Lost Weekend (2026)
Phoebe Bridgers
Ok, qualcuno si indignerà a leggere questa recensione e il voto, visto che per la critica siamo quasi di fronte all'AOTY. Ma andiamo con calma. Lo ammettiamo subito: questo è il primo disco di Phoebe che ascoltiamo, quindi partiamo senza riferimenti diretti al resto della sua discografia. È il suo ritorno solista dopo sei anni di assenza, e quell'assenza si sente tutta dentro i testi: un disco intimo, autobiografico, che affronta la perdita del padre, la disillusione nelle relazioni, la nascita di un nuovo amore. Uno spazio intimo e per certi versi "domestico". Confessioni che sembrano nate in una cameretta, ma che la produzione si prende cura di espandere.
Ed è forse proprio qui che il disco ci convince meno. Ci sono brani interessanti sul piano musicale, come la title track o Liberty Tree, dove la componente pop-folk e folk rock devia su territori più elettronici, con certi filtri sulla voce che danno un tocco vintage e tengono l'estetica coerente. Ma quella coerenza si paga con qualcosa: mancano melodie che restano davvero in testa, e le parti più atmosferiche/elettroniche, per quanto curate, non ti restano addosso una volta finito l'ascolto. Lost Boys, dal canto suo, torna su canoni più tradizionali del folk e abbassa un po' la media da sola: non tanto per lo stacco stilistico, quanto perché il brano in sé gira un po' a vuoto.
È un disco valido, la cui forza si esaurisce però un po' con gli ascolti: una volta assimilata la potenza emotiva del racconto, quello che resta sul piano prettamente musicale è più debole. Quindi bel disco, ascoltalo se stavi cercando un folk americano moderno e ben prodotto, ma quest'anno, in questo stesso ambito, a colpirci di più è stato il ritorno di Mitski, che pesca dalle stesse tematiche intime ma vira più deciso verso il rock.