Vexovoid (2013)
Portal
Mettiamolo subito nero su bianco: questo non è il classico disco death metal. Non ci sono assoli diabolici, non c'è un growl profondo. La caratteristica immediata di Vexovoid, quarto disco della band australiana Portal, è una produzione dove gli strumenti perdono contorni definiti — sembra di trovarsi all'interno di un tornado, o dentro una fabbrica dove le macchine non si fermano mai. Un muro di suono più vicino a un black metal primordiale che scherma tutto, appiattisce tutto. Ma c'è qualcosa di più preciso sotto: quelle strutture sonore che si ripetono, si sovrappongono, si deformano trascinano l'ascolto in una dimensione quasi geometrica — un incubo fatto di forme che ritornano sempre uguali ma non sono mai le stesse. L'apertura di Curtain lo rende esplicito: batterie lente che scandiscono il tempo, quel muro in sottofondo che si ripete, poi parte il blast beat e inizia la spirale verso il basso. I riff emergono ogni tanto, come in Orbmorphia, dove per un momento il death riemerge in superficie prima di essere risucchiato di nuovo — uno dei momenti più soddisfacenti del disco, proprio perché inaspettato. La voce, sibillante, sembra fare il verso a quegli insetti vermiformi della copertina.
Trentaquattro minuti. È la durata giusta per un disco così: abbastanza da costruire un'atmosfera claustrofobica, non abbastanza da esserne schiacciati. Arriverai alla fine senza sentirti appesantito, e questa non è una cosa scontata per musica estrema di questo tipo. Dischi come questo rischiano di diventare autoreferenziali se si prolungano — qui invece la compressione è una scelta, e funziona.
Se non hai mai ascoltato un disco death metal non partire da questo; se invece vuoi espandere la conoscenza del genere, allora ci sei.
Miglior traccia: Orbmorphia
Hits: Orbmorphia, Curtain, Plasm