Don’t Panic (2021)
Tedua
Don't Panic nasce come una cosa sola con il suo cortometraggio: sette freestyle accompagnati da immagini di strade in fiamme, gironi urbani, una selva oscura che cita Dante senza nasconderlo. Tedua stesso l'ha definito un progetto ibrido, né EP né mixtape, ma “un mash-up di strofe troppo forti per restare nel computer e troppo freestyle per finire nell'album”. Quella definizione dice tutto: è musica che esiste in uno spazio intermedio, e funziona proprio per questo.
Sonoricamente si muove su territorio drill, e Tedua ci porta dentro flow che rimandano a Mowgli — non come regressione, ma come ritorno alla forma migliore, quella più sciolta e istintiva. Il corto amplifica tutto: quell'immaginario infernale, ardente, decadente diventa la cornice visiva perfetta per un suono che non cerca la costruzione dell'album ma la scarica diretta.
Per essere un progetto nato quasi per eccesso — roba troppo buona per restare nei file, troppo grezza per La Divina Commedia — scorre sorprendentemente bene, con picchi reali. Lo-Fi Drill su tutti: il beat affonda una chipmunk voice — il campione della sigla dell’anime Tokyo Ghoul — che impreziosisce la base e trasforma la traccia in qualcosa di più raffinato di quanto il contesto freestyle lascerebbe aspettare.
E qui sta il punto più scomodo: con il senno di poi, buona parte di Don't Panic regge — e in certi momenti supera — diversi brani del progetto ufficiale, sia per qualità del rap che per la tenuta dei beat. Non è una provocazione, è quello che si sente.
Miglior traccia: Lo-Fi Drill
Hits: Lo-Fi Drill