La Divina Commedia (2023)
Tedua
Teniamo a mente una cosa: Tedua arriva da Mowgli, progetto del 2018, solidissimo, coerente nelle sonorità e nell'attitudine, uno dei dischi rap più riusciti della sua generazione. Su La Divina Commedia l'hype accumulato era enorme — cinque anni di annunci, rimandi e attese che avevano caricato le aspettative oltre ogni limite ragionevole. E già chiamarlo La Divina Commedia è una dichiarazione d'intenti che non lascia spazio all'ambiguità.
Il problema è che il concept, al di là del titolo e di qualche citazione dantesca sparsa, non si sente davvero. Non c'è una struttura narrativa che tenga insieme il disco, non c'è un percorso riconoscibile dall'Inferno al Paradiso — c'è solo un'etichetta sopra a qualcosa che avrebbe potuto stare in piedi anche senza. E quello che sta sotto, purtroppo, è per larga parte quel pop-rap melodico costruito per durare qualche giorno. Mancanze affettive con Geolier, Volgare con Lazza, Hoe con Sfera Ebbasta: tre featuring che sembrano scelti per garantire numeri più che per necessità artistica, e i brani lo riflettono — entrano facilmente, escono ancora più facilmente.
I momenti in cui Tedua si ritrova davvero sono tre, e si riconoscono subito: l'Intro, Bagagli e l'outro. Lì la narrazione si fa personale, il flow cambia pelle, le strutture si aprono e si prende il tempo che serve. È il Tedua che valeva la pena aspettare. Il guaio è che tre momenti isolati non bastano a sostenere un disco intero, e anzi rendono ancora più evidente il contrasto con il resto.
Forse senza cinque anni di attesa sulle spalle il giudizio sarebbe stato meno severo. Ma un disco che si chiama La Divina Commedia si porta dietro le sue ambizioni — e queste ambizioni, qui, restano in gran parte disattese. Un'occasione sprecata.
Miglior traccia: Intro La Divina Commedia
Hits: Intro La Divina Commedia, Bagagli (Improvvisazione), Outro Purgatorio