3 apr 2026
76
Rancore
TAREK DA COLORARE
3 apr 2026
Hip-Hop/Rap
Alternative Rap
Tier 4°
Rank 298°
Tracce 13
Durata 45 min
La recensione
TAREK DA COLORARE — come quella copertina che sembra presa da un libro per bambini — è un disco che nasce da un gesto preciso: azzerare tutto. Dopo Xenoverso, progetto concettuale labirintico e densissimo, Rancore sceglie l'amnesia come punto di partenza, e torna al suo nome di battesimo, Tarek, per ricominciare a colorarsi da capo.
Rancore non si posiziona nel solito rap game italiano: non è il rapper degli eccessi e della saturazione digitale descritta in Basta!, gridato come liberazione, non è il rapper da Nuovo Single pompato nelle classifiche, non è l'Eminem italiano — al massimo la sua negazione. È più come uno Stuntman: conosce la tecnica, sa eseguire le performance più ostiche, ma il suo nome non è quasi mai in prima linea. Eppure il suo rap è da prima linea.
E il disco lo dimostra senza sosta. Rancore rappa in maniera serrata, iper-tecnica, con un flow scorrevole dall'inizio alla fine, con metriche e incastri da liricismo colto che nei rapper "commerciali" non trovi. In Neminem — costruita su un beat che cita spudoratamente The Real Slim Shady — scrive "Non so chi è il ministro della cultura / Non so se era minestra quella nella puntura / Cambia nome all'Illuminismo, fai la voltura": tre righe che smontano il vuoto culturale del presente con l'ironia affilata di chi quel presente lo conosce bene. In L'Italia è l'unico paese che, una barra come "Bestemmiare è una cosa che ha poco tatto / Ma traspare la voglia di un tuo contatto che sta traballando" ribalta la lettura comune: la bestemmia non come gesto di forza o provocazione, ma come segnale di insicurezza, la maschera di chi cerca un contatto che non riesce a chiedere diversamente.
Musicalmente il disco è vario ma sempre coerente: si passa da sonorità elettroniche ed elettro-pop a momenti che sfociano nella trap e nella drill, con produzioni che non si limitano ad accompagnare le parole ma le sostengono davvero.
Rimarrà una delle uscite rap più interessanti dell'anno.
Rancore non si posiziona nel solito rap game italiano: non è il rapper degli eccessi e della saturazione digitale descritta in Basta!, gridato come liberazione, non è il rapper da Nuovo Single pompato nelle classifiche, non è l'Eminem italiano — al massimo la sua negazione. È più come uno Stuntman: conosce la tecnica, sa eseguire le performance più ostiche, ma il suo nome non è quasi mai in prima linea. Eppure il suo rap è da prima linea.
E il disco lo dimostra senza sosta. Rancore rappa in maniera serrata, iper-tecnica, con un flow scorrevole dall'inizio alla fine, con metriche e incastri da liricismo colto che nei rapper "commerciali" non trovi. In Neminem — costruita su un beat che cita spudoratamente The Real Slim Shady — scrive "Non so chi è il ministro della cultura / Non so se era minestra quella nella puntura / Cambia nome all'Illuminismo, fai la voltura": tre righe che smontano il vuoto culturale del presente con l'ironia affilata di chi quel presente lo conosce bene. In L'Italia è l'unico paese che, una barra come "Bestemmiare è una cosa che ha poco tatto / Ma traspare la voglia di un tuo contatto che sta traballando" ribalta la lettura comune: la bestemmia non come gesto di forza o provocazione, ma come segnale di insicurezza, la maschera di chi cerca un contatto che non riesce a chiedere diversamente.
Musicalmente il disco è vario ma sempre coerente: si passa da sonorità elettroniche ed elettro-pop a momenti che sfociano nella trap e nella drill, con produzioni che non si limitano ad accompagnare le parole ma le sostengono davvero.
Rimarrà una delle uscite rap più interessanti dell'anno.
Mood
aggressivo
trionfante
riflessivo
Miglior brano
L’Italia è l’unico paese che
Profilo sonoro
Scheda
Uscita3 apr 2026
Tracce13
Durata45 min
Recensito il
17 apr 2026