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Anno: fino al 2025

Anno
Punteggio minimo: 28
28100
Azzera

341 album trovati

Cover di Pixel
101°

Pixel (2025)

Ele A

Hip-Hop/Rap

Pixel è il debutto ufficiale della rapper svizzera Ele A. Si era già fatta conoscere nella scena rap italiana grazie a numerose collaborazioni. Qui conferma di avere flow e delivery solidi. Rappa con sicurezza e naturalezza, magari ancora un po’ monoflow e acerba in alcuni passaggi ma la base è decisamente forte.

Molto apprezzabile anche la scelta di evitare i soliti cliché legati alla figura della rapper donna, puntando invece su temi più personali e autentici.

Le produzioni sono curate — bassi profondi, qualche sonorità trap o più hip-hop classica — e mai plasticose, con un Night Skinny sorprendentemente più ispirato del solito. Anche i featuring funzionano bene, scelti con criterio e inseriti nel modo giusto — quello con Colapesce spicca su tutti.

In sintesi, un debutto fresco, sincero e con ottime prospettive.

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rilassato

Miglior traccia: Quintale

70
Tier 5° · Rank 313°
Cover di MA IO SONO FUOCO
102°

MA IO SONO FUOCO (2025)

Annalisa

Pop Elettropop Synth Pop

Ma Io Sono Fuoco di Annalisa convince poco. È quel tipo di pop elettro-synth che vorrebbe suonare moderno ma finisce per sembrare tutto uguale a se stesso: produzioni riciclate, brani con poca evoluzione, strutture che si ripetono senza sorprese.

Sui testi c'è poco da aggiungere — non è che il pop debba necessariamente essere profondo o parlare di chissà che, ma quando manca anche un tessuto musicale che elevi il tutto, il risultato è inevitabilmente banale.

Un album piatto e prevedibile, senza un'idea che lasci davvero il segno.

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Miglior traccia: Esibizionista

39
Tier 8° · Rank 413°
Cover di Breach
103°

Breach (2025)

twenty one pilots

Rock Alternative Rock Pop Rock Alternative Rap

Breach è l’ottavo disco ufficiale del duo twenty one pilots: un lavoro solido, con grande cura e attenzione ai dettagli nella produzione.

Diversi brani presentano evoluzioni interessanti, e le parti più “rappate” funzionano bene, aggiungendo varietà al sound. La commistione tra rap, pop e alternative rock — con qualche incursione nell’elettronica — resta la loro cifra stilistica più riconoscibile.

Nel complesso è un disco coeso e ispirato. Forse la prima parte, fino a Robot Voices, risulta più efficace dal punto di vista melodico rispetto alla seconda. Robot Voices, tra l’altro, è davvero una hit pazzesca.

Un buon lavoro.

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giocoso rilassato trionfante

Miglior traccia: Robot Voices

Hits: Robot Voices, City Walls, Drum Show

77
Tier 4° · Rank 250°
Cover di Control
104°

Control (1986) ✰

Janet Jackson

R&B Pop Contemporary R&B

Control è il disco con cui Janet Jackson si prende la scena — licenzia il padre manager, si reinventa, e con Jimmy Jam e Terry Lewis costruisce quello che diventerà uno dei riferimenti dell'R&B anni '80.

Il problema, ascoltandolo oggi, è che le produzioni non sono sempre all'altezza. Quando funzionano, funzionano davvero: la title track Control ha un groove che ricorda Wanna Be Startin' Somethin' di Michael Jackson — datato quanto vuoi, ma evocativo, e ci sta tutto. Nasty conserva ancora un certo nerbo. Ma sono momenti isolati in un disco che altrove scivola via senza lasciare il segno, con produzioni che non hanno retto il tempo con la stessa efficacia.

Riconoscerne l'importanza storica è doveroso — ha aperto una strada enorme per l'R&B e per l'autonomia artistica femminile nel pop. Ma importanza storica e piacere d'ascolto non sempre coincidono, e questo è uno di quei casi.

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sensuale trionfante

Miglior traccia: When I Think Of You

67
Tier 6° · Rank 328°
Cover di Atomizer
105°

Atomizer (1986) ✰

Big Black

Rock Noise Rock Post-hardcore

Ci sono band che fanno rumore per fare rumore. I Big Black no — il caos sonoro di Atomizer ha una direzione precisa, quasi giornalistica: cronaca nera, periferia americana, violenza ordinaria.

Kerosene è la storia di un ragazzo di provincia che si dà fuoco per noia, Jordan, Minnesota è ispirata a uno scandalo reale di abusi su minori. Steve Albini — chitarrista, vocalist, e già allora ingegnere del suono destinato a plasmare il suono di Surfer Rosa e In Utero — non provoca per il gusto di farlo. Descrive, e la descrizione è devastante.

Il suono è altrettanto spietato. Chitarre cariche di feedback, basso massiccio, e al posto della batteria c'è una Roland TR-606 che Albini accredita come membro ufficiale della band nei liner notes — "Roland" — perché non è una scelta pratica, è una scelta concettuale. Quella meccanicità fredda e implacabile è parte integrante del messaggio.

Kerosene è il centro di gravità del disco. L'intro è una ripetizione ritmica quasi ipnotica, metallica, che suona come un motore acceso che non parte mai — gira, torna su se stesso, accumula tensione senza scaricarla. È uno dei riff più ossessivi degli anni '80, e quando il pezzo finalmente esplode, la sensazione è quella di qualcosa di inevitabile.

Breve, abrasivo, senza compromessi: Atomizer è uno di quei dischi che capisci subito che non è fatto per piacerti, ma che non riesci a smettere di ascoltare.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Kerosen

Hits: Kerosene

81
Tier 4° · Rank 231°
Cover di Just Keep Eating
106°

Just Keep Eating (1986) ✰

Scratch Acid

Rock Noise Rock

Gli Scratch Acid sono una di quelle band che non fondano un genere dal nulla, ma lo spingono in una direzione che nessuno aveva ancora esplorato fino in fondo. Siamo nel 1986, il noise rock americano esiste già — Sonic Youth, Swans, Big Black — ma Just Keep Eating, unico album in studio della band di Austin, ha qualcosa di diverso, di più viscerale e destabilizzante.

Il suono è caotico e abrasivo: linee di basso ossessive, chitarre taglienti, e una sezione ritmica che non concede respiro. Ma il dettaglio che rende il disco davvero peculiare è la voce di David Yow — uno dei frontman più fisici e disturbanti della scena — che sembra provenire da una stanza lontana, come se stesse urlando da dietro un muro. Non è in primo piano, non domina il mix: galleggia sul caos, il che la rende ancora più inquietante. Cheese Plug è forse l'esempio più immediato: l'apertura distorta ti prepara all'impatto, ma quando entra la voce capisci che il disco non ha nessuna intenzione di metterti a tuo agio.

Breve ma denso, Just Keep Eating è un disco da conoscere anche solo per capire dove affondano le radici del rock più viscerale degli anni '90. Non è un caso che Yow e il bassista David Wm. Sims abbiano formato i The Jesus Lizard subito dopo — e che quella band sia diventata uno dei punti di riferimento dell'alternative rock americano.

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angosciante aggressivo

Miglior traccia: Cheese Plug

Hits: Cheese Plug

93
Tier 2° · Rank 115°
Cover di Aurora Popolare
107°

Aurora Popolare (2025)

Ministri

Rock Alternative Rock

La voce di un cantante può fare la differenza tra un buon disco e un disco che rimane. E nel caso di Aurora Popolare, ottavo album in studio dei Ministri, è proprio lì che qualcosa non convince del tutto.

La band propone un rock leggero con ritornelli melodici e quasi pop che entrano in testa facilmente, e i testi sono diretti e attuali, capaci di centrare il bersaglio — Ma le persone mica lo sanno come stanno / mica lo sanno dove trovano il coraggio / per fare un figlio e poi proteggerlo dal peggio.

Il problema è che certi testi chiedono una voce che li sostenga con peso e convinzione, e quella del cantante — pulita, tecnicamente valida — manca della corposità e dell'espressività necessarie per farli davvero atterrare. Il disco scorre piacevolmente, ma resta in superficie.

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rilassato riflessivo

Miglior traccia: Terre Promesse

Hits: Terre Promesse

62
Tier 6° · Rank 347°
Cover di Tales of Othertime
108°

Tales of Othertime (2021)

Stormkeep

Metal Black Metal Melodic Black Metal

Gli Stormkeep sono ancora una band poco conosciuta, e Tales of Othertime è il loro primo album in studio — arriva dopo l'EP Galdrum, che aveva già fatto intuire il potenziale, e conferma che il potenziale era reale.

Il sound è una fusione tra il black metal norvegese e il power metal: violento e potente da un lato, epico e monumentale dall'altro. Un ibrido che sulla carta potrebbe sembrare forzato e invece funziona, perché gli Stormkeep riescono a tenere i due mondi in equilibrio senza che nessuno dei due prevalga in modo stonato. Il risultato evoca atmosfere medievali e fantasy con una coerenza di visione rara per un debutto — il disco costruisce un mondo sonoro preciso, e ci si entra dentro.

Il momento che riassume meglio questa forza è The Seer: un brano monumentale, che concentra tutto quello che la band sa fare e lo porta al massimo della potenza. È il tipo di traccia che giustifica da sola l'ascolto dell'intero album. L'unica riserva riguarda l'uso di tastiere e synth, che in certi passaggi suonano un po' artificiosi. È un difetto minore, ma in un disco così curato si nota.

Resta comunque un debutto notevole, mixato in modo eccellente. Una band da seguire.

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trionfante misterioso

Miglior traccia: The Seer

Hits: The Seer

91
Tier 2° · Rank 126°
Cover di Revolver
109°

Revolver (1966) ✰

The Beatles

Rock Pop Rock Psychedelic Rock Beat

La discografia dei Beatles è ricchissima, ma tra tutti i loro dischi ce ne sono alcuni che meritano attenzione particolare perché si collocano in momenti chiave del loro percorso artistico. Revolver è sicuramente uno di questi.

ll disco presenta un suono decisamente meno pop rispetto ai lavori precedenti: gli arrangiamenti si fanno più elaborati, con influenze orchestrali, venature psichedeliche e incursioni nelle sonorità orientali. Brani come Eleanor Rigby e Tomorrow Never Knows mostrano un coraggio artistico raro per l'epoca.

Per chi ama le sonorità più sperimentali, Revolver potrebbe rivelarsi più interessante rispetto a lavori spesso più celebrati della band, come Abbey Road.

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malinconico sognante misterioso

Miglior traccia: Eleanor Rigby

Hits: Eleanor Rigby, Yellow Submarine

89
Tier 3° · Rank 165°
Cover di PORTANDO IL PESO
110°

PORTANDO IL PESO (2025)

Visino Bianco

Hip-Hop/Rap Trap Hood Trap

Visino Bianco è uno dei nomi della nuovissima scena da tenere sott’occhio, e questo EP, PORTANDO IL PESO — pur nella sua brevità — lo conferma.

Lo stile è interessante, anche se non completamente originale: si sentono influenze abbastanza evidenti, da Simba La Rue per certe sonorità più hood, fino a qualcosa di Artie 5ive.

Detto questo, il progetto suona comunque molto bene, forse anche oltre le aspettative per un EP. Il sound si muove su coordinate trap/hood, con atmosfere cupe, corpose e notturne.

I testi sono molto espliciti, portati con un flow quasi “nevrotico”, che trasmette bene una sensazione di tensione e follia interna.

Tra i momenti migliori, il featuring con 18K, scapigliato, decisamente riuscito.

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trionfante angosciante euforico

Miglior traccia: scapigliato

Hits: scapigliato, oooo

75
Tier 4° · Rank 268°
Cover di Soli E Disperati Nel Mare Meraviglioso
111°

Soli E Disperati Nel Mare Meraviglioso (2025)

Tropico

Pop Canzone Napoletana

Alcuni dischi entrano nel crate in silenzio. Il voto parla da sè.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: A Vita Pe Me

33
Tier 8° · Rank 420°
Cover di Blackbraid III
112°

Blackbraid III (2025)

Blackbraid

Metal Black Metal Folk Black Metal

Blackbraid III è il terzo capitolo della omonima one-man band, un ottimo esempio di black metal americano fortemente influenzato dalla scuola norvegese — in particolare da Immortal e Satyricon, e dalla corrente più atmosferica del genere.

Accanto a queste radici, emergono interessanti contaminazioni folk: l'artista, di origini native americane, integra elementi legati alla cultura indigena, arricchendo il sound con strumenti inusuali per il black metal, come il flauto.

Un risultato affascinante e riuscito.

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Miglior traccia: God of Black Blood

Hits: God of Black Blood

81
Tier 4° · Rank 230°
Cover di Higanbana
113°

Higanbana (2025)

Sundrowned

Metal Post-Metal Shoegaze

Higanbana è il debutto di una band norvegese quasi sconosciuta, i Sundrowned. È un solido album post-metal che intreccia accenni black con elementi screamo e passaggi più ruvidi, senza rinunciare a sfumature shoegaze.

Pur soffrendo di una certa omogeneità sonora e di strutture talvolta ripetitive, la durata contenuta (40 minuti) rende l’ascolto complessivamente scorrevole. Il titolo rimanda al fiore giapponese che annuncia l’autunno, simbolo di cambiamento e del ciclo della vita, tema che attraversa l’intero disco.

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sognante rilassato

Miglior traccia: The Seed

71
Tier 5° · Rank 294°
Cover di Uomo Donna
114°

Uomo Donna (2017) ✰

Andrea Laszlo De Simone

Rock Progressive Rock Psychedelic Rock

È difficile credere che Uomo Donna sia uscito nel 2017. Non perché suoni vecchio — tutt'altro — ma perché sembra provenire da un tempo tutto suo, sospeso tra il prog italiano degli anni Settanta e qualcosa di indefinibilmente contemporaneo. Un disco che non si preoccupa di essere attuale e proprio per questo lo è.

Le influenze non si nascondono: Le Orme nella title track, Battisti praticamente ovunque, soprattutto in Sogno l'amore, dove De Simone gli si avvicina in modo quasi sconcertante. Ma non è nostalgia, non è citazionismo fine a se stesso. È un cantautore che ha assorbito quella stagione e la restituisce con una voce e una sensibilità proprie. E la voce, filtrata ed effettata fino a diventare quasi uno strumento, è il marchio di fabbrica del disco: riconoscibile, straniante, capace di tenere insieme arrangiamenti complessi e momenti di disarmante semplicità.

Perché il disco sa anche essere semplicissimo. Meglio è una ballad costruita quasi interamente sulla ripetizione delle parole più elementari che esistano — ti amo, mi manchi, amore — eppure funziona, e funziona proprio per questo. Non c'è niente da decifrare, niente da interpretare: c'è solo il peso di quelle parole, dette e ridette fino a tornare nuove. È uno dei momenti in cui Uomo Donna dimostra di saper fare la cosa più difficile: emozionare senza spiegare.

Un disco bello, fuori moda nel senso migliore del termine.

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malinconico spirituale sognante

Miglior traccia: Meglio

Hits: Meglio, Sogno L’Amore

94
Tier 2° · Rank 106°
Cover di Random Access Memory
115°

Random Access Memory (2013) ✰

Daft Punk

Electronic Funk Disco

Random Access Memories è il quarto e ultimo album dei Daft Punk — e anche il loro congedo più ambizioso. Uscito nel 2013, ha vinto il Grammy come Album of the Year, oltre a Record of the Year per Get Lucky. Per un disco di musica elettronica, non è poco.

Il progetto è dichiaratamente un atto d'amore verso il funk e la disco di fine anni '70 e inizio '80 — quella musica fatta di bassi profondi, chitarre sincopate e produzioni lussureggianti che veniva da Los Angeles. Per farlo, i Daft Punk hanno abbandonato quasi del tutto gli strumenti elettronici e hanno chiamato i musicisti dal vivo: su tutti Nile Rodgers, chitarrista dei Chic e figura centrale di quella stagione musicale, che porta su Get Lucky e Lose Yourself to Dance una groove autentica, non simulata. Giorgio Moroder — il padre della disco elettronica, l'uomo dietro i successi di Donna Summer — appare invece quasi come un simbolo, un passaggio di testimone tra generazioni. Pharrell Williams completa il quadro dal lato contemporaneo.

Non sono un amante di questa tipologia di musica, e lo dico chiaramente: il funk e la dance non sono il mio territorio naturale. Eppure Get Lucky e Instant Crush funzionano anche su di me, perché hanno melodie trascinanti e ritornelli che entrano in testa senza chiedere permesso. Ma il momento del disco che può più colpire è Motherboard, strumentale puro: una produzione che cresce lentamente, diventa liquida e oscura, poi si riapre come una rivelazione. È il brano più cinematografico del disco, quello che devia di più dall'impianto funk e che dimostra quanto i Daft Punk fossero capaci di andare oltre il genere che stavano celebrando.

Per questo, anche per chi non ama la dance o il funk, RAM vale l'ascolto. Non perché sia obbligatorio piegarsi al suo impianto — ma perché dentro ci trovi anche altro.

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euforico malinconico

Miglior traccia: Get Lucky

Hits: Get Lucky, Giorgio by Moroder, Motherboard

84
Tier 3° · Rank 211°
Cover di Spettri
116°

Spettri (2025)

Sanlevigo

Rock Indie Rock New Wave Post-Punk

Spettri è il terzo album dei Sanlevigo, band romana ancora poco conosciuta al grande pubblico. Un disco notevole, che affonda le radici nell'indie e nell'alternative rock ma trova una propria voce grazie a melodie genuine — non riciclate, non costruite su formule già sentite — e a un uso dell'elettronica che non è mai decorativo, ma entra nel tessuto del suono e lo modifica dall'interno.

Il tema è quello della decadenza contemporanea: identità che si sgretolano, comunità che si svuotano, il confine tra reale e virtuale che smette di esistere. I Sanlevigo lo trattano con distacco quasi clinico, e funziona: il tono neutro si sposa perfettamente con una produzione fredda e controllata, evitando la retorica che spesso affossa chi prova a fare rock "di denuncia" in Italia.

I brani che meritano più attenzione sono Idoli e Monotonia: entrambi reggono su ritornelli che rimangono, costruiti su melodie che sembrano naturali senza essere banali. Idoli ha anche una sezione strumentale che vale da sola l'ascolto.
Se sei arrivato qui cercando qualcosa di nuovo nel panorama del rock italiano, Spettri è una risposta concreta: un lavoro che non si accontenta di replicare i suoi riferimenti, ma ci costruisce qualcosa sopra.

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riflessivo angosciante

Miglior traccia: Idoli

Hits: Idoli, Monotonia

89
Tier 3° · Rank 166°
Cover di Banco del Mutuo Soccorso
117°

Banco del Mutuo Soccorso (1972) ✰

Banco del Mutuo Soccorso

Rock Progressive Rock

Il disco di debutto del Banco del Mutuo Soccorso è forse il miglior album del progressive rock italiano. Si apre con una citazione dall'Orlando Furioso e quell'atmosfera a tratti medievaleggiante — mista ad una certa tensione narrativa — non abbandona mai il disco — è il fil rouge che tiene insieme una musica che altrimenti rischierebbe di disperdere in mille direzioni.

Rispetto ad altri dischi del genere, colpisce la presenza delle chitarre più distorte e aggressive del solito, e una batteria che in certi brani diventa l'elemento portante: in R.I.P. il ritmo è costante e definito per gran parte del brano, una colonna vertebrale intorno a cui tutto il resto — chitarre, tastiere, flauti, il resto della strumentazione — costruisce e varia la propria voce.

Il punto più alto è Il Giardino del Mago, suite monumentale che occupa quasi metà disco: onirica, stratificata, capace di sorprendere ad ogni ascolto. Capolavoro del genere.

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angosciante misterioso

Miglior traccia: R.I.P. (Requiescant In Pace)

Hits: R.I.P., Il Giardino del Mago

98
Tier 1° · Rank 60°
Cover di Sunbather
118°

Sunbather (2013) ✰

Deafheaven

Metal Black Metal Blackgaze Post-Metal

I puristi del black metal non ammetteranno mai che l'album più "sbagliato" per il genere — copertina rosa shocking, band di hipster californiani in camicia a quadri, zero corpse paint — sia in realtà uno dei migliori dischi metal degli ultimi vent'anni, e forse oltre. Il fastidio si è moltiplicato quando la stampa mainstream ha cominciato a incensarlo: Metacritic lo ha dichiarato il disco più recensito positivamente del 2013 in assoluto, in qualsiasi genere, e Rolling Stone lo ha inserito nella lista dei cento migliori album metal di sempre. Un disco di una band di ragazzi che sembrano poter riparare il tuo laptop, celebrato ovunque mentre i gruppi "aderenti" ai canoni estetici e sonori del genere restavano nell'ombra. Lo scandalo, insomma, era doppio.

I Deafheaven non hanno inventato il blackgaze, ma con Sunbather lo portano probabilmente alla sua massima espressione. È un disco catartico: lo capisci fin dalle prime note, quelle distorsioni che arrivano come una bassa marea e poi esplodono subito in blast beat e muri di suono che ti travolgono. È black metal, ma non c'è nulla di oscuro: il suono è luminoso, quasi solare, e lo scream di George Clarke non comunica violenza né minaccia — è fragile, carico di tristezza e rassegnazione, qualcosa di inaspettatamente umano in un contesto dove di solito si simula il demonio.

La title track è il cuore del disco: oltre dieci minuti in cui i momenti si susseguono e si superano a vicenda per intensità emotiva, melodie sognanti che cedono il posto a esplosioni furiose e poi tornano, ogni volta più cariche di senso.

È un disco da pelle d'oca. Non è immediato, soprattutto se non si è abituati a questo suono — ma se ci si apre e si cerca di entrarci dentro, rivela una bellezza rara. Difficile da trovare, e ancora più difficile da dimenticare.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Sunbather

Hits: Dream House, Sunbather, The Pecan Tree

100
Tier 1° · Rank 26°
Cover di Ecailles De Lune
119°

Ecailles De Lune (2010) ✰

Alcest

Metal Blackgaze Post-Metal Black Metal

Con Écailles de Lune il blackgaze smette di essere un esperimento e diventa un genere. Alcest — nella pratica il progetto del chitarrista e vocalist Neige — prende il muro di suono, i blast beat e l'aggressività viscerale del black metal e li fonde con le atmosfere sognanti e malinconiche dello shoegaze, con l'ombra lunga del dark ambient di Burzum sullo sfondo. Il risultato non è un compromesso tra i due mondi: è qualcosa di nuovo.

Il disco si apre con la suite in due parti della title track, quasi venti minuti che stabiliscono subito le regole del gioco — l'alternanza tra esplosioni di violenza sonora e derive eteree che ti lasciano sospeso. Ma il momento più rivelatore è Percées de Lumière: qui la melodia sognante e malinconica resta sempre in primo piano anche quando lo scream estremo di Neige entra in scena, e non ti aspetti che funzioni così bene. Chitarre distortissime che suonano melodiche, batteria che spinge senza schiacciare — è un contrasto che non ha niente a che fare con il black metal di maniera, fatto di blast beat e wall of sound fine a se stessi.

Il concept del disco — il viaggio di un uomo verso un'altra forma di esistenza, una realtà parallela da cui non si torna — non è solo un'idea scritta nel booklet. Lo senti, ma a una condizione: devi immergerti. Cuffie, ascolto attivo, nient'altro in sottofondo. Se lo metti in secondo piano, ti sfugge. Se ci entri dentro, è un'altra cosa.

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sognante spirituale malinconico

Miglior traccia: Percèes De Lumière

Hits: Ecailles de lune Pt. 1, Percèes De Lumière

100
Tier 1° · Rank 33°
Cover di Sworn to the Dark
120°

Sworn to the Dark (2007) ✰

Watain

Metal Black Metal

Un progetto che non fa rimpiangere gli anni d'oro del black metal svedese, di tradizione Dissection. Sworn to the Dark è uno dei vertici del black metal moderno, un disco che ha tutto quello che ci si aspetta dal genere ma lo esegue con una qualità difficile da trovare: chitarre distorte, muri di suono potenti, blast beat, e melodie che non stonano ma anzi rafforzano l'atmosfera oscura complessiva.

L'apertura con Legions of the Black Light è già una dichiarazione d'intenti: venti secondi di assolo distorto, poi un blast beat forsennato che non lascia dubbi su cosa stai ascoltando. Da lì il disco non allenta mai la presa, alternando l'aggressività quasi death di Storm of the Antichrist — con quella variazione continua tra esplosioni e passaggi più controllati — ai crescendo più atmosferici di The Light that Burns the Sun, fino all'esplosione finale della title track. In alcuni momenti sembra di stare al confine tra black e death metal, e non è una sensazione spiacevole.

La chiusura spetta a Stellarvore: un inizio quasi rituale, un'atmosfera densa e oscura che sembra anticipare qualcosa di maligno — e quando il pezzo entra davvero capisci che quella sensazione era fondata. È una conclusione degna dell'intero disco.

La cosa che colpisce, e che non è affatto scontata in questo tipo di musica, è che molte tracce si fanno ricordare anche per ritornelli che rimangono in testa. In un disco di metal estremo è quasi un paradosso, e invece funziona. Per chi ama il black metal o vuole capire dove è arrivato negli anni duemila, Sworn to the Dark è un ascolto imprescindibile.

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aggressivo angosciante spirituale

Miglior traccia: Storm of the Antichrist

Hits: Storm of the Antichrist, Stellarvore

100
Tier 1° · Rank 45°
Cover di Two Hunters
121°

Two Hunters (2007) ✰

Wolves in the Throne Room

Metal Black Metal Dark Ambient

Two Hunters è uno di quei dischi che ti portano letteralmente da qualche altra parte. Quattro tracce lunghe, niente fronzoli, niente pause: o ci sei dentro o non ci sei.

Wolves in the Throne Room vengono dal Pacific Northwest americano, e quella natura selvaggia e opprimente la senti in ogni secondo del disco. Non è solo un'immagine evocativa: ci sono momenti in cui le chitarre e la batteria spariscono del tutto, e rimangono synth che costruiscono atmosfere eteree, sospese, insieme a suoni ambientali veri e propri. Non è decorazione — è parte integrante della struttura del disco. E quando il black metal torna, torna con tutto il suo peso.

Cleansing è forse il momento più emblematico di questo equilibrio. Prima arriva la voce di Jessika Kenney — angelica, quasi liturgica, con un sapore che non appartiene al metal ma a qualcosa di più antico — e nelle sue note c'è già qualcosa che prepara alla tempesta, quasi un presagio. Poi la tempesta arriva davvero. È uno dei passaggi più efficaci dell'intero disco.

Si può ascoltare in molti modi, ma il modo giusto è dall'inizio alla fine, in un'unica sessione. È un album pensato come un percorso, e saltare da una traccia all'altra vuol dire perdersi il senso del viaggio. Per chi conosce poco il black metal atmosferico, è probabilmente uno dei migliori punti d'ingresso possibili. Per chi il genere lo frequenta già, è semplicemente uno dei dischi che hanno definito come suona questa musica nel nuovo millennio.

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sognante malinconico

Miglior traccia: Cleansing

Hits: Cleansing

98
Tier 1° · Rank 68°
Cover di Pain to Power
122°

Pain to Power (2025)

Maruja

Rock Post Rock Jazz Alternative

Dopo una serie di collaborazioni sparse e vari EP, Pain to Power è il vero debutto in studio dei Maruja, band inglese di Manchester.

Il progetto si muove su coordinate post-rock, ma con una particolarità forte: la componente melodica è affidata al sassofono di Joe Carroll — praticamente ubiquitario. Il sax riesce ad introdurre elementi jazz che contribuiscono a creare, in diversi momenti, un’atmosfera d’urgenza, quasi angosciante.

Un suono che si sposa molto bene con i testi e l’interpretazione del frontman Harry Wilkinson, che alterna rap e spoken word, portando in primo piano rabbia, sofferenza e anche riferimenti al contesto sociale attuale.

Nel complesso, un debutto molto interessante, intenso e con un’identità già piuttosto definita.

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angosciante

Miglior traccia: Bloodsport

82
Tier 4° · Rank 225°
Cover di I Feel The Everblack Festering Within Me
123°

I Feel The Everblack Festering Within Me (2025)

Lorna Shore

Metal Death Metal Deathcore Symphonic Deathcore

Dopo il successo di Pain Remains, i Lorna Shore si riconfermano con questo nuovo disco come una delle band deathcore più rilevanti del momento. Quello che torna a colpire è la performance vocale di Will Ramos: scream e growl che lo fanno suonare come un alieno sceso sulla terra giusto per deliziarci con una vocalità fuori dal comune.

La formula del disco a livello sonoro è abbastanza in linea con quella del predecessore — deathcore a regola d'arte — ma nella parte finale le sonorità virano a tratti verso un death metal più classico, il che aggiunge qualche sfumatura interessante.

I Feel the Everblack Festering Within Me è quindi un disco tutto sommato riuscito, ma non abbastanza da lasciare un segno indelebile: la scarsa originalità pesa.

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aggressivo

Miglior traccia: Death Can Take Me

Hits: Death Can Take Me

71
Tier 5° · Rank 300°
Cover di Crac!
124°

Crac! (1975) ✰

Area

Rock Progressive Rock

Crac! è stato sicuramente un progetto importante per gli Area in termini di popolarità — oltre ad avere dei testi fortemente politicizzati e di urgenza comunicativa — ma non è tra i loro dischi più riusciti né uno dei lavori prog italiani più memorabili.

A livello strumentale c'è una grande ricerca e un'ottima esecuzione — l'intro di La Mela di Odessa è costellata di suoni alieni e indecifrabili, su un testo alquanto curioso sul ruolo delle persone di colore — però la parte vocale ha un effetto Disney fin troppo marcato: voci che stonano con le atmosfere sperimentali, come se appartenessero a un altro disco. Per alcuni può essere la forza del disco, per altri un limite che può distogliere l'attenzione e ridimensionare l'impatto complessivo.

Vale l'ascolto, anche solo per motivi storici, ma gli Area hanno saputo fare di meglio.

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aggressivo angosciante

Miglior traccia: La Mela di Odessa

66
Tier 6° · Rank 331°
Cover di Felona E Sorona
125°

Felona E Sorona (1973) ✰

Le Orme

Rock Progressive Rock Art Rock

Felona e Sorona è un concept album sul dualismo della vita — luce e buio, giorno e notte, amore e tenebre — incarnato in due pianeti impersonificati in due donne. Un'idea ambiziosa che il disco riesce a tradurre in musica con una coerenza sorprendente.

La produzione alterna ritmi veloci a lenti, parti strumentali più classiche ad altre dove l'obiettivo è l'atmosfera pura — suoni eterei, cosmici, cinematografici alla 2001 Odissea nello Spazio — e il dualismo del concept si sente davvero, brano dopo brano.

L'Equilibrio è uno dei momenti più alti: synth che costruiscono una tensione spaziale quasi soffocante, poi un assolo di tastiera travolgente che cambia completamente il peso del brano. Sospesi nell'Incredibile sorprende in modo diverso — in un'atmosfera dal sapore galattico, è la batteria a prendersi la scena sul finale con un assolo inaspettato, strumento che nel prog rock di solito resta più in sottofondo.

Una produzione ricca e dinamica, perfettamente in tema con le ambizioni del progetto. Un capolavoro, senza troppi giri di parole.

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sognante misterioso

Miglior traccia: Sospesi Nell’Incredibile

Hits: Sospesi Nell’Incredibile, L’Equilibrio

100
Tier 1° · Rank 34°
Cover di The Epic
126°

The Epic (2015) ✰

Kamasi Washington

Jazz Spiritual Jazz Avant Jazz

Nel 2015 Kamasi Washington appare su To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar e il mondo fuori dal jazz inizia a fare il suo nome. Pochi mesi dopo esce The Epic — quasi tre ore di spiritual jazz distribuite in tre volumi — e diventa immediatamente chiaro che non si trattava di un semplice session man in attesa di un'occasione: era un gigante che aspettava il momento giusto.

Il disco è una costruzione collettiva di altissimo livello. Intorno al sax tenore di Washington c'è una formazione imponente — doppia batteria, doppio basso con Thundercat tra gli altri, fiati, archi, piano — e quella doppia batteria in particolare si sente: dà alla musica una densità fisica, quasi un peso corporeo, che non è solo jazz ma qualcosa di più antico e rituale. Le parti vocali, affidate principalmente a Patrice Quinn, compaiono con parsimonia ma sempre al punto giusto — voci che sembrano uscire da una chiesa, non da uno studio di registrazione.

The Rhythm Changes, che chiude il primo volume, è forse il momento più toccante del disco: la voce di Quinn suona come una coperta calda che ti avvolge, insieme al piano e alla produzione. È il tipo di brano che non ti aspetti in un disco di quasi tre ore, eppure è esattamente quello di cui hai bisogno quando arriva.

Quasi tre ore senza un momento sottotono — impresa rara, per chiunque. The Epic è uno di quei dischi che fanno sembrare il jazz non solo una tradizione da rispettare, ma qualcosa di vivo e necessario.

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trionfante spirituale

Miglior traccia: The Rhythm Change

Hits: The Rhythm Change, Re Run

90
Tier 2° · Rank 148°
Cover di PER SOLDI E PER AMORE
127°

PER SOLDI E PER AMORE (2025)

Ernia

Hip-Hop/Rap Conscious Rap

PER SOLDI E PER AMORE è il quarto disco in studio di Ernia. Purtroppo replica gli stessi errori del progetto precedente: ottimi testi, davvero conscious e personali — come PER I LORO OCCHI, in cui affronta il rapporto con i genitori, o PERCHE’ insieme a Madame, lucida disamina di ciò che porta l'individuo ad alienarsi dalla società — ma che non sono sostenuti da una musicalità adeguata.

Il disco è interamente prodotto da Charlie Charles, che però lascia perplessi. Le produzioni risultano anonime, vuote e poco inventive — e il problema non è tanto il minimalismo in sé, quanto il fatto che in molti brani non reggono il peso dei testi, lasciando Ernia senza una base su cui appoggiarsi davvero. Nei brani più introspettivi funzionano meglio, ma sono appunto le eccezioni.

Anche il flow, rimasto molto uniforme rispetto ai lavori precedenti, non aiuta. Peccato, perché il contenuto c'è ed è forte.

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riflessivo malinconico

Miglior traccia: PER I LORO OCCHI

Hits: PER I LORO OCCHI, PERCHE’

67
Tier 6° · Rank 327°
Cover di OSTIL3
128°

OSTIL3 (2025)

333 Mob

Hip-Hop/Rap Trap

OSTIL3 è il primo album del collettivo 333 Mob, guidato dal producer Low Kidd. La formula non è nuova né particolarmente innovativa — produzioni trap/hardcore con i bassi potenti avvolti però in atmosfera cupe e oscure, abbastanza tipico del suono di Kidd — ma per un esordio collettivo la coesione è già un risultato.

Quasi tutti gli ospiti (Lazza, Salmo, Nitro, Nerissima, tra gli altri) consegnano strofe tipiche da banger, da ascoltare ad alto volume.

Un album dal suono compatto che funziona quando si cercano vibrazioni “trap”, ma che difficilmente rimane a lungo nelle cuffie.

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trionfante angosciante

Miglior traccia: NO UBER

62
Tier 6° · Rank 353°
Cover di The Film
129°

The Film (2025)

Sumac & Moor Mother

Rock Alternative Rock

The Film è un progetto nato dalla collaborazione tra la band post-metal Sumac e il musicista Moor Mother.

L’album si presenta quasi come un’unica lunga composizione strumentale, che si muove tra rock, momenti più hard rock e passaggi vicini all’heavy metal. Le parti vocali, più parlate che cantate, contribuiscono a creare un’atmosfera particolare, quasi teatrale.

È un lavoro sicuramente interessante per approccio e costruzione, ma che alla lunga non lascia molta voglia di essere riascoltato.

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Miglior traccia: Camera

77
Tier 4° · Rank 249°
Cover di The Tenth Sub Level of Suicide
130°

The Tenth Sub Level of Suicide (2003) ✰

Leviathan

Metal Black Metal Dark Ambient

Se sei arrivato qui cercando qualcosa di veramente estremo, qualcosa di lontano anni luce da qualsiasi cosa tu abbia sentito prima — beh, l'hai trovato. The Tenth Sublevel of Suicide è il disco d'esordio di Leviathan, one-man band di Jef Whitehead, conosciuto come Wrest, registrato interamente su un quattro tracce Tascam nella sua abitazione. Un quattro tracce è un registratore analogico portatile che permette di sovrapporre fino a quattro piste audio — voce, chitarra, basso, batteria — il minimo indispensabile per fare un disco da soli, senza studio, senza tecnico del suono. Non è una scelta estetica romantica: è la condizione materiale del disco, e si sente in ogni secondo. Il suono è lo-fi per necessità prima che per poetica, e quella ruvidezza diventa parte del linguaggio.

Il concept è dichiarato senza ambiguità dallo stesso Wrest: le diverse fasi di contemplazione verso l'autodistruzione. Non un disco sul dolore in senso generico, ma qualcosa di più preciso e più freddo. Il tappeto sonoro è distorto, alienante, costruito su ripetizioni ipnotiche che non cercano mai la risoluzione — più vicino a certe derive ambient di Burzum che al black metal nella sua forma tradizionale. Gli scream di Wrest si stagliano su questo fondo come qualcosa di quasi disumanizzato, spogliato di qualsiasi calore.

Non è un disco che coinvolge — o almeno, non nel senso convenzionale. È un ascolto che si rispetta più che si ama, che si avvicina con una certa distanza razionale: "vediamo fino a dove arriva". E arriva lontano. Per chi non conosce il genere, è forse il modo più onesto di approcciarlo: non aspettarsi emozione immediata, ma la disponibilità a stare dentro qualcosa di davvero diverso.

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angosciante

Miglior traccia: Submersed

90
Tier 2° · Rank 153°
Cover di Filosofem
131°

Filosofem (1996) ✰

Burzum

Metal Black Metal Norwegian Black Metal Dark Ambient

Filosofem è il quarto album di Burzum, progetto solista di Varg Vikernes — lo stesso che nel 1993 aveva ucciso Euronymous dei Mayhem. È un dato che va detto, perché ascoltare questo disco senza saperlo significa perdere una parte del peso specifico che si porta addosso.

Il disco esce nel 1996 ma era stato registrato nel marzo del 1993, pochi mesi prima dell'omicidio. E la storia della registrazione racconta già tutto sull'approccio: niente amplificatore, chitarra collegata allo stereo del fratello con un pedale fuzz, e il microfono peggiore reperibile. Una scelta deliberata, non una limitazione. Il risultato è una produzione lo-fi spinta all'estremo — più vicina all'ambient e al rumore che al metal tradizionale — eppure perfettamente coerente con quello che il disco vuole essere.

Perché Filosofem non è un disco black metal nel senso stretto: è qualcosa che si discosta dall'estetica della scena norvegese per abbracciare territori più rarefatti e ossessivi. I brani metal ci sono — Dunkelheit e Jesus Tod sono chitarre ronzanti e blast beat ipnotici — ma il centro di gravità del disco è altrove. La penultima traccia, Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität, è venticinque minuti di synth ambient che ripetono la stessa figura in maniera quasi rituale. Assurda, ipnotica, impossibile da ignorare: ti lascia dentro qualcosa che non sai bene come definire.

È probabilmente il punto più alto raggiunto da Burzum. Un disco scomodo da ogni punto di vista — e forse è proprio per questo che funziona.

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angosciante ipnotico misterioso

Miglior traccia: Gebrechlichkeit I

100
Tier 1° · Rank 51°
Cover di Zarathustra
132°

Zarathustra (1973) ✰

Museo Rosenbach

Rock Progressive Rock

Zarathustra del Museo Rosenbach prende ispirazione dall'opera di Nietzsche e non lo nasconde — è un disco con ambizioni filosofiche e sonore che pochi nel prog italiano hanno saputo eguagliare. Le suite strumentali sono ricche e stratificate, con tastiere e mellotron che costruiscono architetture sonore elaborate, ma quello che distingue davvero questo disco dagli altri del genere è una componente teatrale più spinta.

Superuomo lo dimostra fin dai primi secondi: il grido quasi liberatorio del cantante — ecco nasce in me, vivo il Superuomo — apre il brano con un'energia trionfale, poi la strumentale si annulla, quasi scompare, per ricominciare su una linea melodica diversa, come atti separati di uno stesso spettacolo. È un disco che non scorre semplicemente — si trasforma, cambia pelle, sorprende.

Non ebbe molto successo all'epoca, ingiustamente penalizzato dall'associazione a idee filofasciste per la presenza del busto di Mussolini in copertina. Una perla del prog italiano.

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angosciante spirituale

Miglior traccia: Superuomo

Hits: L’Ultimo Uomo, Superuomo

92
Tier 2° · Rank 116°
Cover di Willoughby Tucker, I’ll Always Love You
133°

Willoughby Tucker, I’ll Always Love You (2025)

Ethel Cain

Folk Americana Slowcore

Willoughby Tucker, I’ll Always Love You è il secondo progetto ufficiale della cantautrice americana Ethel Cain.

Il titolo è già di per sé fortemente evocativo: il disco si configura come un prequel di Preacher’s Daughter e ruota attorno al primo amore liceale di Ethel, Willoughby.

Nonostante il tema possa far pensare a un racconto autobiografico adolescenziale, il progetto è tutt’altro che acerbo: è un lavoro maturo, intenso ed estremamente curato nei dettagli.

Le lunghe sezioni strumentali, che si muovono tra folk, slowcore e indie pop, contribuiscono a creare un’atmosfera cinematografica, capace di evocare paesaggi desertici e cieli grigi del Nebraska, mentre la voce eterea di Ethel Cain avvolge l’ascoltatore, trascinandolo in un’esperienza emotiva profonda.

È uno di quei dischi che danno il meglio se affrontati come un’opera unica, da ascoltare dall’inizio alla fine: oltre un’ora di musica che richiede attenzione, ma che ripaga pienamente il tempo che le si dedica.

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malinconico sognante

Miglior traccia: Nettles

85
Tier 3° · Rank 203°
Cover di Pain Remains
134°

Pain Remains (2022)

Lorna Shore

Metal Deathcore Blackened Death Metal Symphonic Black Metal

Pain Remains è un disco che spiazza fin dai primi secondi: brutale, epico, a tratti quasi soverchiante. I Lorna Shore costruiscono qui una forma di deathcore che guarda chiaramente al symphonic black metal dei grandi — Cradle of Filth, Dimmu Borgir — e ne assorbe la grandiosità orchestrale senza però perdere l'aggressività del genere di partenza. Il risultato è qualcosa di difficile da etichettare, e questo è già di per sé un merito.

Gli intro dei brani sono uno degli elementi più riusciti: le orchestrazioni aprono spazi enormi prima che tutto esploda, e funzionano come vere e proprie soglie tra due mondi. E poi c'è Will Ramos, il cui growl è talmente cupo e viscerale da sembrare a tratti non umano — uno strumento a sé, capace di aggiungere una dimensione quasi soprannaturale a tutto il disco.

Il vero picco, però, è la trilogia finale: Pain Remains I, II e III formano una suite di una ventina di minuti che sembra quasi un disco dentro il disco. Qui la band rallenta, respira di più, lascia che gli intrecci melodici e la componente epica prendano il sopravvento sull'aggressività pura. È il momento in cui tutto il potenziale del disco si cristallizza, e l'effetto è notevole.

Se c'è un limite, è che il disco è lungo — oltre un'ora — e nel corpo centrale qualche struttura tende a ripetersi, come se la band avesse trovato una formula vincente e la riapplicasse senza troppa variazione. Non è un difetto fatale, ma si sente. La trilogia finale riscatta tutto, e resta il motivo principale per cui vale la pena arrivare in fondo.

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angosciante trionfante

Miglior traccia: Apotheosis

Hits: Apotheosis, Pain Remains I, Pain Remains III

85
Tier 3° · Rank 202°
Cover di Storia di un minuto
135°

Storia di un minuto (1972) ✰

Premiata Forneria Marconi

Rock Progressive Rock

Storia di un Minuto, pubblicato nel 1972, è uno degli album fondamentali del prog italiano e della musica italiana in generale. La PFM costruisce un disco di rara complessità strutturale — rock, jazz, classica e folk che non si limitano a coesistere ma si intrecciano in architetture sonore elaborate, con un'ispirazione ai King Crimson che si sente forte soprattutto nella densità e nell'articolazione dei brani.

Quello che però distingue la PFM dai loro riferimenti è una vena melodica di primissimo livello: Impressioni di Settembre ha probabilmente una delle melodie più belle (e note) della musica italiana, capace di restare impressa al primo ascolto e di non stancare mai. La Carrozza di Hans, brano dal sound quasi medievale, conferma che non si tratta di un caso isolato — la componente melodica è il filo conduttore dell'intero disco, ciò che tiene insieme la complessità senza renderla mai fredda o accademica.

Capolavoro.

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euforico riflessivo malinconico

Miglior traccia: Impressioni di settembre

Hits: Impressioni di settembre, La carrozza di Hans

100
Tier 1° · Rank 44°
Cover di Mezzanine
136°

Mezzanine (1998) ✰

Massive Attack

Hip-Hop/Rap Trip Hop

Mezzanine esce nel 1998 ed è il terzo album dei Massive Attack — e probabilmente il loro lavoro più compiuto. Il trip hop c'è ancora, ma spinto verso territori più oscuri e fisicamente opprimenti: bassi pesantissimi, chitarre che arrivano dal post-punk e dall'industrial, campionamenti da Velvet Underground e Cure. Rispetto ai lavori precedenti del gruppo, è un disco più duro, più claustrofobico, costruito su atmosfere che ti entrano dentro lentamente.

Angel apre con un crescendo cinematografico che non ha fretta di arrivare da nessuna parte — liquido, sospeso, come se il suono stesse prendendo forma nell'aria. Inertia Creeps parte con una tensione da fuga, qualcosa che sembra voler scappare da se stesso, poi cambia passo e la voce entra a tagliare tutto. In mezzo a questo, Teardrop è la parentesi di luce dell'intero disco: la voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins porta qualcosa di quasi angelico che stona — nel senso migliore — con il peso del resto.

C'è una coerenza sonora che attraversa tutto il progetto senza mai cedere, e quella coerenza è anche la sua forza: non è un disco che si ascolta distrattamente, richiede attenzione e si prende il suo spazio.

Uno dei migliori album degli anni '90, e un punto di riferimento imprescindibile per tutta la scena alternative di fine decennio.

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angosciante sognante misterioso

Miglior traccia: Black Milk

Hits: Teardrop, Inertia Creeps, Black Milk

98
Tier 1° · Rank 57°
Cover di IO NON HO PAURA
137°

IO NON HO PAURA (2022)

Ernia

Hip-Hop/Rap Pop Rap Conscious Rap

Io non ho paura arriva dopo il grande successo di Gemelli, e la pressione si sente. Ernia sceglie di rispondere aprendo se stesso più del solito: le paure — personali, generazionali, esistenziali — sono il filo conduttore esplicito del disco, e in certi momenti questa scelta paga davvero.

Il momento più alto è Buonanotte, dedicata al figlio mai nato: è il brano in cui Ernia si espone di più, e si vede. C'è una sincerità disarmante nel modo in cui affronta un'esperienza così privata, e il risultato è toccante senza scivolare nel patetico. Funziona anche Il Mio Nome, che campiona Say My Name delle Destiny's Child e vede comparire la sua ragazza nel ritornello — un gesto affettuoso che, se preso nel verso giusto, riesce a essere genuino.

Il problema è che queste punte emotive restano isolate. Le produzioni, per la maggior parte del disco, non reggono il peso delle parole: sono scarne, prive di personalità, e finiscono per lasciare i testi senza il supporto sonoro che meriterebbero. Nei brani più orientati al pop il problema si accentua: le melodie dei ritornelli sono prevedibili, costruite su schemi già sentiti. Ernia sa scrivere e ha una delivery solida, ma quando il beat non aggiunge nulla, quella solidità basta appena a tenere in piedi il brano.

Tutti hanno paura, che apre il disco con Marco Mengoni, non fa abbastanza per cambiare questa impressione. È un inizio che promette più di quanto il resto mantenga.

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angosciante riflessivo

Miglior traccia: IL MIO NOME

62
Tier 6° · Rank 351°
Cover di The Spin
138°

The Spin (2025)

Messa

Metal Doom Metal Darkwave Gothic Rock

The Spin è il quarto album in studio dei Messa, band italiana doom metal di assoluto valore. L’atmosfera del progetto è profondamente dark, quasi gotica, con una produzione che abbraccia sonorità darkwave senza mai perdere l’identità doom del gruppo.

La voce di Sara Bianchin è il fulcro emotivo del disco: intensa e angelica, si amalgama con naturalezza al tessuto sonoro circostante. Le melodie e i riff di chitarra mantengono un’anima tipicamente doom, ma la band non si ferma lì — in brani come Immolation e The Dress, spingono verso territori progressive e persino jazz, con risultati che sono veri e propri gioielli dell’album.

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malinconico sognante misterioso

Miglior traccia: Immolation

Hits: Immolation, The Dress

95
Tier 2° · Rank 95°
Cover di Nemesis Divina
139°

Nemesis Divina (1996)

Satyricon

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Nemesis Divina esce nel 1996 ed è il terzo album dei Satyricon — nonché l'ultimo prima che la band virasse verso territori più industriali e commerciali. È un disco che va in una direzione diversa rispetto ai capisaldi della scena norvegese: meno grezzo e distruttivo di De Mysteriis Dom Sathanas, meno ideologicamente estremo di Transilvanian Hunger, ma non per questo meno riuscito. Semplicemente, è un altro tipo di black metal.

Lo si capisce già dall'apertura: The Dawn of a New Age parte con una tastiera che introduce un'atmosfera quasi cinematografica, poi esplode in un assalto di riff e blast beat che non lascia dubbi sul genere. Ma c'è qualcosa di più costruito, di più ambizioso rispetto alla scena precedente — una produzione che suona come una colonna sonora rispetto agli standard lo-fi dell'epoca, inserti sinfonici che aggiungono epicità senza togliere peso. Le strumentali sembrano a tratti svanire e riemergere, come porte che si aprono e si chiudono.

I testi celebrano la tradizione pagana e la natura nordica, e anche la copertina segna una rottura netta: niente foto amatoriali in bianco e nero, ma un'opera grafica ricca di colore e simbolismo, quasi fuori posto in un catalogo black metal del tempo.

Il centro del disco è Mother North — uno degli anthem più iconici dell'intero genere. Quello scream, quelle chitarre che si abbattono come un vento gelido del nord: è uno di quei brani che ti travolge prima che tu abbia il tempo di razionalizzare cosa stai ascoltando.
Uno dei lavori più significativi dei Satyricon e del black metal norvegese.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Mother North

Hits: Mother North

88
Tier 3° · Rank 178°
Cover di Baby
140°

Baby (2025) ✰

Dijon

R&B Soul Experimental Pop

Baby è il secondo album ufficiale del cantante R&B Dijon.

Fin dal primo ascolto si percepisce chiaramente come un progetto di forte sperimentazione: le tracce giocano moltissimo con tempi irregolari, ritmi spezzati e collage sonori fatti di campionamenti — attinti soprattutto dal mondo hip-hop — glitch e riverberi, con la voce che diventa essa stessa uno strumento, fondendosi con la strumentale.

Sullo sfondo, il tema intimo della paternità aggiunge profondità emotiva al tutto.

Non è un album che arriva al primo ascolto, proprio per la struttura volutamente complessa delle tracce — ma quando arriva, arriva davvero.

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Miglior traccia: Another Baby!

Hits: Another Baby!, Yamaha

89
Tier 3° · Rank 164°
Cover di Anima Latina
141°

Anima Latina (1974) ✰

Lucio Battisti

Rock Progressive Rock

Battisti è conosciuto dai più per le sue canzoni pop, ma la sua massima espressione artistica la raggiunge con Anima Latina, il suo nono disco e un vero capolavoro di sperimentazione.

Concepito dopo un viaggio in America Latina, è un lavoro scarno di testi, privo di ritornelli nel senso tradizionale, costruito attorno a lunghe suite strumentali dinamiche e ricche di contaminazioni — latine, ovviamente, ma anche progressive e psichedeliche. La struttura aperta dei brani lascia spazio a un respiro musicale raro nella canzone italiana dell'epoca.

Affascinante anche la scelta di trattare la voce quasi come uno strumento tra gli altri: Battisti la nasconde nell'mix, la sfuma, la lascia emergere solo a tratti — quasi a voler costringere l'ascoltatore a sforzarsi per afferrare le parole, trasformando l'ascolto in un atto attivo. Una scelta coraggiosa, che aggiunge un ulteriore livello di profondità a un disco già stratificato.

Uno dei migliori album italiani di sempre, senza discussione.

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euforico sognante

Miglior traccia: Due mondi

Hits: Abbracciala abbracciali abbracciati, Due mondi, Anima latina, Il salame

100
Tier 1° · Rank 3°
Cover di DOPAMINA
142°

DOPAMINA (2025)

Sick Luke

Hip-Hop/Rap Pop Trap

Occasione in gran parte mancata per questo secondo album ufficiale di Sick Luce. DOPAMINA suona slegato: la tracklist procede per salti bruschi di genere — dalla trap al pop alla Alfa — senza una direzione complessiva che tenga insieme i pezzi.

Paradossalmente, i momenti migliori arrivano dagli ospiti su cui si poteva avere meno aspettative. L'opening con Blanco e Simba è una accoppiata inaspettata che funziona proprio per il contrasto tra i due: è esattamente il tipo di cortocircuito che ci si aspetta da un producer album, dove le featuring dovrebbero generare qualcosa di inedito.

Stesso discorso per "Mayday" con Plaza, che insieme all'opening spinge su un ibrido pop/trap davvero originale e centrato. "Le Donne" con Tony Effe fa il suo mestiere senza infamia e senza lode. Il resto del disco, invece, fatica a lasciare il segno.

Progetto irregolare, con alcuni picchi reali ma troppo poco collante per reggere come album.

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giocoso euforico

Miglior traccia: OGNI SBAGLIO (feat. BLANCO & Simba La Rue)

Hits: OGNI SBAGLIO, MAYDAY

51
Tier 7° · Rank 395°
Cover di At the Heart of Winter
143°

At the Heart of Winter (1999)

Immortal

Metal Black Metal Norwegian Black Metal

Probabilmente i puristi del black metal norvegese hanno strizzato le orecchie quando hanno ascoltato At the Heart of Winter (1999). Non più soltanto un assalto di blast beat e muri di chitarre: gli Immortal introducono elementi di thrash metal, cambi di ritmo e aperture melodiche che rendono il disco più accessibile — senza che questo sia una resa, anzi.

C'è una ragione concreta dietro questo cambio di rotta: Demonaz, chitarrista storico della band, fu costretto ad abbandonare lo strumento per una tendinite cronica. Abbath prese in mano le chitarre portando il suo stile naturalmente più melodico, e il risultato è un disco che suona diverso da tutto quello che era venuto prima — più epico, più cinematografico, costruito su composizioni lunghe e cariche di tensione.

Ed è proprio quella tensione il cuore del disco. Withstand the Fall of Time apre con un muro di suono dove la batteria sembra quasi trattenuta, in sospeso — poi arriva la calma, e poi esplodono i blast beat in tutta la loro forza. Tragedies Blows at the Horizon funziona allo stesso modo: suono martellante, poi la quiete, una melodia che ovatta tutto, ti culla quasi — e poi rientra la furia, le chitarre distorte e lo scream di Abbath che travolgono. Brani costruiti su momenti di suspense che non ti aspetti in un disco black metal.

Un lavoro che ti trascina in un inverno gelido dal respiro quasi epico. Uno dei dischi più riusciti del genere.

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aggressivo misterioso

Miglior traccia: Tragedies Blows at the Horizon

Hits: Tragedies Blows at the Horizon, Withstand the Fall of Time

100
Tier 1° · Rank 32°
Cover di Canerandagio Pt. 2
144°

Canerandagio Pt. 2 (2025)

Neffa

Hip-Hop/Rap

Canerandagio Pt. 2 è la seconda parte dell'omonimo progetto di Neffa, e si mantiene in linea con la prima — ma con un mood che, specialmente nella parte finale, si fa ancora più oscuro e notturno.

È il tipico disco che si sposa bene con certi momenti precisi: in macchina, di notte, di ritorno a casa. Rispetto alla prima parte c'è anche un approccio decisamente più tecnico da parte di Neffa, come in Santosubito/Rubik, un grandissimo esercizio di stile — scrivili, spingili sti beats, dischi lirici, impliciti, principi, gli inizi, incipit, riti mistici criptici. Tra le tracce più riuscite, la riflessione sul tempo in Domani con nayt.

Le criticità rimangono però quelle della prima parte: troppi featuring finiscono per togliere spazio a Neffa, che a tratti sembra quasi un ospite nel suo stesso disco, e il progetto nel complesso suona più come una playlist di brani — anche buoni — che come un lavoro dall'identità precisa.

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riflessivo misterioso

Miglior traccia: Domani (feat. Nayt)

Hits: Domani (feat. nayt)

68
Tier 6° · Rank 321°
Cover di A Matter Of Time
145°

A Matter Of Time (2025)

Laufey

Pop Cantautorato

A Matter of Time è un concept album della cantautrice islandese Laufey che racconta le emozioni di una giovane donna in divenire. Il disco tocca momenti davvero intimi e riusciti — su tutti Snow White, che affronta con sincerità il tema del bodyshaming e dell'accettazione di sé — ma alterna queste vette a brani più prevedibili, che scivolano nel pop standard senza lasciare il segno.

Le produzioni hanno un gusto retrò curato, tra archi leggeri e suggestioni jazz che a tratti richiamano l'atmosfera di Colazione da Tiffany, fino a sfiorare certi colori quasi disneyani.

È un disco che funziona bene per chi cerca esattamente queste vibrazioni, ma che raramente osa spingersi oltre il perimetro che si è costruito — e a un certo punto si avverte il soffitto.

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sensuale riflessivo

Miglior traccia: Snow White

52
Tier 7° · Rank 392°
Cover di Catechesis
146°

Catechesis (2025)

Patristic

Metal Death Metal Blackened Death Metal

Album di debutto per questa band death metal italiana, e che debutto: Catechesis si candida fin da subito come un instant classic del genere. Il livello è altissimo — i Patristic riescono a mescolare con equilibrio quasi perfetto momenti di death metal tecnico e aggressivo con atmosfere di chiara matrice black metal, senza che nulla suoni forzato o fuori posto. La batteria è uno dei punti di forza assoluti: cambi di ritmo e variazioni di velocità continui, mai fini a se stessi. L’album è freddo, immersivo, a tratti brutale — le tracce scorrono collegate l’una all’altra come un unico flusso oscuro. Non il massimo solo per qualche margine di miglioramento sul growl, ma siamo davvero su dettagli.

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angosciante aggressivo misterioso

Miglior traccia: Catechesis I

95
Tier 2° · Rank 100°
Cover di DIE
147°

DIE (2015) ✰

iosonouncane

Folk Folktronica

DIE di Iosonouncane — nome d'arte di Iacopo Incani, sardo di Buggerru — è un'opera teatrale riportata in musica. Sei brani che scorrono l'uno nell'altro senza soluzione di continuità, sei atti di un concept marino: da una parte un uomo in mezzo alla burrasca, dall'altra la donna che lo attende a terra. Due voci, due prospettive, un'unica storia.

Dire che è un disco folk con l'elettronica è vero ma riduttivo — è anche noise, free-jazz, psichedelia, tradizione sarda rimescolata e decostruita. Quello che tiene tutto insieme è il modo in cui la voce di Incani e i cori non stanno sopra la musica: ci sono dentro, sono parte della produzione stessa, tessuto sonoro quanto gli strumenti. L'accostamento che viene fatto più spesso è con Anima Latina di Battisti — stesso modo di seppellire la voce nelle trame del suono, stesso rifiuto di qualsiasi facilità.

Buio è forse il momento più rivelatore del disco: una produzione quasi ipnotica nella sua ripetitività, e a un certo punto ti sembra di sentire davvero la sirena di una nave — non come effetto decorativo, ma come qualcosa che emerge naturalmente da quel tessuto sonoro. Il brano si chiama Buio ma è accecante nella sua luminosità, quasi abbagliante. È il tipo di contraddizione che solo la musica sa tenere insieme.

L'idea originale di Incani era di portare il disco in teatro prima ancora di pubblicarlo — e si sente. DIE non è un ascolto, è un'esperienza. Capolavoro.

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misterioso angosciante spirituale

Miglior traccia: Buio

Hits: Buio, Carne, Paesaggio

100
Tier 1° · Rank 20°
Cover di Giants & Monsters
148°

Giants & Monsters (2025)

Hellowen

Metal Power Metal

Gli Helloween sono giganti del power metal europeo, e Giants & Monsters — ben il diciassettesimo disco — dimostra che sanno ancora fare la cosa meglio di chiunque altro. Un album che scorre piacevolmente, con riff di chitarra eseguiti a regola d'arte e un equilibrio riuscito tra momenti power nel senso più classico del termine e aperture più hard rock.

Le voci di Andi Deris, Michael Kiske e Kai Hansen sono sempre pulite, dal tono epico come da tradizione. Arrivare al diciassettesimo disco senza perdere identità non è cosa da poco — e si sente.

Se si vuole un disco che rispetta le regole del genere e riporta ai tempi d'oro, questo è il posto giusto. Se si cerca sperimentazione, meglio guardare altrove.

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trionfante

Miglior traccia: We Can Be Gods

Hits: We Can Be Gods

62
Tier 6° · Rank 348°
Cover di Io Sono
149°

Io Sono (2020)

Olly

Hip-Hop/Rap Pop Cantautorato

Io sono è il primo EP solista ufficiale di Olly e suona perfettamente in linea con la scuola rap ligure di quel momento. Le produzioni di JVLI e YANOMI richiamano quelle di Andrews Right o Shune — stesso tipo di atmosfera, stesso approccio minimale e denso — e la rappata di Olly, emo e incazzata con la vita, con quella voce graffiata, ricorda molto quella di Disme, che di lì a un mese avrebbe pubblicato Malverde. Un parallelo che non sembra casuale: stessa aria, stesso mood, stessa Liguria.

Tra i brani che funzionano meglio c'è Paranoie: testo sincero, ritornello melodicamente riuscito, il tipo di pezzo che si porta dietro dopo l'ascolto. Il resto del progetto è dignitoso ma non lascia troppo il segno. Un esordio sufficiente, con il potenziale già visibile ma ancora da sviluppare.

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malinconico riflessivo

Miglior traccia: Paranoie

58
Tier 7° · Rank 378°
Cover di FLOP
150°

FLOP (2021)

Salmo

Hip-Hop/Rap Rap Rock Pop Rap Trap

Flop! è un'operazione che dice molto su come Salmo conosce sé stesso, il suo pubblico e il mercato in cui si muove. Arrivare dopo Playlist — disco pieno di hit mainstream e dischi di platino — significava sapere già in partenza che difficilmente si potevano replicare quei numeri. Salmo lo ha anticipato lui stesso, titolando il progetto Flop! fin dal principio: una mossa di marketing provocatoria, quasi dissacratoria, che trasformava un possibile limite in un manifesto. E in effetti, commercialmente, il confronto con Playlist regge: non è il disco della consacrazione di massa. Ma se ci si libera da quel paragone, il quadro cambia.

Perché Flop! sulla superficie sembra un progetto più disimpegnato, ma Salmo non ha lasciato nulla al caso neanche questa volta. La copertina che rielabora L'angelo caduto di Cabanel, il monologo recitato sul fallimento, i riferimenti religiosi disseminati lungo tutta la tracklist — niente è casuale. YHWH apre con un coro gospel e il ritornello centra subito il tema — "quando entro nel club tutti dicono Gesus" — , con Guè Pequeno come featuring tutt'altro che scontato: aveva appena pubblicato Gvesus, e l'accostamento funziona alla perfezione. È un disco che gioca su più livelli, anche quando sembra non farlo.

Sul piano sonoro, è rap che strizza al pop nelle sonorità ma confezionato con cura. Diverse tracce meritano menzione: LA CHIAVE con Marra è sorretta quasi interamente da una strofa fortissima del featuring, una delle sue migliori punchline del periodo; L'ANGELO CADUTO con Shari è il momento più intimo del disco, delicato e riuscito; KUMITE è il brano più mainstream, quello pensato per le classifiche, e ci arriva senza forzature.

Non è il disco della svolta né della grande riconferma. È un progetto consapevolmente più basso di profilo, che però si fa ascoltare con piacere e nasconde più sostanza di quanta ne mostri a prima vista.

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riflessivo aggressivo

Miglior traccia: LA CHIAVE (feat. Marracash)

Hits: LA CHIAVE (feat. Marracash) , L’ANGELO CADUTO (feat. Shari)

73
Tier 5° · Rank 275°