9 ott 2026
91
Fabri Fibra Neffa & Zarathustra
Zarathustra Style
9 ott 2026
Hip-Hop/Rap
Boom Bap
Undergroup Rap
Conscious Rap
Tier 2°
Rank 119°
Tracce 24
Durata 1h 3 min
La recensione
Era un disco attesissimo fin dall’annuncio a sorpresa di giugno a Party Like a Deejay, a Milano, e finalmente è arrivato. Sui social c’è sempre chi non perde occasione per dare dei bolliti, dei surgelati, a loro come a qualsiasi altro rapper italiano over 45 che alla sua età prova ancora a fare qualcosa. Di solito le ragioni sono due: chi ha una certa età resta congelato nei ricordi dei vecchi progetti e non accetta nulla di nuovo, mentre i più giovani preferiscono suoni più aggressivi, flow moderni o derivazioni rap più melodiche. Questo disco sarà divisivo, e anche di più, perché Fibra e Neffa suonano diversi da come si erano mostrati negli ultimi lavori. Ma ripartiamo dalle basi.
Da una parte c’è forse uno dei rapper italiani che più sono cambiati negli anni: dai dischi introspettivi e tecnici alle rime grezze e dissacranti, fino al successo commerciale e a una scrittura più semplice ma sempre intensa e diretta, accettando il rischio di perdere i fan delle origini per guadagnarne altri. Dall’altra c’è chi il rap italiano lo ha praticamente avviato e ne ha costruito le fondamenta. I loro percorsi si sono incrociati più volte, e per Fibra Neffa è stato una figura centrale: senza le sue strumentali, un capolavoro come Turbe Giovanili probabilmente non sarebbe nato, o non come lo conosciamo oggi. Questo incontro era necessario, serviva al rap italiano per chiudere un cerchio.
Non puntavano a un disco “nuovo”, e da dei cinquantenni non ce lo aspettiamo nemmeno: le loro piccole rivoluzioni nel rap le hanno già fatte, e pretendere una nuova rivoluzione nel 2026 sarebbe un problema. Eppure Zarathustra Style si stacca dalle uscite recenti, per forma e per approccio, e in qualche traccia prova a uscire dalla zona di comfort, Neffa in primis. Non c’è nessun featuring, perché non è un disco pensato per il mercato di oggi: le tracce sono brevi ma tante, i ritornelli spesso cantati da Neffa, che porta con sé la sua anima più soul e R&B, e le deviazioni pop sono pochissime, se non assenti. Anche la produzione va controcorrente ed è volutamente poco rifinita. Niente beat di “plastica”, ma le sporcature di una registrazione immediata, voci non sempre pulite e una grana ruvida, come se il suono uscisse dalle casse di un giradischi datato. È una scelta precisa e consapevole, non un difetto del disco. Suono e approccio metrico sono molto più underground e ricordano certo rap americano e italiano di fine anni ‘90 e primi 2000.
Per chi segue Fibra da tempo, qui c’è una versione che aveva messo da parte da un pò: metrica e rime più tecniche e un citazionismo, anche incrociato, con Fibra che cita Neffa e viceversa, molto più presente che nelle ultime uscite. In All Night c’è la citazione di Puro Bogotà (“finivo in strada come finte gucci”), Carta Pazza riprende da vicino il flow di brani come Qualcuno Normale in Controcultura, e in Alfa Omega c’è il richiamo a Idee Stupide. Ma non è un’operazione nostalgia: nessuna traccia è un vero remake del passato. Neffa e Fibra mettono insieme tutte le fasi del loro repertorio in un disco che alla fine suona nuovo per entrambi.
Il lavoro di Neffa sui suoni è enorme. A reggere tutto sono le batterie dritte dell’hip-hop più classico (alla Madlib, Q-Tip, etc.), ma calate in un’atmosfera più cupa, notturna, a tratti psichedelica. È l’impronta principale, però basta un ascolto attento per accorgersi che sotto c’è molta più varietà. Si passa dal boom bap ai beat orientaleggianti di Impero e Le Date, con strofe che rimbalzano come nelle battle di freestyle, fino all’assalto moderno e più trap di Money, che per flow e produzione sembra un pezzo alla Santeria. In mezzo ci sono i momenti intimi e riflessivi, come la magnifica Promesse di Agosto, una delle tracce più belle del disco: il ritornello di Neffa è incredibile e avvolgente, e la strofa di Fibra, cantata con quel suo tono dimesso e nostalgico, su questi beat crea un’atmosfera unica. Agli ascolti e per le immagini che usano ci ha ricordato una giornata di fine estate al mare, col cielo nuvoloso: rifletti sul fatto che qualcosa è finito o sta per finire e ti prepari a tornare a una vita “comune”. Sembra quasi un’allegoria della fase in cui si trovano loro, quella in cui arriva la consapevolezza che il proprio tempo, come rapper, come cantanti, sta per finire e che l’inverno si avvicina. Ma non è l’unico momento conscious. C’è Paura, che riprende il tema della dipendenza e delle relazioni tossiche richiamando concettualmente la vecchia Panico. Poi c’è tutta la sezione con Calmi, Vertigini e Demoni, la parte più concettuale del disco. Il disco regge fino in fondo, senza cali, e si chiude con Vampiri, che insieme a Strada Buia è la deviazione più sperimentale e distorta, con un uso particolare dell’autotune, a volte portato all’eccesso.
La prima parte è molto “rap che parla del rap”, come quello di fine anni ‘90 e inizio 2000 di Uomini di Mare, Colle Der Fomento, Gente Guasta, etc. Può sembrare poca sostanza, ma in un disco che vuole suonare underground è la scelta giusta: le tracce circolari sul rap, con le citazioni che rimbalzano da un pezzo all’altro, fanno parte del linguaggio che stanno omaggiando. E spesso non manca l’autoironia, con citazioni usate per disturbare volutamente l’ascoltatore medio del rap italiano, come la rima “cazzo”/”palazzo” messa lì per stuzzicare un certo pubblico. Nella seconda metà il discorso cambia. Il lato oscuro del successo, i demoni personali, le incomprensioni e le scelte fatte lungo il percorso, le dipendenze, la malinconia di chi a 50 anni guarda al passato e si chiede cosa ha perso e cosa ha guadagnato: tutti temi che danno al disco, oltre alla tecnica, il suo vero spessore.
Ma perché Zarathustra? Zarathustra è il profeta, il saggio che dopo anni di isolamento scende dal monte per portare la sua visione. Qui rappresenta la loro fusione: scendono insieme per portare la loro idea di rap e raccontarla alla massa, al pubblico del rap di oggi, rappresentato da quel gregge di pecore che figura in copertina. Zarathustra diventa una terza entità, che compare persino nei crediti, con ogni brano firmato Fibra, Neffa & Zarathustra. Si sente nelle rime e nelle due voci che si sovrappongono nei ritornelli fino a formare una terza voce. Il disco è diviso in quattro parti, come l’opera di Nietzsche, e conta 24 tracce, bonus dell’edizione in doppio vinile compresa: tanti quanti gli anni passati da quando le loro strade si erano unite con Turbe Giovanili. È fatto per stare fuori dalle logiche commerciali del rap mainstream di oggi, lontano da quel “turismo di massa” di cui parla lo stesso Fibra, e rende felici prima di tutto i fan di entrambi, chi li segue da tempo.
Anni fa Fibra apriva Mr. Simpatia, il disco che gli ha cambiato la vita, con “Se ti piace il rap, scegliti un altro rapper”. Oggi vale il contrario.
Da una parte c’è forse uno dei rapper italiani che più sono cambiati negli anni: dai dischi introspettivi e tecnici alle rime grezze e dissacranti, fino al successo commerciale e a una scrittura più semplice ma sempre intensa e diretta, accettando il rischio di perdere i fan delle origini per guadagnarne altri. Dall’altra c’è chi il rap italiano lo ha praticamente avviato e ne ha costruito le fondamenta. I loro percorsi si sono incrociati più volte, e per Fibra Neffa è stato una figura centrale: senza le sue strumentali, un capolavoro come Turbe Giovanili probabilmente non sarebbe nato, o non come lo conosciamo oggi. Questo incontro era necessario, serviva al rap italiano per chiudere un cerchio.
Non puntavano a un disco “nuovo”, e da dei cinquantenni non ce lo aspettiamo nemmeno: le loro piccole rivoluzioni nel rap le hanno già fatte, e pretendere una nuova rivoluzione nel 2026 sarebbe un problema. Eppure Zarathustra Style si stacca dalle uscite recenti, per forma e per approccio, e in qualche traccia prova a uscire dalla zona di comfort, Neffa in primis. Non c’è nessun featuring, perché non è un disco pensato per il mercato di oggi: le tracce sono brevi ma tante, i ritornelli spesso cantati da Neffa, che porta con sé la sua anima più soul e R&B, e le deviazioni pop sono pochissime, se non assenti. Anche la produzione va controcorrente ed è volutamente poco rifinita. Niente beat di “plastica”, ma le sporcature di una registrazione immediata, voci non sempre pulite e una grana ruvida, come se il suono uscisse dalle casse di un giradischi datato. È una scelta precisa e consapevole, non un difetto del disco. Suono e approccio metrico sono molto più underground e ricordano certo rap americano e italiano di fine anni ‘90 e primi 2000.
Per chi segue Fibra da tempo, qui c’è una versione che aveva messo da parte da un pò: metrica e rime più tecniche e un citazionismo, anche incrociato, con Fibra che cita Neffa e viceversa, molto più presente che nelle ultime uscite. In All Night c’è la citazione di Puro Bogotà (“finivo in strada come finte gucci”), Carta Pazza riprende da vicino il flow di brani come Qualcuno Normale in Controcultura, e in Alfa Omega c’è il richiamo a Idee Stupide. Ma non è un’operazione nostalgia: nessuna traccia è un vero remake del passato. Neffa e Fibra mettono insieme tutte le fasi del loro repertorio in un disco che alla fine suona nuovo per entrambi.
Il lavoro di Neffa sui suoni è enorme. A reggere tutto sono le batterie dritte dell’hip-hop più classico (alla Madlib, Q-Tip, etc.), ma calate in un’atmosfera più cupa, notturna, a tratti psichedelica. È l’impronta principale, però basta un ascolto attento per accorgersi che sotto c’è molta più varietà. Si passa dal boom bap ai beat orientaleggianti di Impero e Le Date, con strofe che rimbalzano come nelle battle di freestyle, fino all’assalto moderno e più trap di Money, che per flow e produzione sembra un pezzo alla Santeria. In mezzo ci sono i momenti intimi e riflessivi, come la magnifica Promesse di Agosto, una delle tracce più belle del disco: il ritornello di Neffa è incredibile e avvolgente, e la strofa di Fibra, cantata con quel suo tono dimesso e nostalgico, su questi beat crea un’atmosfera unica. Agli ascolti e per le immagini che usano ci ha ricordato una giornata di fine estate al mare, col cielo nuvoloso: rifletti sul fatto che qualcosa è finito o sta per finire e ti prepari a tornare a una vita “comune”. Sembra quasi un’allegoria della fase in cui si trovano loro, quella in cui arriva la consapevolezza che il proprio tempo, come rapper, come cantanti, sta per finire e che l’inverno si avvicina. Ma non è l’unico momento conscious. C’è Paura, che riprende il tema della dipendenza e delle relazioni tossiche richiamando concettualmente la vecchia Panico. Poi c’è tutta la sezione con Calmi, Vertigini e Demoni, la parte più concettuale del disco. Il disco regge fino in fondo, senza cali, e si chiude con Vampiri, che insieme a Strada Buia è la deviazione più sperimentale e distorta, con un uso particolare dell’autotune, a volte portato all’eccesso.
La prima parte è molto “rap che parla del rap”, come quello di fine anni ‘90 e inizio 2000 di Uomini di Mare, Colle Der Fomento, Gente Guasta, etc. Può sembrare poca sostanza, ma in un disco che vuole suonare underground è la scelta giusta: le tracce circolari sul rap, con le citazioni che rimbalzano da un pezzo all’altro, fanno parte del linguaggio che stanno omaggiando. E spesso non manca l’autoironia, con citazioni usate per disturbare volutamente l’ascoltatore medio del rap italiano, come la rima “cazzo”/”palazzo” messa lì per stuzzicare un certo pubblico. Nella seconda metà il discorso cambia. Il lato oscuro del successo, i demoni personali, le incomprensioni e le scelte fatte lungo il percorso, le dipendenze, la malinconia di chi a 50 anni guarda al passato e si chiede cosa ha perso e cosa ha guadagnato: tutti temi che danno al disco, oltre alla tecnica, il suo vero spessore.
Ma perché Zarathustra? Zarathustra è il profeta, il saggio che dopo anni di isolamento scende dal monte per portare la sua visione. Qui rappresenta la loro fusione: scendono insieme per portare la loro idea di rap e raccontarla alla massa, al pubblico del rap di oggi, rappresentato da quel gregge di pecore che figura in copertina. Zarathustra diventa una terza entità, che compare persino nei crediti, con ogni brano firmato Fibra, Neffa & Zarathustra. Si sente nelle rime e nelle due voci che si sovrappongono nei ritornelli fino a formare una terza voce. Il disco è diviso in quattro parti, come l’opera di Nietzsche, e conta 24 tracce, bonus dell’edizione in doppio vinile compresa: tanti quanti gli anni passati da quando le loro strade si erano unite con Turbe Giovanili. È fatto per stare fuori dalle logiche commerciali del rap mainstream di oggi, lontano da quel “turismo di massa” di cui parla lo stesso Fibra, e rende felici prima di tutto i fan di entrambi, chi li segue da tempo.
Anni fa Fibra apriva Mr. Simpatia, il disco che gli ha cambiato la vita, con “Se ti piace il rap, scegliti un altro rapper”. Oggi vale il contrario.
Mood
riflessivo
aggressivo
trionfante
Brani imperdibili
All Night · Promesse di Agosto · Vertigini · Alfa Omega
Profilo sonoro
Scheda
Uscita9 ott 2026
Tracce24
Durata1h 3 min
Recensito il
9 ott 2026