Deathconsciousness (2008) ✰
Have A Nice Life
La copertina scelta dal duo del Connecticut dice già tutto: una versione oscurata de La morte di Marat, il capolavoro neoclassico di Jacques-Louis David. La morte è nel titolo, nella copertina, nell'aria che si respira fin dalla prima nota e quasi nel nome stesso del duo. Deathconsciousness è un disco nichilista, pessimista, avvolto in una povertà esistenziale che non si nasconde — Sometimes, I just don't know, unica frase che aleggia negli otto minuti della traccia d'apertura, come se non ci fosse altro da aggiungere.
I testi scorrono come poesie maledette, dosati con cura: You can wear my skin as armor / You can eat my flesh and bones / Leave nothing that is needed / All I have is yours. Poche parole, poche immagini, per evocare perdita, vuotezza, alienazione, relazioni che si sgretolano. Il grosso, però, lo fa l'atmosfera — e quell'atmosfera è il risultato di qualcosa di quasi paradossale: un disco registrato in casa nell'arco di cinque anni, con meno di mille dollari in tasca, che riesce a suonare immenso. La produzione lo-fi non è un limite, è una scelta che si sente, e che tiene tutto insieme: il dark ambient, lo shoegaze, le vene post-punk si fondono in un registro lento e ipnotico, dove i riverberi squarciano il buio come raggi di luce.
Il disco si muove tra due poli. A volte è aperto e contemplativo, come nell'apertura stessa. A volte diventa claustrofobico, teso fino allo spasmo, come in Hunter. Poi ci sono i momenti dove le sfumature punk prendono il sopravvento, e lì il disco cambia pelle: Deep, Deep è uno dei punti più alti, con un'energia ritmica che trascina e un riverbero che entra vicino al ritornello costruendo una melodia sottile, quasi inaspettata, che resta.
Non è un disco dall'ascolto immediato — è lungo, le tracce si prendono tutto il tempo che vogliono. Ma è un ascolto che vale. Non un capolavoro senza riserve, ma un'esperienza da fare almeno una volta.
Miglior traccia: Hunter
Hits: Hunter, “Deep, Deep”