodia immediata, ritornello che entra in testa dopo due ascolti, quel disimpegno calibrato che nei pezzi pop è più difficile da ottenere di quanto sembri. Nessun featuring, regge da sola.
Il problema è che tra questi momenti se ne infilano altri che non aggiungono molto. Vado a Ballare da Sola con Lazza e Mal di Testa con Fabri Fibra sono collaborazioni che lasciano il tempo che trovano — sulla carta sembrano colpi, nell'ascolto non convincono.

La vera chicca è altrove: la cover di Niente canzoni d'amore di Marracash, nella versione acustica e minimale di Elodie, è diventata con il tempo una piccola hit immortale. C'è qualcosa di paradossale nel fatto che una reinterpretazione così spoliata riesca a valorizzare il testo originale più dell'originale stesso — eppure è così.

Complessivamente un bel disco, imperfetto ma significativo: il momento in cui si capisce che Elodie non è solo una voce in cerca di direzione.

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sensuale euforico

Miglior traccia: Niente canzoni d’amore

Hits: Niente canzoni d’amore, Lupi Mannari, Margarita

62
Tier 6° · Rank 293°
Cover di Mi Ami Mi Odi
320°

Mi Ami Mi Odi (2025)

Elodie

Pop Elettropop

Mi Ami Mi Odi lascia un po' di amaro in bocca, soprattutto se si arriva dai lavori precedenti di Elodie. La vena elettropop c'è ancora, ma smorzata, meno spinta, come se il disco non avesse il coraggio di spingersi fino in fondo.

Anche sul fronte dei testi si sente la differenza. A peggiorare le cose, i momenti migliori erano già usciti come singoli, togliendo al disco quella sensazione di scoperta che dovrebbe avere un progetto nuovo. Un passo indietro, purtroppo.

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Miglior traccia: Black Nirvana

Hits: Black Nirvana

38
Tier 8° · Rank 330°
Cover di Abbey Road
321°

Abbey Road (1969) ✰

The Beatles

Pop Pop Rock Hard Rock

Abbey Road è l'ultimo album inciso dei Beatles e uno dei più collezionati di sempre, complice la copertina iconica. La prima precisazione da fare è che, nonostante sia uno dei dischi più noti della band, definirlo il loro lavoro migliore è un'affermazione molto azzardata.

È un disco più immediatamente rock e pop nel senso tradizionale rispetto ad altri, e ha lasciato alcune delle loro hit più immediate e famose — Come Together, Here Comes the Sun, Something. Il suo punto di debolezza — o forse di forza, a seconda di come si vede la faccenda — è la frammentazione: il lato A scorre come un disco dei Beatles fatto e finito, poi nel lato B parte un lungo medley di brani brevi dall'animo più propriamente rock 'n' roll.

Tra le tracce più riuscite, oltre alle già citate, c'è la sprizzante e giocosa Octopus's Garden di Ringo Starr — scritta durante un suo viaggio in Sardegna — che riprende le atmosfere di Yellow Submarine.

È un disco ovviamente da ascoltare, ma chi cerca i Beatles più sperimentali e stratificati farà meglio a partire da Revolver o Sgt. Pepper's.

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malinconico giocoso

Miglior traccia: Octopus’s Garden

Hits: Octopus’s Garden, Here Comes The Sun, Come Together

79
Tier 4° · Rank 200°
Cover di Kind Of Blue
322°

Kind Of Blue (1959) ✰

Miles Davis

Jazz

Kind of Blue è un capolavoro assoluto del jazz e uno degli album più influenti nella storia della musica. Pubblicato nel 1959, vede Miles Davis guidare un ensemble straordinario — con John Coltrane, Bill Evans e Cannonball Adderley — in un viaggio sonoro elegante e senza tempo. È il disco che ha definito il modal jazz, abbandonando le strutture armoniche complesse del bebop in favore di un approccio più libero, atmosferico e contemplativo. Ogni brano, da "So What" a "Blue in Green", è un piccolo universo di equilibrio e improvvisazione.

Un disco che trasmette calma, malinconia e purezza: da ascoltare almeno una volta nella vita, anche per chi non mastica il jazz.

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rilassato riflessivo

Miglior traccia: Blue In Green

Hits: Blue in Green

100
Tier 1° · Rank 45°
Cover di Canerandagio Pt. 1
323°

Canerandagio Pt. 1 (2025)

Neffa

Hip-Hop/Rap

Dopo una lunga assenza dalla scena rap, almeno in veste di MC, Neffa torna con un progetto tutto suo e per l'occasione invita tantissimi artisti, quasi a costruire una sorta di producer album.

Il disco ha produzioni interessanti che conferiscono all'insieme un mood notturno, a tratti cupo, che si sposa bene con la voce e il flow di Neffa. Riesce inoltre a trascinare gli ospiti in quell'atmosfera con naturalezza, specialmente in tracce come Bufera con Franco126 o Perdersi & Ritorno con Frah Quintale, forse il brano più introspettivo del disco.

Interessante anche l'accoppiata Fabri Fibra e Miss Keta nel rifacimento di un classico del primo disco di Fibra, Hype (Nuove Indagini), riletto con un flow e una produzione rifinita e modernizzata.

Nel complesso è un buon disco rap, ma forse dopo tanta attesa ci si aspettava un progetto dall'anima più definita.

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riflessivo misterioso

Miglior traccia: Perdersi&ritorno (feat. Frah Quintale)

71
Tier 5° · Rank 247°
Cover di La Voce Del Padrone
324°

La Voce Del Padrone (1981) ✰

Franco Battiato

Pop

Già solo per il fatto che contenga Centro di Gravità Permanente, La Voce del Padrone sarebbe un instant classic. Ma siamo di fronte a qualcosa di più: uno dei migliori dischi pop italiani di sempre, se non il migliore in assoluto.

Produzioni elettroniche e sperimentali per l'epoca — specialmente nell'ambito del pop — melodie immediatamente riuscite accompagnate da testi criptici, quasi deliranti, che celano significati a volte nascosti a volte sfacciatamente espliciti: non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese.

Tra le altre tracce memorabili, Cuccurucucù — con uno dei ritornelli più iconici della musica italiana — Bandiera Bianca, e la chiusura affidata a Sentimiento Nuevo, brano d'amore più tradizionale nella forma ma cantato con un linguaggio che solo Battiato poteva concepire: lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco, la lotta pornografica dei Greci e dei Latini, la tua pelle come un'oasi nel deserto — e ancora cattura, ogni volta.

Un disco fondamentale, profondamente italiano, eternamente cantabile.

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giocoso misterioso

Miglior traccia: Centro di Gravità Permanente

Hits: Sentimento Nuevo, Centro di Gravità Permanente, Cuccurucucù

100
Tier 1° · Rank 19°
Cover di Aqualung
325°

Aqualung (1971) ✰

Jethro Tull

Rock Progressive Rock

Aqualung è uno dei migliori dischi dei Jethro Tull e uno degli album progressive più importanti in assoluto. Il flauto di Ian Anderson è qualcosa di unico: puro, intenso, capace di costruire melodie che prendono e non mollano. Quello che rende il disco davvero riuscito però è come flauto e chitarra convivono senza pestarsi i piedi — si alternano, ognuno prende il suo spazio al momento giusto.

Cross-Eyed Mary lo dimostra perfettamente: parte quasi in punta di piedi, flauto e pochi elementi minimali, poi chitarra e basso entrano di peso e ribaltano tutto. La title track è semplicemente iconica — quel giro iniziale, il modo in cui il mood scivola verso qualcosa di più malinconico per poi tornare su ritmi incalzanti, è uno dei momenti più belli dell'intero progressive rock. Locomotive Breath gioca su un territorio diverso, più tesa, con un sapore quasi western che la stacca nettamente dal resto del disco.

Anche i testi fanno la loro parte, muovendosi tra il diretto, l'evocativo e l'indecifrabile: Sitting on the park bench / Eyeing little girls with bad intent.

Un disco che non mostra un solo segno di età.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Aqualung

Hits: Aqualung, Locomotive Breath, Cross-Eyed Mary

98
Tier 1° · Rank 53°
Cover di Santana Money Gang
326°

Santana Money Gang (2025)

Sfera Ebbasta & Shiva

Hip-Hop/Rap Trap Pop Rap

Santana Money Gang è la solita minestra riscaldata. Produzioni solide per il genere, niente da dire, ma senza un guizzo che le distingua da mille altri progetti simili.

Flow, argomenti, stile: tutto già sentito, tutto già visto, e la sensazione è che messi insieme Sfera e Shiva avrebbero potuto osare qualcosa di più — o almeno provarci.

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Miglior traccia: OVER (demo)

45
Tier 8° · Rank 325°
Cover di The Dark Side of The Moon
327°

The Dark Side of The Moon (1973) ✰

Pink Floyd

Rock Progressive Rock

Il modo migliore per descrivere The Dark Side of the Moon è un viaggio attraverso il tempo e lo spazio. È forse l'esempio più riuscito di cosa significa fare un concept album: dal momento in cui si preme play si entra in un flusso continuo, senza pause, dove i brani scorrono uno nell'altro e ti raccontano quel lato buio della luna che alla fine è il lato buio dell'uomo.

Il malessere psicologico è il tema centrale — Brain Damage, che allude probabilmente alle condizioni di Syd Barrett, e The Great Gig in the Sky, un brano difficile da spiegare: si regge quasi interamente su una voce che urla, eppure riesce a essere tra le cose più evocative e toccanti dell'intero disco. Ma c'è spazio anche per riflessioni più esistenziali, come Time e Money.

Quello che rende il disco irripetibile è la produzione: i temi non vengono solo narrati e cantati, ma accompagnati da suoni ambientali e oggetti comuni campionati con tecniche innovative per l'epoca — l'intro di Time, costruita sulle sveglie e gli orologi che ticchettano, è magnetica e impossibile da dimenticare.

Un capolavoro assoluto che non ha perso un secondo della sua forza.

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angosciante malinconico

Miglior traccia: Time

Hits: Time, Money, The Great Gig in the Sky, Brain Damage

100
Tier 1° · Rank 9°
Cover di The Chronic
328°

The Chronic (1992) ✰

Dr. Dre

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap G-Funk

The Chronic è uno di quei dischi che bisogna conoscere per capire dove va l'hip-hop dopo il 1992. Dr. Dre, uscito da N.W.A. dopo una disputa finanziaria con Eazy-E, fonda la Death Row Records e pubblica il suo primo album solista — inventando di fatto il G-Funk: bassi profondi, synth melodici che scivolano lenti, campionamenti dal funk di Parliament-Funkadelic, e un'atmosfera rilassata che trasforma il gangsta rap in qualcosa di quasi ipnotico. È anche il disco che lancia Snoop Dogg, che qui è praticamente co-protagonista e ruba la scena ogni volta che apre bocca.

Il problema, ascoltandolo oggi e soprattutto da non madrelingua, è che il disco fatica a trascinarti davvero dentro. Il flow di Dre è monotono — non varia quasi mai il ritmo, resta su un registro piatto che funziona bene come texture sonora ma difficilmente aggancia emotivamente. E il G-Funk, per quanto innovativo, finisce per rendere il disco ripetitivo sia nel suono che nei temi: droga, soldi, donne, beef con gli ex soci di Ruthless. Senza la comprensione diretta del testo, gran parte dell'energia si disperde.

L'eccezione più divertente è Deez Nuts — demenziale, quasi comica, l'unica traccia in cui il disco sembra non prendersi sul serio e funziona proprio per questo.

The Chronic è un disco fondamentale da conoscere, meno da amare. La sua importanza storica è indiscutibile — senza di lui non esisterebbe buona parte dell'hip-hop West Coast degli anni '90 — ma l'esperienza d'ascolto, per chi viene da fuori quella cultura, può restare distante.

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euforico aggressivo giocoso

Miglior traccia: Deeez Nuts

69
Tier 6° · Rank 261°
Cover di What’s going on
329°

What’s going on (1971) ✰

Marvin Gaye

Soul R&B

Si potrebbero scrivere pagine su What's Going On, un disco che ha segnato in modo indelebile la storia del soul e dell'R&B americano. Concept album registrato nel leggendario headquarter della Motown Records, racconta di un soldato che torna dalla Guerra del Vietnam e si ritrova di fronte a un'America che non riconosce più: una società allo sbando, consumata dalla droga, dalla violenza urbana e dalla perdita di ogni valore. Un ritratto spietato e dolente allo stesso tempo.

Le produzioni sono volutamente simili da un brano all'altro, ma lungi dall'essere un limite, questa coerenza costruisce un'atmosfera soul e R&B densa e avvolgente, che tiene il disco insieme come un unico flusso emotivo. Con What's Going On Marvin Gaye ha dimostrato che si può essere profondi e politicamente urgenti senza rinunciare alla melodia — anzi, usando proprio la melodia come veicolo per dire cose che bruciano.

Per tutto questo è considerato un'opera fondamentale: un lavoro che ha contribuito a definire le sonorità del soul e dell'R&B degli anni '70, influenzando generazioni di artisti a venire.

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riflessivo spirituale

Miglior traccia: What’s going on

Hits: What’s Going On

100
Tier 1° · Rank 46°
Cover di Scarabocchi
330°

Scarabocchi (2025)

chiello

Pop

Il percorso musicale intrapreso da Chiello come solista, dopo l’esperienza “trap” nella FSK, continua a risultare interessante e affascinante. Scarabocchi, il suo terzo disco ufficiale, non fa eccezione. L’anima del progetto è già racchiusa negli scarabocchi presenti in copertina: un’immagine che riflette perfettamente la sua essenza.

È infatti un disco dall’animo fanciullesco, in cui Chiello sembra dialogare con amici immaginari e con altre versioni di sé, soffermandosi su temi come l’infanzia e l’amore. Un lavoro “morbido”, a tratti malinconico, dove questa malinconia emerge sia dalle produzioni sia dal tono inconfondibile dell’artista, capace di alternare momenti più introspettivi ad altri più energici e graffiati.

Le uniche vere criticità, forse, che impediscono al disco di compiere un ulteriore salto di qualità, risiedono nella presenza di alcuni featuring che non aggiungono nulla alla narrazione né al mood dei brani. Al contrario, nei pezzi in cui Chiello è da solo si percepisce una maggiore coesione, mentre queste collaborazioni finiscono per spezzare leggermente il flusso dell’ascolto.

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malinconico giocoso

Miglior traccia: Stupida Anima

Hits: Stupida Anima

71
Tier 5° · Rank 245°
Cover di The Miseducation of Lauryn Hill
331°

The Miseducation of Lauryn Hill (1998) ✰

Lauryn Hill

R&B Hip-Hop/Rap Neo soul

The Miseducation of Lauryn Hill esce nel 1998, primo — e unico — album solista di Lauryn Hill dopo l'esperienza con i Fugees. Hill scrive la maggior parte del disco durante e dopo la sua prima gravidanza, e quella dimensione si sente ovunque: è un album che parla di amore, maternità e famiglia con una sincerità disarmante.

La scelta di registrare ai Tuff Gong Studios di Kingston — gli studi costruiti da Bob Marley, con alcuni membri della famiglia Marley presenti alle sessioni — non è un dettaglio folkloristico. Hill cercava deliberatamente un'atmosfera diversa da quella di New York, e quel contesto si sente nel suono. Strumentazione live, influenze reggae che si intrecciano con R&B, soul e hip hop, senza che nulla suoni forzato. To Zion, dedicata al figlio appena nato, è il momento più apertamente personale del disco — emotivamente potente anche se musicalmente più essenziale rispetto al resto.

Il disco funziona perché Hill riesce a muoversi tra registri diversi senza perdere coerenza: Doo Wop (That Thing) è il momento più hip hop, con un flow preciso e un beat che ti entra in testa subito; Can't Take My Eyes Off of You è una reinterpretazione del classico di Frankie Valli che riesce a suonare intensa ed emotiva quanto l'originale — non un omaggio nostalgico ma qualcosa di genuinamente suo.

Vinse cinque Grammy nel 1999, tra cui Album of the Year — prima artista hip hop a riceverlo. Apple Music lo ha inserito al primo posto nella sua lista dei 100 migliori album di sempre. Difficile dargli torto.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Doo Wop

Hits: Doo Wop, Can’t Take My Eyes Off of You

92
Tier 2° · Rank 107°
Cover di Blonde
332°

Blonde (2016) ✰

Frank Ocean

R&B Psychedelic Pop Neo soul

Blonde è il tipo di disco che già dai primi secondi ti dice dove stai andando. La voce di Frank Ocean compare pitch-shiftata, quasi irriconoscibile, su una groove sospesa e ipnotica — e quel "Woo, fucking buzzin', woo" di Nikes funziona come una dichiarazione di intenti: questo non è channel ORANGE. E la conferma arriva alla fine della stessa canzone, quando la voce torna quella vera e Frank ci va sopra quasi rappando — un arco completo in cinque minuti che dice già tutto.

Ed è proprio dal confronto con il predecessore che si capisce meglio il salto compiuto. channel ORANGE era avvolgente, immediato, più "pop" nel senso più nobile del termine. Blonde è un'altra cosa: più minimale, più concettuale, più soft. Le sonorità si rarefanno, gli spazi vuoti diventano parte del linguaggio, la voce di Frank si moltiplica e si distorce come se cercasse se stessa. È uno stream of consciousness ancora più profondo e personale, dove le atmosfere R&B cedono il passo a qualcosa di più difficile da etichettare.

Il tema centrale è sì l'amore — le sue delusioni, i suoi addii — ma anche l'identità, la crescita, il diventare adulti sapendo che qualcosa è andato perduto per sempre. Un disco intimo, che si presta all'ascolto continuo dalla prima all'ultima traccia.

Tra le tracce spiccano Pink+White e Nikes, ma è Nights il momento di vera classe: una costruzione che cambia pelle a metà, con un cambio di beat che taglia il disco in due e lascia il segno.

Una curiosità sul titolo: l'album si chiama ufficialmente Blonde, ma sulla copertina appare scritto Blond. La differenza non è casuale — in francese, blond è maschile e blonde è femminile, e la doppia grafia è stata letta come un riferimento alla fluidità sessuale dell'artista. Un dettaglio piccolo che però dice molto su quanto ogni scelta in questo disco sia pensata.

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riflessivo sensuale

Miglior traccia: Nights

Hits: Nights, Pink+White, Nikes

100
Tier 1° · Rank 16°
Cover di Images and Words
333°

Images and Words (1992) ✰

Dream Theather

Metal Progressive Metal

I Dream Theater sono tra i fondatori del Progressive Metal e questo è un gioiello del genere. Un album must listen, dove troviamo solo sessioni strumentali ricercate ma anche tanta melodia e pezzi forse più “pop” ma unici. Images and Words è il secondo album dei Dream Theater, uscito nel 1992, ed è uno di quei dischi che hanno letteralmente creato un genere. Il progressive metal come lo conosciamo oggi — tecnica sopraffina, strutture complesse, cambi di tempo continui — deve moltissimo a questo disco. È anche il primo con James LaBrie alla voce, che porta un range vocale esteso e una presenza melodica che rendono il tutto più accessibile di quanto la complessità strumentale lascerebbe supporre.

Ed è proprio questo l'elemento che rende Images and Words un disco raro nel suo genere: non è solo tecnica. C'è tanta melodia, ci sono momenti quasi pop, e l'equilibrio tra i due poli non vacilla mai. Petrucci alla chitarra e Kevin Moore alle tastiere dialogano in modo quasi orchestrale, costruendo architetture sonore che crescono ascolto dopo ascolto — ma senza mai perdere il filo emotivo.
I due poli del disco sono anche i suoi momenti più alti. Pull Me Under apre con un'intro melodica che non prepara a quello che arriva dopo: quando il brano esplode nella sua parte più tecnica e aggressiva, il cambio è quasi fisico — ti arriva addosso. Otto minuti che non sembrano mai troppi, e l'unico singolo top 10 che i Dream Theater abbiano mai avuto. Another Day è l'opposto in tutto: una ballata dalla forza emotiva rara, sorretta da un assolo di sassofono di Jay Beckenstein che è uno dei momenti più inattesi e riusciti del disco.

Le tracce più lunghe e ambiziose — Metropolis Pt. 1, Learning to Live — sono tecnicamente ineccepibili, forse meno trascinanti emotivamente, ma dimostrano la profondità compositiva di una band che non si accontenta mai di restare in un unico registro.

Un disco fondamentale, che può essere apprezzato anche da chi normalmente non si avvicina al metal. Raro che tecnica e melodia convivano così bene.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Another Day

Hits: Pull Me Under, Another Day

95
Tier 1° · Rank 79°
Cover di After Hours
334°

After Hours (2020) ✰

The Weeknd

R&B Synth Pop

Primo capitolo della trilogia conclusiva di The Weeknd, After Hours esce il 20 marzo 2020 segnando una svolta netta rispetto al predecessore Starboy: meno dancefloor, più introspezione cupa, con forti influenze new wave e synth-pop degli anni ‘80 che si fondono con l’R&B oscuro delle origini.
Nella prima parte, l’album ti trasporta in una dimensione musicale altra: la produzione è lussuosa, quasi sensoriale, fatta di bassi profondi e synth avvolgenti che costruiscono un’atmosfera notturna e ipnotica. Lo si capisce già dalla doppietta d’apertura con “Alone Again” e “Too Late”, che impostano subito il tono: decadente, cinematografico, inconfondibile.
Nella seconda metà, il registro cambia. Le tracce si fanno più pop, le ballad più accessibili — forse meno sperimentali dal punto di vista produttivo, ma capaci di raggiungere un pubblico globale con una forza rara. “Save Your Tears” e “In Your Eyes” sono diventate hit planetarie, e non è difficile capire perché: melodie immediate ma non banali, che restano senza sembrare costruite a tavolino.
Nel complesso, After Hours riesce nell’impresa difficile di tenere insieme le due anime di Abel Tesfaye: quella oscura e visionaria del primo periodo, e quella pop ambiziosa degli anni più recenti.

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sensuale sognante

Miglior traccia: Too Late

Hits: Save Your Tears, In Your Eyes, Too Late

100
Tier 1° · Rank 14°
Cover di Channel Orange
335°

Channel Orange (2012)

Frank Ocean

R&B Neo soul Psychedelic Pop

channel ORANGE nasce con una lettera. Prima ancora che il disco uscisse, nel luglio 2012, Frank Ocean pubblicò sul suo Tumblr un testo in cui raccontava che il suo primo amore, a diciannove anni, era stato un uomo — un amore non corrisposto. Fu un gesto che fece storia, paragonato da alcuni all'impatto culturale del coming out di David Bowie nel 1972. E il disco che seguì quella lettera era già lì, pronto a dare forma sonora a tutto.

I temi sono quelli: amore non corrisposto, ossessione, desiderio, sessualità. Ma channel ORANGE non è un disco confessionale nel senso più ovvio — è qualcosa di più sfuggente, come il suo autore. Ocean è uno degli artisti più elusivi degli ultimi vent'anni: dopo questo esordio ha impiegato quattro anni a pubblicare il successivo Blonde, sparendo quasi completamente dalla scena pubblica. Quella tendenza a scomparire si sente già nella musica — non c'è niente di esibito, niente che cerchi di imporsi.

Il suono è avvolgente ma non eccessivo. Le produzioni stanno in sottofondo, quasi in punta di piedi, e lasciano tutta la scena alla voce. Thinkin Bout You è l'esempio perfetto: la base è lì, la percepisci più con il corpo che con le orecchie, mentre le orecchie vanno tutte a Frank. Nel ritornello la voce si alza e quella base rimane sotto, a sostenere senza sovrastare. È un equilibrio difficile da costruire e ancora più difficile da descrivere.

Poi ci sono i momenti in cui il disco si allunga e si fa più complesso: Pyramids, suite di nove minuti, usa la figura di Cleopatra come filo narrativo per confrontare la grandiosità femminile dell'antichità con la sua versione moderna più decadente. È il pezzo più ambizioso, e funziona.

Rispetto al successivo Blonde — più frammentato, più ostico — channel ORANGE è il disco più accessibile dei due, senza che questo significhi più semplice. È un capolavoro moderno, e Thinkin Bout You, Pyramids, Lost e Bad Religion sono il punto di partenza obbligato.

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malinconico sensuale riflessivo

Miglior traccia: Thinkin Bout You

Hits: Thinkin Bout You, Pyramids, Lost

97
Tier 1° · Rank 70°
Cover di Hurry Up Tomorrow
336°

Hurry Up Tomorrow (2025) ✰

The Weeknd

R&B Elettropop Synth Pop

The Weeknd ci ha da sempre abituati a dischi di altissimo livello. E’ un artista che ha da sempre sperimentato diverse sonorità, dall’R&B più puro e emotivo dei suoi primi dischi, fino alle sonorità più synth pop e elettroniche degli ultimi progetti. Con questo disco, che chiude concettualmente la trilogia iniziata con Afterhours e rappresenta probabilmente anche l’ultimo tassello della sua discografia, condensa tutte le migliori versioni di sè, regalandoci un’opera a dir poco monumentale. Le produzioni sono di livello altissimo: synth, tantissimi sample importanti - come si fa non apprezzare un disco che inizia con un campione di Thriller di Michael Jackson! - tanta dinamica e varietà sonora, in un progetto dal sapore cinematografico. Si passa dalle sonorità quasi “denbow” di “Sao Paulo” all’R&B super-atmosferico di “Given Up On Me” - altro brano che inizia con un campione storico di Nina Simone. Vocalmente non gli si può dire nulla: voce angelica, profonda, emotiva. In questo capitolo si sbottona ancora di più, tirando definitivamente le somme sul suo percorso artistico e giocando la partita finale contro i suoi spettri. Poi c’è il tocco di classe finale: l’ultima traccia finisce esattamente come è iniziata la sua discografia, simboleggiando un cerchio che si chiude, un percorse che si compie.

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sensuale riflessivo

Miglior traccia: Open Hearts

Hits: Baptized in Fear, Open Hearts

100
Tier 1° · Rank 32°