Grace (1994) ✰
Jeff Buckley
Nel 1994, mentre il grunge dominava le classifiche e l'immaginario rock, Jeff Buckley pubblica Grace — un disco che va esattamente nella direzione opposta. Niente distorsioni aggressive, niente estetica del disagio: al centro c'è una voce pulita, cristallina, di una bellezza quasi fastidiosa.
È proprio la voce lo strumento principale, e Buckley lo sa bene. La title track lo dimostra subito: parte come una ballata intima e si apre in qualcosa di quasi orchestrale, con Buckley che sale di registro con una naturalezza disarmante. La cover di Hallelujah di Leonard Cohen fa il resto — una versione che nel tempo ha finito per oscurare l'originale nell'immaginario collettivo, e non è un caso.
Le produzioni rock hanno quel giusto grado di sofisticazione che non schiaccia mai la voce: chitarre, arrangiamenti, dinamiche costruite per lasciare spazio. I testi ruotano attorno al tema dell'amore e della separazione — Last Goodbye è una storia di addio definitivo, la title track di un distacco temporaneo che pesa lo stesso — ma con una qualità poetica che li salva dal sentimentalismo facile.
Grace è rimasto l'unico album in studio di Buckley, e forse anche per questo ha il peso specifico che ha. Un disco che non ha cercato di inseguire il suo tempo — e che il suo tempo, meritatamente, ha finito per inseguire lui.
Miglior traccia: Grace