Ghettolimpo (2021)
Mahmood
Ghettolimpo è forse l'album che definisce meglio lo stile di Mahmood — e anche quello che ne mostra più chiaramente i limiti. Sul piano sonoro è il suo lavoro più ambizioso: pop elettronico, R&B contemporaneo, influenze mediorientali e sarde che non sono decorazione esotica ma parte di un'identità precisa, autobiografica. Rispetto a Gioventù bruciata — esordio più coeso nei temi e nel suono, più spontaneo nell'approccio — qui si sente un progetto costruito con più consapevolezza, a tratti quasi studiato, che punta forte sulle hit senza però rinunciare a qualche tentativo di sperimentazione.
E in effetti i momenti riusciti ci sono. Rapide è diventata uno dei brani cardine del suo repertorio, e si capisce perché: performance vocale sopra la media, melodia che resta. Klan e Kobra sono i brani più interessanti sul piano sonoro, quelli in cui Mahmood si avvicina di più a un territorio meno radiofonico. Zero è invece il momento più raccolto del disco, con quella patina synth pop che ricorda certe atmosfere di The Weeknd — funziona proprio perché si prende un respiro diverso dal resto.
Il problema è la lunghezza. Quindici tracce per oltre cinquanta minuti sono tante, e non tutte reggono il peso. La title track, quasi rappata, non convince — è uno dei momenti in cui l'ambizione supera il risultato. Dorado con Sfera Ebbasta è perfetta per le radio e abbastanza inutile come traccia d'album: riempie spazio senza aggiungere nulla. Sono episodi che appesantiscono una tracklist che, più snella, avrebbe reso meglio.
Alla fine Ghettolimpo è uno di quei dischi a cui torni per i singoli, non per l'esperienza complessiva. Mahmood sa costruire grandi momenti — sa farlo meglio di quasi chiunque altro nel pop italiano contemporaneo. Il passo successivo sarebbe un disco che li tiene insieme dall'inizio alla fine.
Miglior traccia: Rapide
Hits: Rapide, Zero