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Azzera

396 album trovati

Cover di Epicus Doomicus Metallicus
51°

Epicus Doomicus Metallicus (1986) ✰

Candlemass

Metal Doom Metal

Epicus Doomicus Metallicus è il disco d'esordio della band metal svedese Candlemass. Uscito in un momento in cui a dominare la scena metal era il suono thrash e death — lo stesso anno videro la luce Reign in Blood degli Slayer e Under the Sign of the Black Mark dei Bathory, per citare due colossi — i Candlemass vanno controcorrente e puntano su sonorità doom, firmando uno dei dischi capisaldi del genere.

Il disco ha un suono epico che si regge in larga parte sulla voce del frontman Johan Längqvist: pulita, quasi operistica, in grado di trascinare atmosfere distese e lente con una teatralità naturale e mai forzata. E’ un disco che evoca nebbia, freddo, non solo climatico ma anche esistenziale, dove la voce sembra provenire da un posto lontano e solitario. Non mancano però momenti più accesi, soprattutto nei riff di chitarra duri e scanditi che spezzano il passo e tengono viva la tensione.

Tra i brani che restano impressi c'è sicuramente l'opener Solitude, che affronta di petto il tema della depressione — un pezzo che, da solo, vale l'ascolto dell'intero disco.

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malinconico trionfante

Miglior traccia: Solitude

Hits: Solitude

91
Tier 2° · Rank 129°
Cover di Under the Sign of the Black Mark
52°

Under the Sign of the Black Mark (1987) ✰

Bathory

Metal Black Metal Death Metal

Under the Sign of the Black Mark è il terzo disco della band metal svedese Bathory ed è considerato uno dei primi dischi black metal della storia, fondamentale per l'influenza esercitata nella nascita e nello sviluppo della prima vera scena black metal, ovvero quella norvegese.

Il disco ti porta davvero all'inferno: alla voce, Quorthon sfoggia uno scream demoniaco e più rapido rispetto a quello tipico di altri dischi del genere, contribuendo a imprimere al tutto un ritmo più serrato rispetto agli standard del black metal norvegese. Il suono è ovviamente grezzo e aggressivo, e i testi sono violenti, con numerosi riferimenti alla morte e agli inferi, spesso attinti dalla mitologia norrena — Lend me the eight legged black stallion of Odin and I'll have my vengeance / Oh I'll with desire.

Tra le tracce più dirompenti e forti del disco non si possono non citare Woman of Dark Desires — un omaggio alla contessa Erzsébet Báthory che ha ispirato il nome della band — Call from the Grave e Equimanthorn. Fun fact: la scelta di ispirarsi a questa contessa non è causale: era una nobildonna ungherese del XVI secolo considerata una sadica e una serial killer spietata, spesso rinominata “Contessa Dracula”.

È un disco fondamentale, forse meno citato di altri lavori proto-black e proto-death coevi — su tutti Reign in Blood degli Slayer, uscito lo stesso anno — ma che negli anni è stato ampiamente rivalutato per l'impatto decisivo che ha avuto sulla generazione successiva del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Equimanthorn

Hits: Woman of Dark Desires, Call from the Grave, Equimanthorn

96
Tier 1° · Rank 76°
Cover di Death in the Business of Whaling
53°

Death in the Business of Whaling (2026)

Searows

Rock Alternative Rock Indie Rock Folk Rock

Ascoltando Death in the Business of Whaling si ha la sensazione di trovarsi davanti a un disco cantato da una voce femminile che riprende una certa tradizione folk americana, sulla scia di Ethel Cain per citare un peso massimo del genere. In realtà, dietro al progetto — il suo secondo album in studio — si cela la voce di Alec Duckart, un venticinquenne originario del Kentucky.

È un disco disteso, dai BPM bassi, con un'atmosfera lenta e densa spesso costruita da una semplice chitarra e dalla voce androgina di Alec, quasi sussurrata, che ti accompagna per tutta la durata.

Non mancano tuttavia momenti più esplosivi, con progressioni più rock in cui i riverberi si fanno più intensi — come in Dearly Missed, uno dei brani più carichi del progetto.

Un bel disco, dalle soluzioni melodiche efficaci e dall'ascolto immersivo. Non è un lavoro particolarmente originale, ma è costruito con cura e con qualche ascolto ci si finisce per affezionare molto facilmente.

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riflessivo sognante

Miglior traccia: Dearly Missed

Hits: Dearly Missed

76
Tier 4° · Rank 246°
Cover di Om
54°

Om (2006) ✰

Negura Bunget

Metal Black Metal Progressive Metal Folk Metal

Om è il quarto disco in studio della band romena Negură Bunget. Siamo di fronte a uno dei dischi metal più incredibili degli anni 2000, e lo si capisce fin dalla prima traccia: un'intro che svela immediatamente la teatralità con cui è stato concepito l'intero lavoro.

Om è uno di quei dischi accostabili a opere come The Mantle degli Agalloch o Écailles de Lune degli Alcest — non perché sia semplicemente un disco black metal, ma perché è uno di quei lavori che prende il genere e cerca di espanderlo, portandolo verso territori altri.

I Negură Bunget lo fanno introducendo una componente folk profondamente legata alla loro tradizione: i muri di suono del black lasciano quindi spazio a strumenti come il flauto di pan, il nai — una sua variante romena — o il toacă, uno strumento di origini antichissime utilizzato nella tradizione ortodossa dell'Est europeo.
Questi elementi, insieme a tamburi, batteria e chitarre, contribuiscono a costruire un'atmosfera quasi teatrale e incredibilmente evocativa, in cui il suono più violento del black metal passa in secondo piano, senza essere messo al centro.

Questa alternanza tra forza black metal e folk si ripropone non solo a livello di tracklist, ma all'interno di ogni singolo brano: un pezzo come Dedesuptul, ad esempio, inizia in pieno territorio metal — blast beat e muri di suono — per poi virare in maniera del tutto naturale verso sonorità totalmente diverse, dissolvendo le distorsioni e trasportando l'ascoltatore in un'altra dimensione.

Nonostante la sua complessità, è un disco da provare ad avvicinarcisi con curiosità, ideale per chi voglia esplorare quel filone del black metal che punta sull'atmosfera e sulla stratificazione del suono, senza doversi confrontare con alcuni degli eccessi del genere che possono risultare respingenti.

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misterioso spirituale

Miglior traccia: Norilor

Hits: Dedeseptul, Norilor

100
Tier 1° · Rank 43°
Cover di Agonia
55°

Agonia (2026)

chiello

Rock Alternative Rock Indie Rock Grunge

Dopo appena un anno dall'ultimo lavoro, Scarabocchi, chiello torna con un nuovo progetto, fresco anche della partecipazione alla 75ª edizione del Festival di Sanremo con Ti penso sempre — forse il brano meno sanremese dell'edizione, viste le sonorità decisamente alternative rock. Se con Scarabocchi l'ex trapper ci portava in una dimensione in cui emergeva il suo lato più fanciullesco, questo disco ha un'atmosfera e una concezione molto diverse.

Già il titolo e la copertina facevano presagire la volontà di comunicare qualcosa d'altro: una semplice casa in un contesto che evoca desolazione, freddezza, assenza di calore. Ed è come se, nel disco, entrassimo in quella casa — che probabilmente rappresenta chiello stesso — e ci trovassimo a fare i conti con i suoi pensieri, i suoi turbamenti, la volontà di liberarsi — come nell'urlo finale di Vulcano — e le sue fragilità più estreme: spero almeno di perdonare / me stesso per tutto il male che mi sono fatto.

Il disco è cantato con estrema malinconia, a tratti rassegnazione, ed è sorretto da una produzione profondamente alternative rock, spesso volutamente lo-fi, per restituire quella sfumatura di grezzo e di consumato. Dietro gli arrangiamenti c'è sempre la mano di Tommaso Ottomano. È un disco in cui la voce di chiello si amalgama perfettamente al suono, e gli strumenti respirano — Polynesian Village ne è un esempio lampante — lasciandosi lo spazio necessario per costruire un'atmosfera riflessiva, intima e malinconica.

Non c'è una scrittura colta o estremamente rifinita: è un disco che suona tremendamente sincero, quasi cantato per se stesso — Non so perché voglio di più / di ciò che merito, lo so. Non mancano poi soluzioni melodiche interessanti, come in Desaturarsi, forse il pezzo più pop del disco, o in Scarlatta, un brano che suona come una canzone d'altri tempi.

In conclusione, con questo disco chiello ha fatto un passo in avanti deciso.

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malinconico

Miglior traccia: Scarlatta

Hits: Scarlatta, Desaturarsi, Ti penso sempre

89
Tier 2° · Rank 151°
Cover di The Suicide Box
56°

The Suicide Box (2019)

DubZenStep

Hip-Hop/Rap Hardcore Hip-Hop Trap Metal Horrorcore

The Suicide Box è il disco d'esordio del rapper sardo DubZenStep. Il lavoro dimostra ancora una volta che fondere due generi distanti come il rap e il metal non è un'operazione banale, ed è facile scadere in prodotti poco coesi. E questo disco, purtroppo, non fa eccezione.

I problemi sono molteplici. La produzione, quando rimane in territorio rap — con chiari riferimenti all'hardcore e all'horrorcore — funziona anche discretamente, ma perde ogni logica nel momento in cui il disco scivola verso momenti "metal" dalla dubbia realizzazione, senza che la transizione segua un percorso convincente. Fa storcere il naso anche la scelta di intitolare una traccia Mayhem — riferimento esplicito alla più celebre band black metal di sempre — salvo poi costruirla su riff di heavy metal che con quel mondo hanno ben poco a che fare.

A tutto ciò si aggiunge un flow, una vocalità e un immaginario — 666 e affini — che sembrano attingere un po' troppo a piene mani da un suo collega sardo, della non lontana Olbia, decisamente più affermato. E come se non bastasse anche il dissing, velato ma non troppo, a Fabri Fibra trova poco senso — fottetevi voi e i vostri tori / a Pamplona.

In conclusione, un disco confuso, che cerca una direzione artistica precisa senza tuttavia trovare la strada per realizzarla con convinzione.

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aggressivo

Miglior traccia: Don Vito (The 666th Sense)

40
Tier 8° · Rank 384°
Cover di CALCINACCI
57°

CALCINACCI (2026)

Fulminacci

Pop Indie Pop

Calcinacci è il quarto disco in studio di Fulminacci, uscito sulla scia della sua partecipazione alla 75° edizione del Festival di Sanremo con il brano Stupida Sfortuna, che gli è valso un ottimo settimo posto e il premio della critica "Mia Martini".

Un buon disco pop che arriva senza troppe pretese ma fa il suo dovere: regala ritornelli efficaci e strofe che non si prendono troppo sul serio — raccontando, ad esempio, amori leggeri e passeggeri come in Niente di particolare: Sara non disperarti mai / Perché / tra noi / Non c'è / niente di particolare.

Melodicamente, Fulminacci confeziona un lavoro che si fa ascoltare con piacere e scorre liscio dall'inizio alla fine — alla produzione troviamo Golden Years per quasi tutte le tracce — percorrendo l'ormai consolidata strada dell'indie pop italiano, ma con qualche apertura verso il pop di tradizione più romana, come in Meno di zero.

Forse si poteva osare qualcosa di più sul fronte delle produzioni, e non mancano quegli scivoloni nella scrittura che affliggono certo indie pop italiano — mi hai lasciato come il pane senza Nutella — ma sono dettagli che, tutto sommato, si perdonano volentieri.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: Casomai

Hits: Stupida sfortuna, Casomai

69
Tier 5° · Rank 295°
Cover di Nothing’s About to Happen to Me
58°

Nothing’s About to Happen to Me (2026)

Mitski

Pop Americana Indie Rock

Nothing's About to Happen to Me è l'ottavo album della cantautrice americana Mitski, all'anagrafe Mitsuki Laycock. La narrazione di questo disco è quanto mai peculiare: la cantante impersona una donna che trova la propria libertà tra le mura domestiche, ma scivola nel delirio nel momento in cui ne varca la soglia. La casa — intesa anche come metafora dell'intimità e della dimensione più personale — diventa quindi il suo rifugio sicuro, il luogo in cui può essere pienamente se stessa.

Il modo in cui questa narrazione si traduce in musica è sorprendente e riuscito sotto ogni punto di vista. Ci sono momenti in cui si ha la sensazione di trovarsi davvero in quella casa, con i musicisti di fronte a te che suonano, grazie a una produzione pulita e ravvicinata, capace di mettere l'ascoltatore al centro della scena — come accade in If I Leave. Momenti in cui i deliri vengono resi con efficacia attraverso esplosioni di chitarre distorte, dove la musica devia dal pop più morbido verso sonorità più rock, come nella cupa atmosfera di Where's My Phone — il cui titolo è già di per sé sufficientemente evocativo. Non mancano poi brani dall'anima più americana, in cui la produzione si fa decisamente più sofisticata, come Dead Women o I'll Change for You, forse il pezzo più riuscito dell'intero disco.

Nothing's About to Happen to Me è un album che cresce a ogni ascolto e si rivela, ascolto dopo ascolto, sempre più ricco e stratificato. Senza dubbio una delle uscite più interessanti del 2026.

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malinconico

Miglior traccia: If I Leave

Hits: I’ll Change for You, If I Leave

92
Tier 2° · Rank 116°
Cover di VT3SOR
59°

VT3SOR (2026)

Vaz Tè

Hip-Hop/Rap

VT3SOR è il terzo disco di Vaz Tè, uno dei membri della scena ligure forse rimasto più in ombra rispetto ai più noti Tedua e Izi.

Non è un disco che insegue la hit radiofonica né che si piega troppo ai trend del momento. C'è molta varietà nelle produzioni — dall'old school del brano con Tormento al beat sincopato di Il Vero Slim — ma le tracce che rendono meglio sono quelle più "Liguria" style, come Palese con Bresh, Youtube Youporn o Drilliguria dalla costa, quest'ultima insieme a Sayf che lascia una delle strofe migliori del disco per flow e delivery. Vaz Tè è sempre sul pezzo, con belle metriche e un flow piuttosto serrato.

I limiti che frenano un po' il progetto sono due: alcuni brani suonano più come esercizi di stile che come pezzi con qualcosa da dire, e le produzioni avrebbero potuto osare qualcosa in più. A volte emergono elementi interessanti — come un accenno di flauti in Trendsetter — ma sembrano poco sviluppati e abbandonati troppo presto.

Nel complesso è un disco per chi già ascolta rap e può apprezzare il flow di Vaz Tè, ma non è un progetto che prova a spingersi oltre.

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euforico trionfante

Miglior traccia: Drilliguria dalla costa (feat. Sayf & Nader Shah)

66
Tier 6° · Rank 312°
Cover di Altars of Madness
60°

Altars of Madness (1989) ✰

Morbid Angel

Metal Death Metal

Altars of Madness è il disco di debutto dei Morbid Angel ed è considerato una delle pietre miliari del death metal. Un album dirompente, spesso citato tra i primi a spingersi verso sonorità davvero estreme: con questo disco i Morbid Angel hanno alzato drasticamente l'asticella dell'aggressività, tanto sul piano lirico quanto su quello strumentale.

Testi blasfemi e provocatori affidati alla voce di David Vincent, un growl non eccessivamente marcato, accompagnato da continue variazioni di ritmo, con la batteria che accelera e decelera in modo forsennato e i riff di chitarra che irrompono con violenza. Tra le tracce da menzionare, Chapel of Ghouls, che ricrea atmosfere demoniache e si chiude con una combo finale batteria+riff devastante.

Insieme ad altri dischi dell'epoca e del genere, è un ascolto imprescindibile per chiunque voglia capire l'evoluzione del metal più estremo.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Chapel of Ghouls

Hits: Chapel of Ghouls, Maze of Torment

96
Tier 1° · Rank 81°
Cover di GRANDI SUCCESSI
61°

GRANDI SUCCESSI (2026)

Mazzariello

Pop Indie Pop

GRANDI SUCCESSI è il terzo EP del giovane cantautore napoletano Mazzariello, pseudonimo di Antonio Mazzariello.

Un disco pop di impianto piuttosto canonico, con un paio di tracce dai ritornelli immediati e cantabili — che in certi passaggi richiamano le atmosfere di Achille Lauro — e una scrittura diretta, di chiara matrice indie.

La traccia più riuscita è senza dubbio MANIFESTAZIONE D'AMORE, con cui ha partecipato a Sanremo Giovani 2025, conquistandosi un posto tra i finalisti.

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giocoso rilassato

Miglior traccia: MANIFESTAZIONE D’AMORE

55
Tier 7° · Rank 362°
Cover di la ragazza che suonava il piano
62°

la ragazza che suonava il piano (2026)

Prima stanza a destra

Pop Dream Pop Elettropop

Un artista elusivo, di cui si sa pochissimo: giovanissimo, appena 22 anni, origini napoletane. Con La Ragazza Che Suonava il Piano — più un EP che un disco vero e proprio, data la lunghezza ridotta — Prima Stanza a Destra trascina dentro un mondo sonoro davvero particolare. Minimal nella sostanza, con produzioni scarne ma ricche di riferimenti, che si muovono tra elettronica, sonorità urban e acustica, con il pianoforte quasi onnipresente a fare da filo conduttore.

La voce, in falsetto continuo, si muove in un territorio ambiguo tra maschile e femminile — ricorda a tratti ThaSup, ma ripulita dagli eccessi di filtro — e contribuisce ad alimentare l'aura di mistero che circonda l'artista.

Sul piano dei testi, il disco esplora insicurezze, fragilità e relazioni con una scrittura volutamente semplice ma emotivamente efficace. Temi che sulla carta potrebbero sembrare territorio adolescenziale, ma che l’artista riesce a trattare con una sincerità tali da poter toccare chiunque, indipendentemente dall'età: “non so chi mi salverà dalle inquietudini che ho, non so chi mi salverà dalla paura.”

Un EP breve ma riuscitissimo, che lascia molta curiosità su quello che Prima Stanza a Destra potrà fare dopo.

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sognante

Miglior traccia: accanto a me

Hits: ho paura del futuro, 2 am, accanto a me

88
Tier 3° · Rank 173°
Cover di Trying Times
63°

Trying Times (2026)

James Blake

R&B Neo soul Alternative Rock Electronic Pop

La traccia di apertura — Walk Out Music — racchiude perfettamente l’essenza sonora del disco, sia in senso metaforico — un invito a uscire fuori dalla musica — sia in senso più concreto. Con questo settimo progetto, il polistrumentista londinese James Blake ci riporta alla sua multidimensionalità musicale, che attraversa e supera diversi confini.

È un lavoro che si muove tra R&B e un soul elettronico, arioso, in cui i synth si intrecciano a bassi di ispirazione club, talvolta vicini a certe produzioni rap contemporanee. Trying Times riesce a essere allo stesso tempo sensuale e oscuro — come nel singolo Death of Love, che richiama per certi versi le sonorità di The Weeknd — ma anche estremamente emotivo e delicato, come in I Had a Dream She Took My Hand, che sembra quasi un sussurro di vita.

Non mancano poi momenti “pop — come Make Something Up — o più spiccatamente sperimentali, di elettronica pura, come in Rest of Your Life. Sullo sfondo — ma non per questo meno centrale — si sviluppa una scrittura distesa, priva di inutili sovrastrutture, che affronta con naturalezza temi come la vita coniugale e il dolore: “You’re the life force, I would die for, be terrified for, simplify for, and stay alive for as we go through trying times.”

Un disco da ascoltare, profondo e ricercato, che difficilmente si lascia rinchiudere in un solo genere. Senza dubbio, uno di quelli che ricorderemo tra i più significativi del 2026.

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sognante riflessivo

Miglior traccia: Death of Love

Hits: Walk Out of Music, Death of Love, Doesn’t Just Happen, Through the High Wire

97
Tier 1° · Rank 71°
Cover di Gommapiuma
64°

Gommapiuma (2021)

Giorgio Poi

Pop Indie Pop Chamber Pop

Gommapiuma è il terzo disco ufficiale di Giorgio Poi. È un disco pienamente inserito nel solco dell’indie-pop classico, sia per sonorità sia per scrittura. Non c’è nulla di particolarmente sperimentale o fuori dall’ordinario, ma il progetto risulta comunque molto curato dal punto di vista del suono — interamente autoprodotto dallo stesso Poi, che si conferma anche un polistrumentista — e presenta alcune soluzioni melodiche davvero riuscite.

Tra tutte spiccano Rococò e Giorni Felici, che entrano senza dubbio nella lista delle migliori tracce dell’artista e, probabilmente, anche tra le più riuscite del genere indie-pop in generale.

I punti che potrebbero far storcere maggiormente il naso emergono invece quando la scrittura “scade” nell’uso di immagini troppo quotidiane, che rischiano un po’ di cringiare — come accade, ad esempio, in Supermercato.

Nel complesso, resta comunque un buon disco. Nota aggiuntiva: la copertina, minimal ma molto bella, è davvero top.

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rilassato sognante

Miglior traccia: Giorni Felici

Hits: Giorni Felici, Rococò

72
Tier 5° · Rank 267°
Cover di To Whom This May Concern
65°

To Whom This May Concern (2026)

Jill Scott

R&B Neo soul Funk

Dopo ben dieci anni dall’ultimo disco, Woman, Jill Scott torna con un lavoro estremamente riuscito, apprezzabile fin dai primi ascolti.

La forza del progetto risiede nella grande capacità dell’artista di spaziare tra sonorità diverse: dal funk al blues, fino a territori più propriamente R&B/soul, come in Offadaback, senza rinunciare a incursioni hip-hop che richiamano le sonorità d’oro del genere. È il caso di Norf Side e Ode to Nikki, brano in cui, in meno di tre minuti, troviamo una delle sue caratteristiche intro in spoken word accompagnata da un’ottima strofa di Ab-Soul.

Molto interessante anche la versione dance di Right Here Right Now, che riprende il sample di Strange Days, già utilizzato dai Fatboy Slim nel 1999. Funziona e convince anche il connubio con un rapper della “nuova generazione” come JID in To B Honest, capace di inserirsi con naturalezza nel sound del disco.

Tra i brani più riusciti da citare sicuramente Be Great, insieme al trombettista Trombone Shorty, sia per l’apprezzabile funk che per il ritornello catchy.

Nel complesso, questa grande varietà musicale — sempre però coerente e identitaria — unita alla voce “black”, sensuale e calda di Jill Scott, rende questo lavoro uno dei migliori del 2026.

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sensuale giocoso

Miglior traccia: Be Great

Hits: Be Great

91
Tier 2° · Rank 130°
Cover di Lunedì
66°

Lunedì (2026)

Tutti Fenomeni

Pop Indie Pop

Lunedì è il terzo disco di Tutti Fenomeni — all'anagrafe Giorgio Guarascio — cantautore romano classe 1996. Rispetto a lavori precedenti come il primo Merce Tenebre, è un disco più pop nelle sonorità, merito anche di una produzione affidata a Giorgio Poi — eccelsa, ovviamente. La scrittura, però, non perde un grammo della sua densità.

Giorgio sembra rivolgersi all'uomo comune, quello incastrato nella routine — lavoro, relazioni ripetitive, un lunedì che ne precede inevitabilmente un altro. E lo fa con un linguaggio che abita uno spazio preciso, a metà tra il retorico e il metaforico, a volte volutamente spiccio — “non ho paura dell'amore, ho paura dell'inflazione” — a volte sorprendentemente lirico — “il mio pensiero va, veloce come un elettrone in cerca di stabilità”. Un equilibrio non scontato, che funziona.
A tratti si avverte l'eco del Battiato di Arca di Noè e La Voce del Padrone — non solo nei testi, ma anche musicalmente, come nel brano Love Is Not Enough, che di quell'eredità porta qualcosa di riconoscibile senza mai scadere nell'imitazione.

Nel complesso, Lunedì è un gran bel disco, capace di catturare l'attenzione e di non mollare la presa.

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riflessivo giocoso

Miglior traccia: Morire vista mare

Hits: Morire vista mare, Mao, Love is Not Enough

85
Tier 3° · Rank 190°
Cover di The Romantic
67°

The Romantic (2026)

Bruno Mars

Pop Latin Contemporary R&B

Bruno Mars torna dopo dieci anni di assenza con The Romantic, e l'attesa rende il giudizio ancora più difficile da ammorbidire. Le premesse sonore erano ottime: il disco riprende le atmosfere Motown degli anni '60, a tratti mixate con sonorità latine che Mars non aveva fino ad ora esplorato. Sulla carta, un territorio fertile. Nella pratica, però, il disco fatica a mantenere la promessa - i momenti che lasciano davvero il segno sono pochi, e il resto scivola via senza imprimersi.
Le eccezioni ci sono e vanno riconosciute: “I Risk It All” è un classicone romantico la cui produzione - sospesa tra pop e musica portoricana - è magistrale. “Why You Wanna Fight” è un'altra ballad di rara pulizia. Ma due picchi non bastano a sostenere un disco intero, e The Romantic finisce per essere un ritorno contraddittorio: tecnicamente inappuntabile, emotivamente incompiuto.

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sensuale

Miglior traccia: Risk it All

Hits: Risk It All, Why You Wanna Fight

59
Tier 6° · Rank 346°
Cover di Agricolture
68°

Agricolture (2023) ✰

Agricolture

Metal Black Metal Blackgaze

Per qualcuno potrebbe sembrare rumore dall'inizio alla fine. La verità è che gli Agricolture - band post-black/blackgaze di Los Angeles - hanno saputo trasformare il rumore in estrema bellezza. Concettualmente si inseriscono in quel filone del black metal aperto dai francesi Alcest e reso popolare da quel gioiello dalla copertina rosa shocking che i Deafheaven pubblicarono nel 2013. Ma con questo disco d'esordio, gli Agricolture dimostrano di poter dire la loro in grande stile - e con una forza che lascia senza fiato.

Il disco si apre con The Glory of the Ocean, e il titolo è già tutto un programma: atmosfera rilassata, distesa, quasi un locus amoenus sonoro in cui ci si adagia senza resistenza. Ma quella pace viene demolita senza preavviso da un muro sonoro estremo, super distorto, con blast beat poderosi che travolgono come uno tsunami - esattamente come quella massa d'acqua che campeggia in copertina. E da lì non emergi più. Il disco è un susseguirsi di momenti estremi, catartici, estatici, che si abbattono uno dopo l'altro senza mai perdere in intensità.

Gran parte del disco è occupata da Look, brano diviso in tre parti, e anche qui gli Agricolture sanno sorprendere: dal giro di violino che piomba nella scena nel mezzo della Pt. 1 - un momento di bellezza quasi irreale - all'incipit devastante della Pt. 3, che riapre tutto con forza brutale. Chiude Relier, forse il brano più vicino al black metal classico dell'intero disco, un finale che riporta alle radici senza nulla togliere a quanto costruito prima.

Se con questo disco volevano presentarsi al mondo, beh - ci sono riusciti benissimo.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Look, Pt. 2

Hits: The Glory of the Ocean, Look Pt.2, Look Pt. 3

100
Tier 1° · Rank 17°
Cover di COLD 2 THE TOUCH
69°

COLD 2 THE TOUCH (2026)

Angel Du$t

Punk Hardcore Punk Alternative Rock

Cold 2 The Touch - sesto disco della band di Baltimora Angel Du$t - è uno schiaffo in faccia: saltellante, energico, in continua evoluzione tra sonorità hardcore punk e momenti più rockeggianti. Un disco compatto che scorre veloce, complici i soli 27 minuti di durata e un ritmo costantemente incalzante.

Eppure non manca di respiro: momenti più distesi e melodici come Jesus Head sanno quando prendersi il loro spazio, esplodendo solo sull'assolo finale con il tempismo giusto. Tra le chicche del disco, il finale di The Knife e la martellata conclusiva di The Beat, che chiude tutto con la forza che ci si aspetta.

Per certi versi, le sonorità potrebbero evocare i giapponesi Maximum The Hormone - ma ripuliti dalle parti metalcore e dagli extrabeat.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Cold 2 The Touch

Hits: Cold 2 The Touch, The Beat

87
Tier 3° · Rank 175°
Cover di Ca$ino
70°

Ca$ino (2026)

Baby Keem

Hip-Hop/Rap Trap

Ca$ino è il secondo progetto di Baby Keem, figlioccio artistico di Kendrick Lamar. Il talento di questo ragazzo è innegabile: il disco è autoprodotto e Keem dimostra una notevole capacità di muoversi su registri diversi — dai banger trap, costruiti sugli 808 ma arricchiti da sample e suoni insoliti, a pezzi più introspettivi e riflessivi. A tenere insieme il tutto c'è un filo conduttore sonoro preciso: i suoni da casinò, le slot machine, tornano ricorrenti lungo il disco, creando coesione e rimandando ai temi del denaro e del gioco d'azzardo che affiorano in diverse tracce.

Il flow e la delivery di Keem sono solidi in entrambi i mondi che abita, senza che nulla suoni fuori posto. Eppure Ca$ino non compie del tutto il salto che potrebbe. Il problema è duplice: da un lato una certa mancanza di originalità, dall'altro un'alternanza troppo brusca tra tracce frivole — “I just spent five million on a condo and don't be at home” — e momenti di vulnerabilità genuina — “too many alcoholics around when Grandma went to jail". Il contrasto potrebbe essere una forza, ma qui finisce per rendere il disco meno coeso di quanto il suo impianto prometta.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: Good Flirts

69
Tier 5° · Rank 294°
Cover di Desolation’s Flower
71°

Desolation’s Flower (2023)

Ragana

Metal Black Metal Doom Metal

Dopo diversi progetti autoprodotti, Desolation's Flower segna il primo disco sotto The Flenser per il duo black metal composto da Maria Stocke e Nicole Kurmina Gilson. In un genere storicamente a dominanza maschile, la presenza di due donne agli strumenti è già di per sé una rottura — e il disco lo conferma fin dai primi minuti. Quello che si avverte ascoltando Desolation's Flower è la sensazione di trovarsi davanti a un progetto che usa sì alcune componenti del black metal — i muri di chitarre fortemente distorte, le batterie incessanti — ma con l'obiettivo dichiarato di portarti altrove.

Le atmosfere sono cupe, i ritmi generalmente lenti, di ispirazione più doom che black, e lo scream trasuda disperazione pura. I riverberi e le distorsioni sono spinti all'estremo, al punto che certi passaggi sembrano provenire da una radio rotta — un effetto straniante e perfettamente coerente con lo spirito del disco. I momenti di grande impatto non mancano: dall'attacco della title track, che esplode dopo un inizio quasi post-rock, al crescendo della batteria nel finale di Woe, ogni picco emotivo è guadagnato.

Non è troppo azzardato il paragone con Sunbather dei Deafheaven — ma se lì dominava la luce, qui è l'ombra a fare da protagonista. Desolation's Flower è un disco magistrale.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: Woe

Hits: Desolation’s Flower, Woe

95
Tier 1° · Rank 88°
Cover di Sealed into None
72°

Sealed into None (2026)

Exxul

Metal Doom Metal Epic Metal Power Metal

Direttamente dall’undeground metal canadese, Sealed into None è il disco di esordio degli Exxul. E’ sicuramente un disco che avrà fatto saltare dalla sedia gli appassionati di un certo epic/doom metal in quanto riporta in vita una sonorità che forse andava di più a fine anni ‘80, primi anni ‘90 - stile Candlemass- e oggi si fatica a sentire.

Loro dimostrano che ancora oggi si può fare un disco (bello) di questo genere, avendo bene in mente i riferimenti cardine. Il disco è composto da sole 5 tracce, che si presentano come lunghe suite, con alternanza tra sonorità doom - più tetre e gelide - a momenti dove gli assoli di chitarra esplodono in vero epic metal.

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sognante misterioso

Miglior traccia: Blighted Deity

79
Tier 4° · Rank 228°
Cover di Do You Still Love Me?
73°

Do You Still Love Me? (2026)

Ella Mai

R&B Contemporary R&B

Do You Still Love Me? è il terzo disco della cantante londinese Ella Mai. Nonostante l’origine, suona come un disco R&B puramente americano. E’ un progetto concepito dopo una maternità e può essere considerato come una collezione di riflessioni intime personali.

Scrittura a parte, è un disco abbastanza discontinuo: ci sono dei momenti molti emotivi e intensi, dove la produzione si fa profonda e si miscela bene con la voce di Ella - come in 100, Might Just o la più “hip-hop” Bonus - ma anche tanti brani più “anonimi” e ripetitivi che possono rendere l’ascolto complessivamente noioso.

Forse con qualche traccia in meno e una durata più contenuta avrebbe reso di più. E’ un buon disco se si vuole ascoltare qualcosa di pacato, soft e tipicamente R&B.

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sensuale

Miglior traccia: 100

64
Tier 6° · Rank 323°
Cover di Gospel Music
74°

Gospel Music (2026)

Joel Ross

Jazz

Gospel Music è il quinto progetto ufficiale del vibrafonista americano Joel Ross. Il disco è una rappresentazione sonora della storia biblica e dell’esplorazione della fede.

Si possono identificare due anime ben distinte: una prima parte completamente strumentale, dove il vibrafono di Joel Ross è accompagnato “unicamente” dagli strumenti dei suoi compagni; una seconda parte dove subentrano anche voci e cori, non a dare origine ad una vera composizione “gospel” ma più per rafforzare la narrazione.

E’ un disco piuttosto lungo ma funziona molto bene come accompagnamento e sottofondo, mantenendo sempre un mood abbastanza disteso - specialmente nella seconda parte - senza eccessi.

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rilassato spirituale

Miglior traccia: Protoevangelium

70
Tier 5° · Rank 290°
Cover di A World Ablaze
75°

A World Ablaze (2026)

Nazghor

Metal Black Metal Melodic Black Metal

A World Ablaze è l’ottavo disco della band svedese Nazghor. E’ il lavoro di una band di nicchia, che celebra le proprie origini con un disco dedicato alla città di Uppsala.

Dal punto di vista musicale, ottimo lavoro: tutte i brani sono trainati da una batteria importante per esplodere verso la fine in riff di chitarra magistralmente eseguiti, rubati più al metal melodico che di vera ispirazione black. C’è infatti una trama melodica, creata propria dalle chitarre, che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il disco, facendo a volte quasi dimenticare il ritmo martellante della batteria sottostante.

Non è un progetto che sperimenta troppo e non c’è spazio a grosse contaminazioni, ma per come è suonato e prodotto risulta un disco godibile.

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misterioso trionfante

Miglior traccia: Baptized in Blood

80
Tier 4° · Rank 221°
Cover di a short history of decay
76°

a short history of decay (2026)

Nothing

Rock Alternative Rock Shoegaze Dream Pop

a short history of decay è il quinto disco ufficiale della band shoegaze americana Nothing. When I was young, life was easy: il disco si apre con questa semplice frase ma dal carattere universale, in cui molti di noi si possono rispecchiare. E questa idea di nostalgia, di rimpianto verso tempi in cui la vita scorreva diversamente e senza intoppi, si percepisce lungo tutto il disco.

E’ un progetto intimo, autobiografico, in cui il chitarrista e compositore principale Dominic Palermo racconta il suo “decadimento” emotivo, come dichiarato fin dal titolo. Musicalmente è un disco principalmente lento, con un rock soft e una voce quasi sussurrata, di rassegnazione, che però esplode in alcuni momenti più energici e prettamente shoegaze, come cannibal world o toothless coal per raggiungere il climax nelle ultime note di essential tremors.

E’ un buon progetto che richiede però diversi ascolti per essere compreso e assimilato.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: cannibal world

81
Tier 4° · Rank 220°
Cover di Carving the Causeway to the Otherworld
77°

Carving the Causeway to the Otherworld (2026)

Coscradh

Metal Death Metal Blackened Death Metal

La sensazione che si prova ascoltando questo secondo disco ufficiale dei Coscradh è quella di essere trascinati in un turbinio di malignità, con brani che nascono subito martellanti, con blast beat ripetuti, per poi esplodere i riff di chitarra “spiralici”. Il death metal da spazio a momenti e sonorità più propriamente “black”, che possono ricordare i Mayhem o in generale il black metal norvegese. La band narra di mitologia e spiritualità ispirata al mondo dell’Irlanda antica, e guida l’ascoltare verso il passaggio ad una realtà ultraterrena. Un buon disco blackened death metal che forse però si muove in un territorio già battuto, senza osare troppo nella sperimentazione.

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aggressivo spirituale

Miglior traccia: Adhradh De Ghoac

72
Tier 5° · Rank 264°
Cover di 154
78°

154 (1979)

Wire

Punk Post-Punk

Nella lista dei dischi “post-punk” da ascoltare almeno una volta nella vita, non può mancare 154 degli Wire. Pubblicato nel 1979, è il terzo capitolo della loro prima fase creativa e mostra una band che amplia il proprio linguaggio: chitarre sempre taglienti ma più atmosferiche, ritmiche dinamiche e arrangiamenti ricchi. Brani come “Map Ref. 41°N 93°W” hanno una spinta quasi propulsiva, mentre altri episodi giocano su tensione e stratificazione più prettamente punk. Rispetto ad altri dischi del genere può essere apprezzato da chi ricerca sonorità più vicine al rock tradizionale. E’ un disco che ha però bisogno di qualche ascolto aggiuntivo per poter cogliere tutti i dettagli e le sue sfumature.

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Miglior traccia: Map Ref 41 Degress

87
Tier 3° · Rank 176°
Cover di Entertainment!
79°

Entertainment! (1979)

Gang of Four

Punk Post-Punk

Siamo di fronte ad uno dei dischi fondamentali della scena post-punk britannica di fine anni ‘70. Pubblicato nel 1979, in piena ondata post-punk post-Sex Pistols, Entertainment! nasce in un’Inghilterra attraversata da tensioni sociali e all’inizio dell’era Thatcher.

La band di Leeds inserisce nel linguaggio punk un impianto teorico esplicitamente marxista, trasformando brani come Damaged Goods e At Home He’s a Tourist in piccole dissezioni del capitalismo e delle dinamiche di consumo. Lo spirito di ribellione si percepisce chiaramente, soprattutto nella parte vocale.

A livello sonoro può risultare però meno dirompente rispetto ad altri dischi coevi o affini - pensare ad esempio a Deceit dei This Heat, dove è più facile essere scossi da una sorta di “tensione sonora”. In Entertainment! tutto è più asciutto, più controllato. Se piace il post-punk puro, ribelle, con meno contaminazioni dal rock dell’epoca, è un disco che può piacere.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Ether

90
Tier 2° · Rank 147°
Cover di Love Is Not Enough
80°

Love Is Not Enough (2026)

Converge

Punk Hardcore Punk Metalcore Sludge Metal

Love Is Not Enough è l’undicesimo album della band metalcore americana Converge.

Il disco ruota attorno alla complessità delle relazioni umane e al dolore che spesso si intreccia con l’amore, come suggerisce già il titolo. Anche dal punto di vista musicale si può leggere una divisione abbastanza netta: nella prima parte dominano tracce più aggressive, radicate nello spirito hardcore punk e metalcore; mentre nelle ultime tre o quattro canzoni il disco cambia leggermente registro, diventando più intenso ed emotivo, con brani più dilatati pur mantenendo un impatto sonoro sempre molto duro.

È interessante vedere come tematiche così intime e fragili vengano affrontate attraverso sonorità tanto abrasive. Nel complesso, non si tratta di un lavoro che rivoluziona il genere — soprattutto nei momenti più strettamente metalcore, dove risulta forse meno originale — ma è un disco che lascia intuire un certo potenziale di crescita, capace di rivelarsi sempre di più con gli ascolti.

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euforico angosciante

Miglior traccia: Force Meets Presence

Hits: Make Me Forget You, Force Meets Presence

73
Tier 5° · Rank 259°
Cover di Alter Bridge
81°

Alter Bridge (2026)

Alter Bridge

Rock Hard Rock Heavy Metal

“Alter Bridge” è l’ottavo disco della band hard-rock Americana Alter Bridge. E’ un disco hard-rock/heavy metal “da manuale”: ottima tecnica, riff di chitarra potenti e una voce pulita che in alcuni casi non sfigurerebbe nemmeno in tracce power/epic metal. E’ un buon disco, con diverse tracce melodicamente piacevoli - sentire “Trust In Me” per capire il mood - e diversi momenti molto riusciti, come l’assolo finale incredibile di “Slave to Master”. Nel complesso non spicca troppo per originalità, proponendo una formula molto nota nel genere, ma rimane comunque un bell’uscita del 2026.

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trionfante

Miglior traccia: Trust In Me

Hits: Trust in Me, Slave to Master

71
Tier 5° · Rank 271°
Cover di 2014 Forest Hills Drive
82°

2014 Forest Hills Drive (2014)

J. Cole

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

Il titolo dice già tutto: 2014 Forest Hills Drive è l'indirizzo della casa dove J. Cole è cresciuto a Fayetteville, nella Carolina del Nord — quella in cui ha vissuto con la madre, il fratello e il patrigno, e che ha ricomprato nel 2014, lo stesso anno in cui ha pubblicato questo disco. Non è un dettaglio decorativo: è il punto di partenza di un album che guarda indietro per capire chi si è diventati.

Terzo disco in studio, generalmente considerato il suo più riuscito — anche se, ascoltandolo dopo The Fall Off, la sensazione è che Cole abbia continuato a crescere fino all'ultimo: più conscious, flow ancora più serrato, produzioni più ambiziose. Forest Hills Drive resta comunque un disco solido, forse il momento in cui l'equilibrio tra banger e riflessione funziona meglio.

Cole ha flow, tecnica e una delle penne più precise dell'hip-hop americano contemporaneo. Il suo modo di rappare ricorda Kendrick non per il suono — i due sono artisti distinti — ma per quell'approccio che sembra una riflessione continua, un flusso di coscienza che non si ferma mai. Le produzioni sono curate, con bassi spinti e qualche accenno trap che però non scivola nel plasticoso. E la scelta di non includere nessun featuring — una mossa dichiarata — dà al disco un'unità narrativa che molti album di quel periodo non hanno.

No Role Modelz e A Tale of 2 Citiez sono i pezzi dove quella tensione tra energia fisica e profondità lirica raggiunge il punto più alto. Due brani che da soli giustificano l'ascolto.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: No Role Modelz

Hits: G.O.M.D., A Tale of 2 Citiez, No Role Modelz

88
Tier 3° · Rank 169°
Cover di Fondazione Strada
83°

Fondazione Strada (2026)

Vacca & Inoki

Hip-Hop/Rap

Dopo il dissing ed essersi evitati per anni, Vacca e Inoki fanno pace e tornano con un joint album. Poteva “puzzare” di operazione commerciale e invece hanno realizzato un disco genuino, che sembra sentito e non costruito a tavolino. Ci sono anche delle idee abbastanza originali, come il pezzo sulla storia di Vacca cantato da Inoki e viceversa quello su Inoki cantato da Vacca. I punti di forza del disco sono sicuramente i testi, tutto sommato validi, che raccontano la loro storia nel contesto del rap. Ci sono però anche evidenti punti di debolezza che non fanno totalmente apprezzare il disco, a partire dalle produzioni che non osano e i flow un pò ripetitivi.

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trionfante riflessivo

Miglior traccia: Buste di Figu

66
Tier 6° · Rank 315°
Cover di Seychelles
84°

Seychelles (1976) ✰

Masayoshi Takanaka

Jazz Fusion City Pop Funk

Seychelles è il disco d'esordio di Masayoshi Takanaka, chitarrista giapponese che con questo lavoro ha contribuito a fondare la scena jazz fusion del suo paese. Un debutto che, rispetto al suo lavoro più celebrato — The Rainbow Goblins, considerato il suo capolavoro — ha un'anima più ibrida e disinvolta.

Il jazz c'è, ma non è sempre il fulcro. Alcune tracce virano decisamente verso il city pop, come Tokyo Reggie, che è a tutti gli effetti una hit del genere: ritmo, groove, immediatezza. Altre invece sorprendono per tutt'altra ragione: Oh! Tengo Suerte ha un'anima quasi sudamericana, qualcosa che non ti aspetti da un musicista giapponese degli anni Settanta, eppure funziona in modo del tutto naturale. È proprio questa leggerezza nell'attraversare i generi senza forzature una delle qualità principali del disco.

A tenere tutto insieme è la chitarra di Takanaka: melodica, pulita, mai eccessivamente virtuosistica. Non cerca di mettersi in mostra — si incastra nella produzione e diventa la linea melodica attorno a cui ruota tutto il resto. È un approccio meno concettuale rispetto a The Rainbow Goblins, pensato più per essere ascoltato liberamente che dall'inizio alla fine.

Il risultato è un disco dal mood rilassato ed estivo, perfetto per ascolti casuali. Accoppiata ideale? Le stradine interne di Asakusa in una giornata soleggiata di primavera, o una spiaggia di Okinawa. Difficile trovare colonna sonora più adatta.

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euforico rilassato

Miglior traccia: Tokyo Reggie

Hits: Tokyo Reggie

94
Tier 2° · Rank 98°
Cover di Violator
85°

Violator (1990) ✰

Depeche Mode

Pop Synth Pop Elettropop New Wave

Violator è il settimo album dei Depeche Mode, uscito nel 1990, e il disco che li consacra definitivamente come band di caratura mondiale. Ma è soprattutto il disco in cui fanno un salto qualitativo netto rispetto a tutto quello che avevano fatto prima — e il merito è in parte del produttore Flood, che li spinse esplicitamente a usare le chitarre. Personal Jesus nasce da un giro blues di chitarra, non da un sintetizzatore, e quella scelta dice già tutto sul cambio di direzione.

L'architettura del suono è stratificata e maniacale. Tutte le canzoni sono scritte da Martin Gore — Gahan è l'interprete, Gore è l'autore e l'architetto — e la produzione, curata da Flood insieme ad Alan Wilder, costruisce ogni brano su livelli sovrapposti: il basso fa da trama costante, quasi ipnotica, e sopra si stratificano texture elettroniche, chitarre, atmosfere che si muovono tra il sensuale e la tensione senza mai esplodere davvero.

World in My Eyes è forse l'esempio più sottile di questo approccio: il ritmo cambia, sembra preparare un ritornello che sta per arrivare — e invece non arriva mai, o meglio arriva solo strumentale, senza che la voce lo risolva. È una tensione lasciata appesa, e funziona benissimo.

Oltre alle hit immortali — Personal Jesus, Enjoy the Silence — quello che rende Violator un disco davvero grande è proprio questa capacità di tenere l'ascoltatore in sospeso senza mai cedere al facile. Un capolavoro che non invecchia.

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sensuale angosciante malinconico

Miglior traccia: World in My Eyes

Hits: World in My Eyes, Enjoy The Silence, Dangerous

98
Tier 1° · Rank 57°
Cover di Disintegration
86°

Disintegration (1989) ✰

The Cure

Rock Gothic Rock Dream Pop Alternative Rock Post-Punk

Disintegration è uno di quei dischi che non ti può lasciare indifferente. Ottavo album dei Cure, 1989, e il punto in cui Robert Smith decide deliberatamente di voltare le spalle al periodo pop della band — Kiss Me Kiss Me Kiss Me aveva portato successo commerciale, hit, videoclip allegri — e tornare a qualcosa di più oscuro e personale. Smith si avvicina ai trent'anni, attraversa una fase di depressione, e tutta quella pressione finisce dentro le canzoni.

Il risultato è un disco che mantiene una tensione perenne, quasi sospesa, senza mai esplodere davvero. Non ci sono assoli, non ci sono momenti che deflagrano. C'è invece una melodia di chitarra che attraversa tutto — abbozzata, quasi trattenuta, mai eccessiva — che non fa da protagonista ma tiene tutto insieme come un filo sottile. È quel tipo di melodia che non ti accorgi di seguire finché non ti rendi conto che sei completamente dentro il disco.

La seconda parte è dove questa formula tocca i suoi vertici. Fascination Street ha un groove basso e ipnotico che trascina senza fretta. The Same Deep Water as You e Homesick sono tracce di una intensità emotiva quasi difficile da descrivere — sognanti ma pesanti, come stare sott'acqua con gli occhi aperti.

Il dettaglio più curioso è che la band ha raccontato di sessioni di registrazione tutt'altro che depresse — anzi, abbastanza sbarazzine. Eppure il disco suona come se ogni nota fosse costata qualcosa. Un capolavoro che cresce ad ogni ascolto.

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malinconico sognante angosciante

Miglior traccia: The Same Deep Water As You

Hits: Fascination Street, Prayers for Rain, The Same Deep Water As you, Pictures of You, Disintegration

100
Tier 1° · Rank 1°
Cover di SHAYTAN
87°

SHAYTAN (2026)

Melons & Sick Lucke

Hip-Hop/Rap Trap

Shaytan è un mixtape trap nato dalla collaborazione del rapper Melons con Sick Luke. Il marchio di fabbrica di Sick Luke è ben riconoscibile ma qui non troviamo proprio le sue migliori produzioni.

Il timbro graffiato di Melons è interessante - può ricordare Disme - ma flow e scrittura ancora molto acerbe. Un mixtape a cui difficilmente si concedono più ascolti.

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aggressivo

Miglior traccia: MARTELLARE

50
Tier 7° · Rank 373°
Cover di DREAMCRUSH
88°

DREAMCRUSH (2026)

MOL

Metal Post-Metal Blackgaze

“DREAMCRUSH” è il terzo disco della band blackgaze danese “MOL”. E’ un disco dalle sonorità molto eterogenee: parti melodiche, atmosfere sognanti alternate a momenti più carichi e vigorosi. Si sente moltissimo l’ispirazione “Deafheaven” e in particolare dei loro dischi più prettamente “shoegaze”. Non troviamo solo scream ma anche tante parti vocali pulite e in generale una componente “black” molto ridotta - in alcune tracce quasi assente. In termini di contenuto, non è un disco immediato: i testi sono evocativi, parlano per immagini e metafore, affrontando temi quali la resilienza, il confronto con se stessi e l’idea del sogno come apertura di possibilità ma anche di tensione. Nel complesso è un ottimo disco, più immediato rispetto a molte uscite blackgaze e post-black metal, grazie alla sua componente melodica più evidente. Probabilmente però può essere meno apprezzato da un pubblico più affine al black-metal “puro”. Il disco contiene comunque dei momenti davvero riusciti - come “Hud”, “Sma Forlis” o la super sognante “Favour”. Una cosa è certa: ci sono tutti i presupposti per sentire un grandissimo progetto da questo band danese nei prossimi anni.

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sognante aggressivo

Miglior traccia: Hud

Hits: Hud, Sma Forlis

84
Tier 4° · Rank 204°
Cover di The Mantle
89°

The Mantle (2002) ✰

Agalloch

Metal Black Metal Folk Metal Post-Metal Folk Black Metal

The Mantle è uno di quei dischi che quando lo ascolti, ti chiedi: cosa sto sentendo? È uno di quei dischi che trascendono davvero il genere.
Riduttivo definirlo semplicemente black metal: le componenti black ci sono, ma non sono il fulcro assoluto. Allo stesso tempo, non è nemmeno un disco folk in senso tradizionale. È un progetto dal respiro amplissimo, che si prende tutto il tempo necessario per costruire il proprio mondo sonoro e trascinarti dentro il suo concept. E’ un disco profondamente immersivo: ti porta in paesaggi desolati, in scenari naturali immensi, dove la presenza della natura è quasi fisica. C’è una dimensione contemplativa, malinconica, che va oltre la semplice etichetta metal.

Musicalmente, la chitarra acustica è centrale: crea quel ponte fondamentale tra le atmosfere folk e le esplosioni più marcatamente black e post-metal. È proprio questo equilibrio a rendere il disco così potente. Non punta sull’aggressività gratuita, ma sulla costruzione emotiva, sull’atmosfera, sulla profondità. E riesce a tenere tutto insieme grazie ad un uso sapiente di suoni ambientali, creando una esperienza di ascolto totalizzante.

È un album fondamentale perché ha dimostrato che il metal può andare oltre i suoi confini più rigidi. Che può essere evocativo, cinematografico, quasi spirituale. Richiede diversi ascolti per essere assimilato pienamente, ma ne vale assolutamente la pena. Magari per gli amanti del suono più duro e black, non è il disco della vita ma è anche grazie a un lavoro come questo che negli anni successivi è esplosa una scena blackgaze e black atmosferico di altissimo livello, con realtà come Wolves in the Throne Room, Alcest e Deafheaven che hanno raccolto e sviluppato quell’eredità. Un disco che non si limita a stare dentro un genere: lo espande.

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malinconico spirituale angosciante

Miglior traccia: Odal

95
Tier 2° · Rank 93°
Cover di The Fall-Off
90°

The Fall-Off (2026)

J. Cole

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

“The Fall-Off” è il settimo album in studio del rapper americano J.Cole. E’ un disco su cui l’artista ha creato molto hype per diverso tempo, definendolo come la sua opera magna e probabilmente come la chiusura della sua carriera. Come spesso accade per i progetti attesi a lungo, qualcuno è rimasto deluso e qualcuno invece è saltato dalla sedia. Sicuramente non si può negare il fatto che è un disco ben costruito, pensato e molto vario.

Il progetto è diviso in due parti, metaforicamente chiamate disco 29 e disco 39. Il disco 29 dovrebbe rappresentare un salto nel passato, dove J.Cole ripercorre eventi della sua vita giovanile, e lo fa adottando anche un approccio molto diretto. E’ una parte colma di hit, di banger da club, con produzioni catchy - spesso orientati alla “trap” - e un flow a mitraglia, anche se per qualche fan di vecchia data potrebbe risultare ridondante rispetto alla discografia del rapper.

La seconda parte è invece molto più introspettiva e matura. Anche qui però le produzioni rimangono impeccabili, le parole di J.Cole scorrono piacevolmente sulle basi e c’è spazio anche per qualche momento molto originale, come l’immaginare un dialogo tra 2Pac e Biggie nel brano “What if”.

Un gran punto di forza del disco sono i beat switch: nonostante sia una tecnica ormai rodata, in questo disco ci sono degli ottimi beat switch, per nulla scontati, che impreziosiscono notevolmente il sound. A parte la lunghezza - 24 brani in totale - che potrebbe spaventare l’ascoltatore non avvezzo al genere, è difficile criticare questo progetto. Sicuramente rientrerà nei migliori dischi consegnati dal 2026.

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riflessivo trionfante

Miglior traccia: 39 Intro

Hits: Bombs In The Village, 39 Intro, What if, WHO THE FUCK IZ U

96
Tier 1° · Rank 74°
Cover di CLAN DESTINO
91°

CLAN DESTINO (2026)

J. Lord

Hip-Hop/Rap Gangsta Rap Trap

Ne più ne meno di moltissimi altri dischi trap/gangsta rap che si sentono attualmente. Un peccato perché a fare rap in napoletano è fortissimo e ha una voce molto distinguibile. Ma la scelta del suono è veramente troppo banale, trita e ritrita.

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aggressivo

Miglior traccia: CRIMINALE

43
Tier 8° · Rank 380°
Cover di CHE ME NE FACCIO DEL TEMPO
92°

CHE ME NE FACCIO DEL TEMPO (2026)

Mara Sattei

Pop Urban

Ai tempi delle famose Registrazioni , Mara Sattei era una novità vera nel panorama pop/rap italiano: aveva un flow riconoscibile, un modo di stare sul beat e di alternare rap e canto che la distingueva nettamente dalla scena rap femminile di quel periodo. Funzionava tutto, e funzionava alla grande. Anche – e forse soprattutto – grazie alle produzioni del fratello Thasup, che non solo costruiva un suono fresco e personale, ma la influenzava positivamente anche nel modo di incastrare le parole.

Con Universo, il suo primo disco ufficiale, quello status lo aveva mantenuto solo a metà. In diverse tracce aveva già abbandonato quell’approccio più ibrido, più “suo”. Però c’erano ancora elementi delle Registrazioni che facevano innamorare: certe soluzioni melodiche che ricreava con la sua voce, certe metriche e flow. In questo nuovo disco, invece, quegli elementi sono praticamente spariti - l’unico brano in cui vive ancora quello spirito è niagara. Il suono si è appiattito, si è omologato ad un pop più immediato. Anche se dietro alle produzioni c’è ancora Thasup, il risultato finale suona molto più standardizzato, molto più vicino al mainstream italiano.

Anche se lato testi può aver fatto un passo in avanti, con una scrittura più diretta, comprensibile e personale - vedi il pezzo sulla madre - Mara ormai sembra una delle tante cantanti pop, e questo è il problema più grande: ha perso quella specificità che la rendeva diversa. Il talento c’è, e si sente. Ma oggi sembra incanalato in una direzione molto più sicura, molto meno rischiosa — e decisamente meno interessante.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: niagara

47
Tier 8° · Rank 375°
Cover di Quando meno me lo aspetto
93°

Quando meno me lo aspetto (2026)

Tiromancino

Pop

“Quando meno me lo aspetto” è il quattordicesimo disco dei Tiromancino. E’ un disco molto personale, che parla di momenti anche molto pesanti e tristi, vissuti, suppongo, in prima persona da Federico Zampaglione. Non è un disco pop “allegro”, è un disco molto emotivo, relativamente lento, con produzioni soft e una scrittura giustamente matura. Il difetto principale sono delle strumentali molto scarne, che non esaltano la voce di Federico e rendendo l’ascolto abbastanza “standard” per un disco pop.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Il cielo

56
Tier 7° · Rank 359°
Cover di Follow the Reaper
94°

Follow the Reaper (2000) ✰

Children of Bodom

Metal Death Metal Melodic Death Metal

Follow the Reaper è il terzo album in studio dei Children of Bodom, band finlandese, uscito nel 2000. È considerato da molti — critica inclusa — il loro disco migliore, per l'equilibrio trovato tra aggressività death metal e melodie di ispirazione power metal. Un equilibrio che all'epoca non era scontato, e che ha contribuito a definire il suono melodeath nei primi anni 2000 insieme al resto della produzione della band.

Il disco non è tra le mie prime scelte in ambito metal, ma sarebbe disonesto non riconoscerne il valore. L'epicità di certe melodie è difficile da ignorare: la title track e Kissing the Shadows sono l'esempio più diretto — riff che ti agganciano quasi subito, con una facilità che non è semplicismo ma costruzione. A rendere tutto più stratificato ci pensano assoli e tastiere impeccabili, che aggiungono una dimensione quasi cinematografica al suono senza mai appesantirlo.

È un disco che ha segnato una fase precisa del metal estremo — uno di quei lavori che si riconoscono come pietre miliari anche quando magari non sono esattamente nelle tue corde.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Kissing The Shadows

Hits: Follow the Reaper, Kissing the Shadows

85
Tier 3° · Rank 197°
Cover di Deceit
95°

Deceit (1981) ✰

This Heat

Punk Post-Punk Experimental Rock Progressive Rock

Deceit è il secondo e ultimo disco dei This Heat, band londinese attiva a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, ed è considerato uno dei lavori fondativi del post-punk sperimentale. Uscito nel 1981, è un disco che suona come se qualcuno avesse preso il punk, l'avanguardia, il krautrock e l'industrial, li avesse fatti a pezzi e rimontati secondo una logica tutta propria.

Il principio costruttivo del disco è letteralmente il collage: molte tracce nascono dalla manipolazione meccanica di nastri, da frammenti sonori sovrapposti, da ritmi spezzati e riassemblati. Paper Hats ne è l'esempio più immediato — a circa due minuti il brano cambia completamente pelle, i suoni ambientali irrompono, le percussioni si frantumano in qualcosa di difficile da classificare, e prima che tu abbia capito cosa sta succedendo sei già altrove. Non è una trovata: è una tecnica che attraversa l'intero disco. E non è un caso che anche la copertina funzioni allo stesso modo — è un montaggio costruito con ritagli di un opuscolo governativo britannico sulla sopravvivenza nucleare, assemblati a formare una maschera. Il collage visivo e quello sonoro sono la stessa cosa.

La batteria di Charles Hayward è il fulcro ritmico di tutto: in A New Kind of Water diventa la vera protagonista, con ritmi punk frammentati e ossessivi che trascinano il brano in avanti come una locomotiva fuori controllo. Il resto del gruppo costruisce attorno — chitarre, nastri, voci corali — ma è la batteria che tiene insieme i pezzi.

Dal punto di vista lirico, il disco è un documento della sua epoca: la Guerra Fredda, la paura nucleare, la critica alla manipolazione politica delle masse. Non è un disco confortante, né vuole esserlo.

Nel panorama post-punk, Deceit occupa uno spazio molto preciso: più sperimentale e destrutturato di 154 dei Wire, più costruito e concettuale di Entertainment! dei Gang of Four.

È il punto in cui il genere smette di fare i conti con il rock e comincia a fare i conti con qualcosa di più difficile da nominare. Un disco da cui partire — e da cui è difficile tornare indietro.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Cenotaph

Hits: Cenotaph, A New Kind of Water

96
Tier 1° · Rank 78°
Cover di Liturgy of Death
96°

Liturgy of Death (2026)

Mayhem

Metal Black Metal

I padri del Black Metal tornano con il loro settimo disco, “Liturgy of Death”, una sorte di concept album sulla morte. Lo stile è quello a cui la band ha abituato i fan da tempo: tecnica, riff articolati e batteria pesante e martellante. Forse un pò troppo “hi-fi” rispetto allo standard del black metal. Alla voce, Attila regala una buona performance vocale, con scream profondi e potenti. Particolarmente interessante è la chiusura della traccia finale che, con l’incursione di tamburi, ti proietta immediatamente in una specie di rito tribale - in generale lungo tutto il disco ci sono suoni “sciamanici” che evocano una atmosfera rituale. Difficilmente rientrerà nei migliori dischi del 2026, ma rimane comunque un progetto apprezzabile, non solo per il fatto che arriva da una band gigante del genere.

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spirituale aggressivo misterioso

Miglior traccia: The Sentence of Absolution

77
Tier 4° · Rank 238°
Cover di Eon of Obscenity
97°

Eon of Obscenity (2026)

Stabbing

Metal Brutal Death Metal Death Metal

E’ Incredibile pensare che la voce di questa band super brutale del Texas sia una donna, Bridget Lynch, che regala qui una performance vocale pazzesca per il genere. “Eon of Obscenity” è un ottimo disco death metal, con tutti gli elementi richiesti dal genere: aggressivo, brutale, violento in ogni sua parte. Stupire nel death metal non è facile, ma qui la band texana riesce ad inserire alcuni micro elementi - assoli accennati, ritmi sincopati, growl “animaleschi” che richiamano i Deicide dei tempi d’oro - che ti “agganciano” e rendono l’ascolto “piacevole”. Le 11 tracce del progetto sono tutte abbastanza brevi, contribuendo a creare una esperienza di ascolto che si consuma velocemente, senza portare a percepire una eccessiva pesantezza che un genere come questo può generare. In conclusione un ottimo disco per gli amanti del metal estremo.

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aggressivo

Miglior traccia: Symphony of Absurdity

Hits: Symphony of Absurdity

90
Tier 2° · Rank 137°
Cover di Megadeth
98°

Megadeth (2026)

Megadeth

Metal Thrash Metal Hard Rock

Stiamo parlando di una band gigantesca, che ha scritto la storia del Trash Metal. Questo è il loro ultimo disco e non si può dire che non escono in grande stile. L’album nel complesso suona bene ma è forse è più un’operazione nostalgia che altro. Un disco per i fan storici che però nel contesto del metal attuale fondamentalmente non aggiunge nulla. Carino il remake di “Ride The Lightning” dei Metallica, che però sottolinea quanto Mustaine rivendica un pò di meriti sul successo della band, di cui ha fatto parto per un periodo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Made to Kill

62
Tier 6° · Rank 330°
Cover di Anche Gli Eroi Muoiono
99°

Anche Gli Eroi Muoiono (2026)

Kid Yugi

Hip-Hop/Rap Horrorcore

“Anche gli Eroi Muoiono” è il terzo disco in studio del rapper pugliese Kid Yugi. Il suo album precedente, i “Nomi del Diavolo”, è stato il disco che ha accesso definitivamente la curiosità su Kid Yugi, che si è imposto come uno dei pochi della nuova scena rap giovanile con grandi capacità di scrittura, in un panorama dominato dalla drill e dalla trap. Purtroppo in questo nuovo disco c’è poca evoluzione, sia sul piano della composizione musicale sia su quello lirico. Fa il suo, lo fa abbastanza bene, ma non spicca. Ripropone sostanzialmente quanto aveva già fatto con il disco precedente.
Il concept dovrebbe essere quello di raccontare disilusioni e fragilità che colpiscono anche gli “eroi” o comunque le persone di successo, quindi con evidenti autocitazioni. Il tema del successo è un tema enormemente abusato nel rap. Kid Yugi ha sicuramente dalla sua parte una grande capacità di scrittura, con numerose citazioni sia letterarie che alla cultura popolare, ma spesso sembrano più fine a se stesse che al servizio della narrazione vera e propria. Anche nelle produzioni non ci sono elementi di vera originalità e non emerge un sound “Kid Yugi”: le strumentali potrebbero essere tranquillamente utilizzate da qualsiasi altro rapper della scena attuale. Rimane quindi un disco sufficiente ma non aggiunge molto valore alla sua discografia.

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aggressivo giocoso

Miglior traccia: Gilgamesh

60
Tier 6° · Rank 337°
Cover di Cipriani
100°

Cipriani (2026)

Lacrim

Hip-Hop/Rap Trap

Cipriani è il disco “italiano” del rapper francese Lacrim, nato con la collaborazione di quasi tutti i pezzi forti del rap italiano mainstream del momento. Se questo disco fosse uscito nel 2019, nel pieno del periodo “trap”, avrebbe avuto un senso. Oggi, un disco come Cipriani ha invece molto meno senso.

Non ci sono produzioni trap che spiccano o che sappiano distinguersi da quello che già si sente nel genere. Gli ospiti fanno la loro strofetta, con i soliti testi autocelebrativi o gangsta. Lacrim è anche bravo, avendo un timbro aggressivo molto riconoscibile ma meglio ricordarlo per il suo disco omonimo del 2019 che per questo.

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trionfante aggressivo

Miglior traccia: Amori Stupidi

38
Tier 8° · Rank 388°