23 gen 2019
41
DubZenStep
The Suicide Box
23 gen 2019
Hip-Hop/Rap
Hardcore Hip-Hop
Trap Metal
Horrorcore
Tier 8°
Rank 478°
Tracce 7
Durata 23 min
La recensione
The Suicide Box è il disco d'esordio del rapper sardo DubZenStep. Il lavoro dimostra ancora una volta che fondere due generi distanti come il rap e il metal non è un'operazione banale, ed è facile scadere in prodotti poco coesi. E questo disco, purtroppo, non fa eccezione.
I problemi sono molteplici. La produzione, quando rimane in territorio rap — con chiari riferimenti all'hardcore e all'horrorcore — funziona anche discretamente, ma perde ogni logica nel momento in cui il disco scivola verso momenti "metal" dalla dubbia realizzazione, senza che la transizione segua un percorso convincente. Fa storcere il naso anche la scelta di intitolare una traccia Mayhem — riferimento esplicito alla più celebre band black metal di sempre — salvo poi costruirla su riff di heavy metal che con quel mondo hanno ben poco a che fare.
A tutto ciò si aggiunge un flow, una vocalità e un immaginario — 666 e affini — che sembrano attingere un po' troppo a piene mani da un suo collega sardo, della non lontana Olbia, decisamente più affermato. E come se non bastasse anche il dissing, velato ma non troppo, a Fabri Fibra trova poco senso — fottetevi voi e i vostri tori / a Pamplona.
In conclusione, un disco confuso, che cerca una direzione artistica precisa senza tuttavia trovare la strada per realizzarla con convinzione.
I problemi sono molteplici. La produzione, quando rimane in territorio rap — con chiari riferimenti all'hardcore e all'horrorcore — funziona anche discretamente, ma perde ogni logica nel momento in cui il disco scivola verso momenti "metal" dalla dubbia realizzazione, senza che la transizione segua un percorso convincente. Fa storcere il naso anche la scelta di intitolare una traccia Mayhem — riferimento esplicito alla più celebre band black metal di sempre — salvo poi costruirla su riff di heavy metal che con quel mondo hanno ben poco a che fare.
A tutto ciò si aggiunge un flow, una vocalità e un immaginario — 666 e affini — che sembrano attingere un po' troppo a piene mani da un suo collega sardo, della non lontana Olbia, decisamente più affermato. E come se non bastasse anche il dissing, velato ma non troppo, a Fabri Fibra trova poco senso — fottetevi voi e i vostri tori / a Pamplona.
In conclusione, un disco confuso, che cerca una direzione artistica precisa senza tuttavia trovare la strada per realizzarla con convinzione.
Mood
aggressivo
Miglior brano
Don Vito (The 666th Sense)
Profilo sonoro
Scheda
Uscita23 gen 2019
Tracce7
Durata23 min
Recensito il
25 mar 2026