De Venom Natura (2026)
Ponte del Diavolo
Torinesi, attivi dal 2020, al secondo disco: Ponte del Diavolo sono probabilmente una delle band metal italiane più interessanti in circolazione, e De Venom Natura è il disco che lo dimostra senza margini di dubbio.
Il concept è dichiarato già dal titolo: la natura non come rifugio o locus amoenus, ma come depositaria di veleni, portatrice di morte — e al tempo stesso agente di trasformazione. È un'idea che non rimane sul piano concettuale ma si incarna nel suono, forse più chiaramente in Il veleno della Natura, il brano più evocativo del disco: io mi voglio avvelenare / col più soffice dei baci … / voglio infine contagiarti con l'assenzio delle stelle. Testo e musica che si sostengono a vicenda, con quella tensione che il disco costruisce e mantiene per tutta la sua durata.
Alcuni hanno coniato il termine "blackened post-punk" per descriverli, e non è sbagliato: c'è l'energia incalzante del black metal, ma c'è anche qualcosa di più istintivo e irrequieto che viene da un'altra parte. La voce di Elena Camusso — in arte Erba del Diavolo — è sempre pulita e melodica, dall’anima doom, alterna italiano e inglese, ma sa colorarsi di sfumature diaboliche che danno contesto a tutto il resto. L'italiano funziona benissimo, e non è scontato nel metal.
A reggere il tutto c'è una produzione di livello: suono vivido, spazioso, dove si coglie ogni sfumatura — la batteria che nell'apertura di Spirit, Blood, Poison, Ferment! rievoca più il post-punk che il black, il modo in cui Il veleno della Natura cresce e si distende, il riff finale e il blast beat di In The Flat Field. Tre momenti alti in un disco che non abbassa praticamente mai il livello.
Se hai ascoltato solo metal d'oltre confine, questa è una band da recuperare. Se pensi che l'Italia nella musica sia solo rap, cantautorato e pop, beh hai qualcosa da scoprire.
Miglior traccia: In The Flat Field
Hits: In The Flat Field, Il veleno della Natura, “Spirit, Blood, Poison, Ferment!”