Wish You Were Here (1975) ✰
Pink Floyd
Wish You Were Here riprende le coordinate di The Dark Side of the Moon ma le porta altrove, verso qualcosa di più difficile da avvicinare. Là dove il disco precedente ti agganciava subito — gli orologi, i suoni ambientali, quella costruzione quasi cinematografica — qui il ritmo è più lento, più rarefatto, e ci vuole tempo per entrarci davvero.
La struttura stessa del disco lo dice chiaramente: Shine On You Crazy Diamond è divisa in due parti che aprono e chiudono l'album, incorniciando le tre tracce centrali come un abbraccio. È una suite di oltre venticinque minuti complessivi, costruita su lunghi sviluppi strumentali, melodie che si dilatano nel silenzio, e un assolo di chitarra sul finale che non esplode mai davvero — si limita ad accennare, e fa più effetto così. Tutta la critica all'industria musicale — condensata in Welcome to the Machine e Have a Cigar — è incastonata dentro questa architettura, quasi a voler dire che il tema della mercificazione è il corpo del disco, ma il cuore batte altrove.
E il cuore è la title track. In un album volutamente ostico, Wish You Were Here è l'unico momento di resa immediata: una chitarra acustica, pochi accordi, e una malinconia che arriva dritta. È la traccia più semplice del disco e forse proprio per questo la più devastante. È una lettera aperta a Syd Barrett, il fondatore della band, il cui crollo psicologico aveva segnato i Floyd anni prima — e il titolo, già da solo, dice quasi tutto. Quello che il titolo non dice lo racconta una storia entrata nella leggenda: durante le sessioni di registrazione, Barrett si presentò in studio irriconoscibile, fisicamente trasformato. Waters scoppiò a piangere quando capì chi aveva davanti. Pochi minuti dopo, Syd se ne andò.
Wish You Were Here è un altro capolavoro, forse il più intimo che i Pink Floyd abbiano mai fatto.
Miglior traccia: Wish You Were Here
Hits: Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here